venerdì 17 marzo 2017

Recensione #178 - Accabadora di Michela Murgia

Buongiorno carissimi! Finalmente è venerdì, anche se il mio weekend si prospetta alquanto movimentato... ma sarà pur sempre weekend!!!!
Oggi torno con una recensione, quella del libro Accabadora di Michela Murgia edito da Einaudi , pag. 166.

Sinossi: Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come "l'ultima". Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. "Tutt'a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili'e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia". Eppure c'è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c'è un'aura misteriosa che l'accompagna, insieme a quell'ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre.

Ci sono autori che hanno bisogno di pagine e pagine per scrivere una storia e poi ce ne sono altri che in pochissime facciate sanno racchiudere un mondo intero. Michela Murgia è una di questi.
Siamo a Soreni, un paesino sardo in cui si intrecciano storie, destini, nascite e morti. Un paesino non reale ma che dà invece l’impressione di poter essere un qualsiasi paese dell’entroterra sardo, con le sue leggende, la sua atmosfera, le sue tradizioni.
È proprio con questa cornice che assistiamo all’intrecciarsi delle vite di Bonaria Urrai e Maria Listru, una donna sola avanti negli anni la prima, una bambina nata in una famiglia già numerosa la seconda. Maria è una fill’e anima, quarta figlia di una donna vedova, che viene data in adozione ad una donna anziana, sola e senza figli.

Quanti anni avesse Tzia Bonaria allora non era facile da capire, ma erano anni fermi da anni, come fosse invecchiata d’un balzo per sua decisione e ora aspettasse paziente di esser raggiunta dal tempo in ritardo. Maria invece era arrivata troppo tardi anche al ventre di sua madre, e sin da subito aveva fatto l’abitudine a essere l’ultimo pensiero di una famiglia che ne aveva già troppi. Invece in casa di quella donna sperimentava l’insolita sensazione di essere diventata importante.
Maria ha il vizio di appropriarsi delle cose non sue, forse proprio a causa del fatto che per sei anni, niente è mai stato di sua proprietà. Da una fra tante Maria diventa, in casa di Bonaria, l’unica ragione di vita per la donna, che tiene alla sua istruzione e al suo comportamento. Il loro legame è da subito messo in mostra al paese intero, senza vergogne e senza pudore così da diventare presto naturale e non essere oggetto di più di tanti pettegolezzi.
L’autrice è bravissima a far emergere l’atmosfera che si respira in un paese sardo ricco di tradizioni e anche superstizioni. I personaggi sono raccontati in modo perfetto nei loro atteggiamenti, così perfetto da renderli reali. Se Maria e Bonaria sono le protagoniste, un paese intero colora le pagine del romanzo con una veridicità e con una raffinatezza che quasi contraddice con la crudità della storia narrata e proprio per questo colpisce.
Una narrazione che scorre spedita e che materializza davanti agli occhi del lettore un mondo lontanissimo ma anche tremendamente attuale.
Non manca la comparazione tra nord e sud infatti una figura importante appare da subito la Maestra Luciana, sarda di adozione ma torinese di origine, che immediatamente esprime le sue perplessità per quello scambio di bambina sulla parola, che sembra tanto normale in quei luoghi e che lei guarda con sospetto.
Bonaria per Maria è una sarta – quasi tutto il paese si fa infatti confezionare abiti da lei – ma nella realtà la donna è un’accabadora, una di quelle figure che aiuta a morire le persone in fin di vita. Spesso sguscia via nella notte, accompagnata solo dal chiarore della luna, perché qualcuno la chiama in suo aiuto e, normalmente, la mattina dopo le campane suonano a lutto.
Maria non si accorge quasi mai delle uscite notturne di sua madre, non sa dove vada Bonaria la notte e mai potrebbe anche solo immaginare quella che è la realtà. La sua vita scorre tra la scuola, il cucito e saltuarie visite alla sua madre naturale che spesso richiede i suoi servigi.
Quando la ragazza scopre il vero ruolo della donna nel paese resta sconvolta, incapace di accettare che qualcuno possa con le proprie mani aiutare a morire. Comincia così, per la terza volta, la nuova vita di Maria. È da qui che con Maria partiamo per un viaggio, fisico verso un continente sconosciuto ma anche virtuale, nell’animo più profondo di una ragazza ormai quasi donna.
Aveva vissuto per anni con Bonaria convinta di essere andata a pareggio con le sue due nascite, una sbagliata e però anche una giusta, ma ora i conti le apparivano pieni di errori e cancellature, lasciandola ancora una volta fuori, come un resto avanzato. 
Durante quel viaggio Maria si ingegnò per non dormire mai, nemmeno un’ora. Il tempo le servì tutto per farsi accabadora dei suoi ricordi, e trattare gli avvenimenti che l’avevano portata a quella decisione come persone da far salire o meno sul traghetto per il continente. Uno per uno li segnò, mentre li ricordava per dimenticarli, e quando arrivò al porto di Genova scese dalla nave sentendosi più leggera, convinta di aver lasciato sull’altra terra tutta la zavorra delle sue ferite.
La narrazione si sposta così a Torino e noi assistiamo, ancora più da vicino, alla contrapposizione tra Soreni – o quello che rappresenta – un paese chiuso ma sgargiante, e Torino, una città dal centro storico signorile, con i suoi colori freddi ed la disinvoltura nel rivolgersi agli altri, con i suoi ampi portici, le sue strade ortogonali e i vestiti industriali appesi nelle vetrine dei negozi. Un mondo opposto a quello che la ragazza fino a quel momento conosceva, in cui avrebbe lavorato e in cui avrebbe dovuto rinascere per la terza volta.

