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lunedì 18 aprile 2016

Recensione #120 - Primo non nuocere di Henry Marsh


Buongiorno lettori, come state? Io sono uno zombie... sono stata precettata ieri e sabato pomeriggio a fare il presidente di seggio al referendum. Sveglia all'alba, tutto il giorno al seggio, e ritorno a letto a mezzanotte come Cenerentola. Però, a parte la stanchezza fisica è stata una bella esperienza! Pensavo  mi sarebbe pesata di più invece, complici degli scrutatori giovani e svegli, è passata anche velocemente tra una chiacchiera e l'altra!
Ma veniamo a noi... oggi torno con una recensione, quella di Primo non nuocere di Henry Marsh edito da Ponte alle Grazie 330  pagine.

Trama: Cosa significa essere un neurochirurgo? Come ci si sente ad avere in mano le sorti di una persona, mentre ci si apre un varco tra la materia grigia che ne genera i pensieri, i sentimenti e le emozioni? E, se qualcosa va storto, come si convive con le conseguenze? È ciò che scopriremo attraverso le pagine di questo libro, la confessione sincera e intensa di un famoso neurochirurgo inglese che, alla luce dell’esperienza quarantennale, rievoca le vittorie nelle battaglie combattute al fianco dei pazienti, ma anche le inevitabili sconfitte, gli errori e i fallimenti. Primo non nuocere è la narrazione di una professione eroica, chiamata a confrontarsi ogni giorno con i momenti di maggiore fragilità dell’essere umano – la scoperta della malattia, la speranza di una cura –, a prendere decisioni cruciali che, in un modo o nell’altro, cambieranno il destino dei pazienti, ma anche del medico stesso che porterà sempre con sé le storie di gioia o di dolore delle persone che hanno confidato all’abilità delle sue mani e alla generosità del suo cuore le loro vite in pericolo.

