venerdì 11 settembre 2020

Letture con Marina #102 - Recensione di Pian della Tortilla di John Steinbeck

Buongiorno carissimi, scusate la latitanza ma, se mi seguite da tempo, sapete che per me settembre è il mese apatico per eccellenza - e se mi seguite da poco adesso lo scoprite! -, forse perchè da sempre settembre per me è un po' come gennaio, il mese della ripartenza, del nuovo anno scolastico, dei cambiamenti, e visto che da quando ho finito l'università - ormai troppissimo! - a settembre non cambia proprio niente, a me viene addosso un sacco di tristezza ed apatia. Ma poi passa. Forse. E comunque, leggo poco e ho ancora meno voglia di scrivere di quante ne abbia di leggere. Se potete perdonatemi e cercate di pazientare che piano piano passa. Per fortuna Marina è sul pezzo quindi oggi torna le con una nuova e brillante recensione.

Visto il periodo non propriamente allegro e pieno di pensieri in prospettiva sempre con un occhio alle sfumature meno brillanti, ho pensato di parlarVi di un enclave di novelli Cavalieri della Tavola Rotonda, magari un po’ sui generis…

Titolo: Pian della Tortilla
Autore: John Steinbeck
Casa editrice: Bompiani, 2014
Traduzione: Elio Vittorini riveduta da Luigi Sampietro
Pagine: 263

Trama: A quasi ottant'anni dalla sua pubblicazione questo romanzo, che decretò il successo letterario di John Steinbeck, conserva intatto il fascino dell'epopea americana. "Plan della Tortilla" è il quartiere di Monterey in cui vivono i paisanos, un luogo dove sopravvivere è il fine primario. Discendenti dei primi californiani, formano una colonia di gente povera ma felice, di perdigiorno amorali ma intimamente incoscienti nelle cui vene si intreccia sangue messicano, indio e spagnolo. Tra questi vive Danny, che ha ereditato due case e vive con sette paisanos cui ha concesso il diritto di dimorare nelle sue proprietà. Le giornate passano tra bevute e corteggiamenti, truffe ed espedienti, mentre il lavoro viene considerato l'ultima risorsa per procurarsi i mezzi di sussistenza. Dotati di spirito cavalleresco, i personaggi che popolano le pagine di questo capolavoro della narrativa americana vivono con umanità e grande dignità la propria decadenza morale e materiale nell'illusione di un domani migliore. Con uno stile narrativo vibrante e un gusto per la descrizione quasi cronachistico, Steinbeck rende omaggio a tutti coloro che hanno attraversato la frontiera.
 
 
 
 
 
CONSIDERAZIONI PERSONALISSIME: 

Ed ecco qui finalmente un autore che palesa francamente il suo disappunto per come recensori e lettori abbiano interpretato, sbagliando, il suo romanzo. Me lo chiedevo da un pezzo in effetti – ma cosa può mai pensare uno scrittore quando legge l’interpretazione che chi legge il suo manufatto dà all’opera, magari fraintendendo o non capendo completamente l’aggancio e/o il significato? «Ho scritto queste storie perché sono storie vere e perché mi piacevano. Ma le sentinelle della letteratura hanno considerato i miei personaggi con la stupidità delle duchesse che si divertono coi contadini e li compiangono. Queste storie sono pubblicate ed io non le posso più riprendere, ma non sottometterò più al contatto degradante della gente perbene questi bravi esseri fatti di allegria e di bontà, di cortesia ben superiore a tutte le smancerie. Se ho causato loro dei torti raccontando qualcosa delle loro storie, me ne dispiace. Ciò non avverrà più. Adios!”
 
RECENSIONE: 

Siamo qui in presenza di Cavalieri della Tavola Rotonda un po’ particolari. Diciamo che Malory aveva investito i suoi di un’aura eroica e cavalleresca. Non di meno fa il suo fan, John Steinbeck, che sembra aver scritto questo romanzo, tra l’altro il suo primo libro di successo, per rendere più allegro il momento difficile della sua vita familiare, durante la grande Depressione degli Anni Trenta negli Usa. In realtà però non è propriamente un romanzo di pura evasione, perché Steinbeck, così come farà dire ai suoi protagonisti all’interno delle vicende che si susseguono, creando un’unità di avventure, desiderano raccontare – e perché no?, vivere soprattutto, seppur a volte inconsapevolmente – storie che hanno un profondo significato.