L’appartamento di Attilio e Marta Gentili, al quinto piano di un palazzo signorile nel centro storico della città, aveva i muri dipinti di un bianco cremoso che nulla aveva da spartire con i colori sgargianti delle case di Soreni. Maria aveva visto muri così bianchi solo a scuola e all’ospedale, e fu anche per questo che avvertì subito un senso di soggezione, un disagio sottile rafforzato dalla disinvoltura con cui le diedero immediatamente del tu.
Piergiorgio e Anna Gloria – i ragazzi di cui si dovrà occupare Maria – diventano quindi il suo nuovo mondo, un mondo che per mano l’autrice ci porta a scoprire, un mondo fatto di ombre, di gelosie, ma anche di consapevolezze; un mondo dove quei ricordi che lei avrebbe voluto cancellare per sempre tornano preponderanti alla sua memoria senza chiedere il permesso, riflessi negli occhi di quei due ragazzi. E quelli che non arrivano scaturiti dalla mente, arrivano solitamente attraverso una lettera: nessuno può sottrarsi alla sua vita, se non per un breve periodo.
Un romanzo intriso dei sentimenti più disparati che vengono espressi più attraverso i silenzi che con i gesti; un libro così delicato, colmo di emozioni, ricco di spunti di riflessioni che difficilmente può lasciare un lettore indifferente e che, ne sono sicura, mi rimarrà sotto pelle con un sapore dolce amaro. Un’autrice capace di narrare anche quello che le parole non riescono a raccontare.
Una lettura che consiglio senza riserve, un gioiellino da tenere in libreria e ogni tanto rileggere!

VOTO: 

17 commenti:

  1. Ho finito di leggere qualche giorno fa un Einaudi recentissimo, L'arminuta (ne parlo presto, ma intanto te lo consiglio), e subito mi è venuto in mente questo. Che non ho letto, ma secondo me stiamo da queste parti. E' in lista, ma lo cerchio, lo sottolineo, gli faccio una cornicetta intorno, per non dimenticarmi. :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ultimamente anche a me gli Einaudi stanno dando grandi soddisfazioni! Questo era in lista da tantissimo e finalmente me lo sono gustata.
      Io ho finito Il barone e la regina (che ti consiglio!!!), una favola dolce amara in cui i protagonisti sono animali.
      Mi segno il tuo consiglio e aspetto la recensione! ;)

      Elimina
    2. Ahahahah come bene mi bacchetta la mia sorella virtuale più in basso... Il bassotto e la regina! ;)

      Elimina
    3. Ah, poi la Mazzucco è bravissima! :)

      Elimina
    4. Per me era la prima volta ma ho già a casa un altro suo libro che a questo punto leggerò presto! ;)

      Elimina
  2. Sono davvero contenta che questo libro ti sia piaciuto Dany, e traspare perfettamente dalla tua bella recensione! Anch'io l'avevo adorato... per la storia e per lo stile ammaliante di Michela Murgia!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ora devo leggere qualche altro suo libro!

      Elimina
  3. Sisterrrrr il bassotto e la regina! Comunque, T9 a parte... complimenti, recensione super. tu sai bene che io devo leggerlo, e spero di riuscire ad incastrarlo con facilità nei prossimi giorni. Poi una parte è ambientata a Torino, mi incuriosisce la cosa, sopratutto la contrapposizione tra Nord e Isola

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ahahaha eh dai, non stare lì a guardare tutto ahahahah! Comunque sì, il bassotto!
      Devi leggerlo questo libro.

      Elimina
  4. Ciao, bellissima recensione e credo tu abbia colto perfettamente le stesse sensazioni che questo libro aveva dato anche a me.. Michela Murgia è straordinaria, ha il dono della sintesi ma carica ogni parola di significato emotivo. Mi permetto di linkarvi una sua stroncatura sulla rai che me l'ha resa ancora più cara
    http://www.msn.com/it-it/video/guarda/supernumberstroncautra-quando-la-stampa-minimizza-lo-stupro/vp-AAo1Vro

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie mille! Sono contenta di aver reso l'idea...
      Andrò a sbirciare il link!

      Elimina
  5. Un romanzo davvero particolare, bello e pieno di spunti. Lo lessi due anni fa per il gdl della biblioteca locale e ne venne fuori una bellissima discussione.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Immagino che leggerlo e chiacchierarne in gruppo debba essere proprio stimolante!

      Elimina
  6. L'ho letto anni fa,quando fu pubblicato,e,come dici tu,non si può dimenticare,resta dentro.
    Bella recensione,complimenti.

    RispondiElimina