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venerdì 6 novembre 2020

Letture con Marina #108 - Recensione di La storia di Willie Ellin di Charlotte Brontë

Buonasera lettori, primo giorno di lockdown (anche se in giro andando a recuperare il figlio a scuola ho visto il mondo) per zona rossa... voi come siete messi? Speriamo di non ritornare alle condizioni di marzo! Ma parliamo di cose belle, oggi è venerdì e torna Marina con una recensione.




Che si chiami angoscia l’angoscia, e disperazione la disperazione; scriviamole entrambe in caratteri decisi con penna risoluta: ci sarà più facile saldare i nostri debiti con il Destino. (Charlotte Brontë)



Titolo: La storia di Willie Ellin
Autore: Charlotte Brontë
Casa editrice: Flower-ed, 2016
Pagine: 89
 
Trama: 1853. Charlotte Brontë ha trentasette anni e sta affrontando il periodo più difficile della sua vita. È rimasta sola con il padre nella silenziosa canonica di Haworth, villaggio industriale dello Yorkshire, a ridosso della ventosa brughiera. Ha sepolto le ultime due sorelle, Emily e Anne, è continuamente afflitta da malanni e guarda al futuro con incertezza. Il suo destino sembra legato a un'unica decisione, ma prenderla o meno implica ferire se stessa o suo padre. La sua paura più grande, quella di morire da sola, la opprime senza tregua, così Charlotte sacrifica il suo amore filiale e decide di sposare il reverendo Arthur Bell Nicholls, già respinto una volta. In quel momento nei cassetti della sua stanza giace un manoscritto incompiuto, scritto a matita: La storia di Willie Ellin. Questa rappresenta la prima traduzione in italiano dell'opera, la cui importanza deriva proprio dalla sua forma embrionale. Essa lascia scorgere e apprezzare il prezioso momento della prima stesura del pensiero della scrittrice salita agli onori letterari grazie Jane Eyre e Villette.
 
 
RECENSIONE: 


Charlotte Bronte, insieme alle sorelle Emily e Anne, è stata una delle scrittrici più importanti dell’Ottocento, con la “produzione” di alcuni dei romanzi che ancora oggi vengono considerati dei capolavori.

Dopo un incipit del genere, non ci sarebbe più niente da dire, se non leggere questo romanzo abbozzato, incompiuto, che avrebbe potuto regalarci un altro capolavoro – e che invece è rimasto allo stato larvale, facendo sì che la sua autrice abbandonasse in un cassetto queste pagine, lasciandosi trascinare verso la morte dalla vita reale che alfine, per un motivo più che valido, aveva scelto, per non restare sola in una canonica povera e malsana in attesa di una morte, che l’avrebbe vista di nuovo – e come sempre – sola.

Come ci precisa la curatrice e traduttrice: “Charlotte morì avendo scritto troppo poco. Quel poco per i lettori italiani è ancora meno che nella lingua madre inglese”. Ed un plauso quindi va alla casa editrice flower-ed e alla traduttrice D’Auria che si è armata di carta e penna e ha dato voce, per noi italiani, a “una donna i cui ultimi scritti sono patrimonio della letteratura mondiale… una donna che ci insegna ancora a resistere quotidianamente alla battaglia della vita”. Ed è proprio qui che vorrei soffermarmi, prima di parlare brevemente dei racconti abbozzati, potremo chiamarli così, che ci ha lasciato Charlotte. Non serve sicuramente che io rivanghi la storia triste e dolorosa della vita di quest’autrice, dalla perdita prematura della madre, a quella delle sorelle, passando per l’alcolismo e la droga cui era dedito il fratello Branwell. Per non parlare del padre, il reverendo… Una vita di sacrifici e di lutti continui, quella di Charlotte Brontë, dove anche lo scrivere è una fatica e un ritagliarsi uno spazio personale solo la sera… Un classico, a ben pensarci, se non che a dire così, sembra quasi di voler sminuire una vita vissuta intensamente, seppur in uno stato di povertà a tutto tondo: povertà di condizioni igienico-sanitarie, povertà di alimentazione, povertà di calore umano…

Scrive di ciò che conosce, Charlotte – e lo fa a modo suo, con fantasia, attingendo al gotico ottocentesco e allo stereotipo, in questa tranche di romanzo o racconti incompiuti, dell’infanzia di strada vittoriana, già visitata anche da Dickens. Vite da romanzo, appunto, ma non solo – se pensiamo all’esistenza di Charlotte ed della sua famiglia. Vita che lei descrive in questo scampolo di pagine, parlando di un bimbo di soli dieci anni che scappa dal fratellastro adulto, da cui dipende economicamente, e che lo picchia senza ritegno e senza motivo, lasciandosi andare ad un carattere collerico condito dall’alcol e che gode nell’esercitare la sua prepotente violenza sugli indifesi. Qui, da parte mia, nessun commento e nessun tentativo di paragone con la realtà. Della sua famiglia. Dell’epoca.

