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venerdì 28 ottobre 2016

Recensione #155 - Un calcio in bocca fa miracoli di Marco Presta

Buongiorno carissimi, come state? Io sto passando un periodaccio… lo so, ultimamente ve lo dico spesso ma purtroppo è così. Probabilmente è vero che i problemi non arrivano mai da soli, mi scuso quindi per la mia latitanza! Ma non voglio tediarvi ulteriormente quindi parliamo di libri. Sono qui oggi per lasciarvi una nuova recensione, quella del libro Un calcio in bocca fa miracoli di Marco Presta edito da Einaudi, pag. 190


Sinossi: "Io non ho più interesse per niente e nessuno, rubo penne, passeggio per strade degradate, sbavo per una portinaia e basta, basta così", dice di sé il narratore di questa storia, un vecchiaccio sgradevole e scorretto, burbero, perfido. Irresistibile. E se la portinaia di cui si è invaghito - una donna sulla sessantina, attraente, 'sciabile'- accetta la corte di un barista con i denti rifatti; se la sua ex moglie, che era "un vortice di generosità, di capricci, di ovulazioni, di piccole iniziative stupefacenti", lo guarda come se fosse il suo gommista; se con la figlia parla per lo più del tempo, a lui non resta che raccontare, divagando, di tutto questo. E raccontare di Armando, il suo migliore amico. La parte buona del carciofo che è lui. Una persona rara, gentile, positiva. Con un progetto folle in testa. Sì, perché se tutti vogliono lasciare qualcosa dopo la loro morte, "chi una tabaccheria avviata, chi un grande romanzo, qualcun altro una collezione di lattine di birra", Armando vuole lasciare un amore. Si è messo in testa che due ragazzi del quartiere che ancora non si conoscono, Chiara e Giacomo, sarebbero una coppia perfetta, e intende dare una mano al destino. Pretesa, questa, che l'intrattabile vecchiaccio reputa ridicola e tenta di osteggiare in tutti i modi. Ma dopo aver impiegato oltre settant'anni per convincere gli altri a non contare su di lui, si ritroverà coinvolto dalla fastidiosa, insistente, implacabile fiducia nella vita di Armando.

Ho cominciato questo libro come intramezzo tra due libri che sto leggendo per due gruppi di lettura diversi. La necessità era quella di trovare un libro breve, possibilmente non pesante, per poter occupare il tempo di attesa tra le diverse tappe dei gruppi di lettura. Ho dato un’occhiata al kindle e sono stata attratta da questo libro che prometteva ciò che a me serviva. Devo dire che da questo punto di vista non mi ha per niente deluso.
Avevo adocchiato questo libricino in uno dei tanti gruppi facebook dedicati ai libri di cui faccio parte; inutile dire che mi ha colpito principalmente il titolo, poi ovviamente la trama ha fatto il resto.
Un libro che ha come protagonista un vecchiaccio – il nome non è dato da sapersi – come si definisce proprio lui nell’incipit.
Sono un vecchiaccio.
Dovrei dire che sono una persona anziana, come mi hanno insegnato i miei genitori per i quali chiunque, anche un infanticida antropofago, arrivato a una certa età meritava rispetto.
La verità, però, è che sono un vecchiaccio.
Mi lavo poco, mi rado una volta alla settimana e giro per il quartiere indossando un cappotto che, dopo la mia prostata, è la cosa più malridotta che mi porto dietro.
Negli ultimi quindici anni mi sono lasciato andare, come fanno certi calciatori quando capiscono che la partita è persa e allora smettono di giocare e cominciano a dare calcioni agli avversati.
Mangio porcherie di tutti i generi, fumo molto, scorreggio in ascensore. Scaracchio per strada, ma solo quando qualcuno mi guarda.
E poi rubo le biro.
Capite che il nostro protagonista non le manda a dire e non cerca assolutamente di indorare la pillola; sa di essere fastidioso, poco accomodante, e non lo nasconde.
Una vita da falegname, un matrimonio fallito, una figlia trasferitasi da Roma a Milano per la quale non è praticamente mai stato un padre, pochi amici, una passione nascosta per la portinaia del suo palazzo e un unico vero amico fidato: Armando.
Lui stesso non si capacita per quell’amicizia di così lunga data, ma evidentemente anche uno scorbutico così, sotto sotto ha un cuore.
Inavvertitamente, gli ho voluto bene. Certe volte basta distrarsi un attimo e il cuore prende decisioni autonome, senza consultare le tue intenzioni. Ecco perché lo chiamano “muscolo involontario”.
Anche Armando è solo, non divorziato ma vedovo; la sua Francesca lo ha lasciato all’improvviso quando ancora avevano una vita davanti. Armando non ha mai amato nessun’altra ed ora, alla fine della sua vita ha come unico scopo quello di lasciare al mondo un grande amore, quello tra due ragazzi che non si conoscono ma che lui ritiene perfetti l’uno per l’altra.
Una storia semplice quella raccontata in questo libro, che l’autore ci narra con uno stile irriverente e ironico analizzando in modo semiserio il mondo degli anziani, facendoci avvicinare ai loro pensieri attraverso la loro voce. È infatti il protagonista in prima persona a raccontarci le sue mancanze matrimoniali – con relative scappatelle – il suo rapporto con l’amico di sempre, la sua necessità di non scendere a compromessi e di dire sempre ciò che pensa, anche se in modo scomodo, la sua passione sfrenata per le penne che ruba sotto gli occhi di commessi un po’ distratti in ogni negozio che frequenta. Quelle penne probabilmente sono la dimostrazione verso se stesso di essere anticonformista, “cattivo” a tutti i costi; il suo cassetto stracolmo di penne sembra il suo porto sicuro, l’attestazione di essere un uomo duro, quello che può fare ciò che vuole in barba alle regole.
In fondo è questo che per tutto il libro il protagonista ci trasmette, la sua necessità di far emergere a tutti i costi il suo lato cattivo e cinico, quasi come se quella fosse un’armatura per non cedere al tempo che passa, per dimostrare a se stesso di valere ancora qualcosa.
Ma con lo scorrere delle pagine, in realtà, qualche piccola apertura nel personaggio la vediamo, una luce in fondo al tunnel che credo possa coincidere con la consapevolezza del poter essere un uomo migliore, anche se magari un po’ troppo tardi.
Un libro che conquista pian piano, su cui ho dovuto ragionare molto per capire cosa mi avesse realmente trasmesso, un libro in cui bisogna riuscire a mettere da parte la rabbia che il comportamento del protagonista può far emergere cercando di riflettere sul perché di quel determinato modo di essere. Una buona occasione di riflessione per il lettore su molti aspetti della vita che spesso si danno per scontato. L’unica cosa su cui mi sento di fare un appunto è che, ogni tanto, alcuni parti mi sono sembrate un po’ slegate, racconti magari anche divertenti che però non sono stati legati da una storia forte e amalgamante. Bello lo stile, bello il messaggio, forse si poteva osare qualcosa di più a livello di trama ma comunque un libro che mi sento di consigliare.

 VOTO: 



4 commenti:

  1. Sicuramente nè varrà la pena ma io prefersco di no perchè butterei dal balcone il libro per la rabbia che mi farebbe venire il vecchio

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  2. e io già lo leggerei solo per il titolo, ihihih. Mi hai incuriosita molto, ci penserò

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    1. Io infatti la prima volta che ho letto il titolo non ho avuto dubbi! ;)

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