Una cosa è certa: se mai dovessi essere operata al cervello vorrei che a farlo fosse Henry Marsh o un neurochirurgo con la sua stessa passione.
Libro particolare questo. Non un romanzo ma una sorta di saggio. Trent'anni di casi che il famoso neurochirurgo si è trovato ad operare, a volte con successo, altre meno.
Per una volta ci troviamo dall'altra parte della barricata. Veniamo messi a conoscenza del dietro le quinte. Tutto quello che i medici fanno e pensano prima di operare o prima di dover parlare con i familiari di un paziente.
Ogni capitolo del libro rappresenta un caso, che il dott. Marsh racconta in prima persona spiegandoci, spesso in modo molto dettagliato, gli interventi ma soffermandosi anche sul lato umano, sulle sue paure, sui suoi dubbi, sulla necessità di prendere a volte decisioni terribili - operare oppure no - sull'incapacità di staccarsi dai suoi casi tanto da far andare a monte il proprio matrimonio.
Chi è affascinato da questi argomenti non potrà rimanere indifferente a questa lettura; chi invece è ipocondriaco oppure si impressiona facilmente pensando ad operazioni tagli ecc. forse è meglio che giri al largo da questo libro.
Io, da sempre fan adorante di qualsiasi telefilm che parli di medicina, conoscevo gran parte dei termini utilizzati in questo libro ma sapere che questa non è finzione, immaginare il dottore in sala operatoria mentre "clippa" un aneurisma o mentre pratica un foro nella testa di qualcuno è tutta un'altra cosa. E sentirlo raccontato dal dottore in persona ha un fascino inimmaginabile.
Oltre agli interventi, ai particolari più segreti che solo un medico in prima linea può conoscere, quello che emerge in ogni pagina di questo libro è l'umanità di Marsh, quella consapevolezza che se la sua operazione avrà successo sarà considerato un Dio e che se, al contrario, fallirà allora sarà ritenuto un mostro incompetente.
Quanto deve essere difficile dire ad un paziente che non potrà mai guarire? Che la vita che gli resta è pari ad un soffio di vento? È questo che mi sono chiesta per tutta la lettura. Perchè per quanto io sappia che i medici sono umani è vero che quando ci si trova ad averne bisogno si tende a pensare solo a noi stessi, e mai a quanto dall'altra parte possa non essere semplice.
C'è un passaggio che mi ha colpito particolarmente ed è questo:
«Ricordo tutti i miei pazienti che muoiono dopo un'operazione» le dissi, aggiungendo fra me e me: «E vorrei tanto che così non fosse».
Questo dimostra l'estrema difficoltà per Marsh di guardare oltre, di convivere con i fallimenti, l'obbligo da medico di nascondere i propri sentimenti dietro ad una necessaria maschera di indifferenza; perchè i familiari hanno bisogno di chiarezza e non di un medico in lacrime, anche se questo porta spesso le persone a considerarlo freddo e poco empatico.
Interessante anche osservare il dottore che diventa paziente - quando si ritrova ad essere operato per un distacco della retina che può portarlo alla cecità - oppure il dottore che diventa familiare del paziente - quando all'inizio della sua carriera il piccolo figlio viene ricoverato per un tumore alla testa con conseguente idrocefalo -; è proprio in questi momenti che il dottor Marsh diventa principalmente una persona comune, come noi, con le sue paure, le sue angosce.
Mia moglie e io passammo le settimane successive in quello strano mondo in cui si entra  quando si teme per la vita di un figlio, quando il mondo esterno, il mondo reale, diventa un mondo fantasma, e la gente che lo abita distante e indistinta. La sola realtà è un'intensa paura, una paura indotta da un amore impotente e travolgente al tempo stesso. [...]
Willliam fu operato un mercoledì mattina. Hilary e io passammo molte ore facendo avanti e indietro per il centro di Londra mentre l'intervento era in corso. Fu un'utile lezione per me, quando diventai un chirurgo esperto, sapere quanto soffrano i famigliari dei pazienti mentre io sto operando.
Un'affascinante stralcio di vita lungo trent'anni che ci fa entrare nella vita di un uomo importante, medico impegnato anche in Ucraina, famoso neurochirurgo ma soprattutto Uomo, con la U maiuscola, che non ha paura di mettere nero su bianco tutti i suoi pensieri, tutte le sue insicurezze, tutti i suoi sbagli ma anche la sua caparbietà verso un sistema contro cui spesso si ritrova a lottare perchè la burocrazia ospedaliera spesso si scontra con la realtà della sala operatoria e delle urgenze.
Un unico appunto mi sento di farlo alla traduzione che purtroppo spesso pecca nella coniugazione dei verbi perchè leggere: 
"Sono quasi sicuro che è benigno" invece che "Sono quasi sicuro che sia benigno"
oppure:
"Gli chiesi se aveva domande da farmi" invece che "Gli chiesi se avesse domande da farmi"
sinceramente mi fa un po' rabbrividire!
A parte questo un libro che consiglio senza riserve a chi è curioso e poco impressionabile.

VOTO: 




8 commenti:

  1. Non sono particolarmente impressionabile, ma sono certa che in questo momento della mia vita mi angoscerebbe troppo... magari più in là! Bellissima recensione comunque, Dani!

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  2. In generale non sono facilmente impressionabile, ma quando si tratta di queste cose un po' di ansia mi viene, quindi non so se è proprio il mio genere. Comunque mi hai incuriosito :)

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  3. non è tanto il libro che fa per me, però mi è piaciuto leggere la tua opinione

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  4. Questo libro che volentieri ho piacere di leggere in quanto ci fà toccare con mano quello che pensano i medici in sala operatoria, di sicuro non vorrei essere nei loro piedi, mi farei troppe domande, solleverei tante perplessità. Mi chiedo: considerato che ogni farmaco, compreso la tachipirina è un imminosoppressore e considerato che i medici giurano sul libro di Ippocrate, ove in primis è scritto PRIMO NON NUOCERE, trovo un contrasto fra chi opera, non può far diversamente, e chi consiglia farmaci, può usare cure naturali. Vedo due "coscienze" diverse. Giuseppe

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    1. Grazie per il commento e scusa per il ritardo ma blogger mi ha spostato molti commenti in moderazione senza che io lo sapessi.
      Ma torniamo al libro...
      Bisognerebbe inoltrarsi in questioni che non mi sento di toccare, di certo questi sono libri che fanno riflettere!

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