Ma tornando ad un minimo di racconto di questi ultimi possibili capolavori, per non farsi solo irretire dalla biografia di questa famiglia particolare e dolorosamente sfortunata, essa stessa un romanzo d’appendice. Questa raccolta di racconti è divisa in “V Parti”: nelle prime due si parla dell’avita dimora di Ellin Hall, in seguito Ellin Balcony, della governante Sig.ra Widdup (che più avanti cambierà nome) e di un essere non ben precisato che è comunque il rappresentante superstite della famiglia Ellin. Già nella III parte, la governante si chiama Sig.ra Hill ed accoglie un bimbo di dieci anni, fuggiasco da un fratello maggiore violento, che già il giorno dopo lo trova a Ellin Balcony e lo riporta indietro, da dove è scappato, dopo aver picchiato sia la governante che il piccolo. La IV e la V parte si consumano nel racconto di questo sfortunato orfano, dei pesanti e sanguinosi maltrattamenti che patisce e la conclusiva notturna visita di una fantomatica ragazza di diciassette anni che con sollecita e dolce pietà lo rincuora dopo le percosse subite, lo culla stringendolo a sé ed offrendogli quel contatto materno di cui il piccolo ha oramai solo vaga memoria.

Resta per gli appassionati e per la traduttrice la felicità di poter “vedere” il romanzo in gestazione – e che a me sarebbe piaciuto vedere all’interno del romanzo , insieme alla traduzione italiana, per apprezzare maggiormente questa prova incompiuta, riportata immagino a mo’ di idee, scritti, ripensamenti, forse cancellature, dato che per economia Charlotte scriveva a matita. Resta il rammarico di una morte anzitempo, della mancanza di “una stanza tutta per sé”, che insieme ad un’impossibile indipendenza economica, le avrebbe permesso di dedicarsi maggiormente alla scrittura. Resta anche il rimpianto della corrispondenza che il marito, il rev. Arthur Bell Nicholls, chiese alla amiche di Charlotte di distruggere… E ciò non può che riportarmi alla mente grandi scrittrici o poetesse come Virginia Woolf (per certi aspetti) e Sylvia Plath.

Soprattutto la post-fazione della traduttrice, più ancora che l’analisi degli scritti di Charlotte Brontë, mi riporta con tristezza ad una situazione che è stata comune a tante, troppe donne nei secoli scorsi e finanche – ancora – nel non lontano Milleottocento. Intelligenza femminile non valutata, se non addirittura disprezzata - servitù sotto vari titoli in seno alla famiglia, cioè una badante ante-litteram, e nel caso specifico di Charlotte, la triste sorte di dover accompagnare negli ultimi istanti le proprie sorelle ed il fratello, sapendo che per lei si sarebbe profilata la solitudine, in vita come in morte. La scelta quasi obbligata, a 38 anni, di sposarsi, non tanto per uniformarsi alle rigide convenzioni sociali che lei aveva sempre rifiutato, ma per scappare alla solitudine, alla morte, al non avere più nemmeno un tetto, per quanto povero, sopra la testa. Il cambiamento del reverendo Nicholls dopo il matrimonio nei confronti dei suoi scritti, la morte a nemmeno un anno di distanza dal matrimonio, osteggiato dal padre che vedeva scappare la sua imperitura, lui credeva e voleva, badante. E la rassegnata consapevolezza di Charlotte che sposarsi avrebbe significato abbandonare la scrittura, di cui un cassetto divenne muto testimone.

E allora che Charlotte Vi accompagni nelle avversità di questo periodo difficile, proprio lei, una delle tante donne che ha fatto del sacrificio silenzioso e della resilienza quotidiana una battaglia di vita, ma che al contempo ha avuto lo splendido coraggio di brandire la penna come l’arma più potente di questo mondo e con questa continua ad illuminare anche a distanza di secoli, ad imperitura memoria.
 
A presto




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