Siamo al cospetto di “paisanos” , una sorta di brigata di cavalieri fannulloni e votati al vizio (che sia del bere o della carne), che un po’ per caso si ritrovano a vivere insieme, all’interno della casa ereditata da Danny. In realtà Danny aveva messo Pilon, suo amico, nella sua seconda casa, quella più piccola –e poi quest’ultimo, per levarsi di torno il pensiero della pigione, l’aveva sub-affittata a Pablo, che al pari dell’intelligente Pilon, non aveva alcuna intenzione di pagare l’affitto. Sia come sia, coincidenza o volere dei Santi, una notte la piccola casa era diventata un cero votivo enorme per San Francesco. Da quel momento, a parte un doveroso cazziatone di Danny agli amici, per far intender loro che lui non può essere preso sottogamba, decide di invitare nell’oramai sua unica casa gli amici. Che di avventura in avventura crescono come numero, fino a diventare la combriccola al gran completo, comprendente i seguenti coinquilini: oltre a Danny, ritornato in California dopo la fine della guerra e proprietario della casupola ed unico ad aver diritto a dormire sul letto, ci sono l’amico Pilon, che è il cervello della brigata e la voce della saggezza; Gesù Maria Concoran, l’uomo dal cuore d’oro che accorre sempre quando c’è nei paraggi un bisognoso, trascinando con sé gli amici; Pablo, l’anima devota del gruppo, che però non disdegna di farsi traviare; il Pirata, chiamato così per l’aspetto imponente e selvaggio, ma uomo dallo spirito innocente e sincero – un gigante con il cervello di un bambino; ed infine Joe il Portoghese, che ha le dimensioni di un armadio e che è ottuso e passivo, e che si può considerare a buon titolo l’antieroe del gruppo di amici. E poi c’è lo stuolo di donne, tutte allegre e disposte sempre a consolare un uomo: Dolores Engracia Ramirez detta “la Dolce”, Arabella Gros, Tia Ignacia, Cornelia Ruiz e Teresina Cortez, ognuna magistrale interprete di un ruolo femminile degno dei protagonisti maschili.

Non meno importante dei protagonisti, il luogo ed il periodo in cui è ambientata la storia. Il luogo è Monterey, in California, sul quartiere in collina dove abitano gli ultimi discendenti dei veri californiani, coloro che hanno nelle vene sangue spagnolo, messicano, indio e caucasico. Pian della Tortilla, appunto, dove città e foresta si confondono, dove le strade sono ancora immuni dall’asfalto e non c’è ancora la luce elettrica… ecco, proprio qui sta addensata la più antica popolazione di Monterey. È la popolazione cosiddetta dei “paisanos”. Il periodo è quello della Grande depressione degli anni Trenta quando imperversava la miseria e la vita era ancora più dura per le minoranze etniche, come quella ispanica, socialmente emarginata rispetto ai bianchi.

A parte il divertimento delle avventure di questi impenitenti uomini votati al dolce far niente, inframmezzato da risse, furti atti a portare qualcosa in tavola, non foss’altro che il vino, avventure galanti con donne tutt’altro che dolci, in sottofondo emergono temi come l’amicizia, il rispetto e la collaborazione di gruppo per i più bisognosi, oltre che a rimarcare il tema della precarietà della vita e soprattutto della povertà, che Steinbeck riprenderà in altri successivi suoi capolavori, come “Uomini e topi” e “Furore”, seppur con toni meno rocamboleschi.

Particolare anche l’inizio dei vari capitoli, con testatine in corsivo, alla moda dell’opera di Malory – e che con poche parole riassumono il capitolo che si andrà a leggere , predisponendo il lettore ad una lettura di volta in volta divertente, piacevole, triste, etc…

In definitiva, se dovessi scegliere uno dei temi che Steinbeck fa risaltare in controluce grazie alle birbonate di questa confraternita di uomini, mi piacerebbe raccogliere a piene mani la generosità e anche la cortesia, che qui traboccano in abbondanza e che, a ben leggere e a lasciarsi irretire dal paradosso di questi Cavalieri beoni ma d’animo sincero, ci fanno riscoprire un’America che dalla conquista del West porta diritto ai primi coloni per arrivare fino ai figli dei fiori e agli hippy. E allora perché no?, godiamoci questi gioiosi confratelli che snobbano l’insidia della borghesia e alle comodità e alla ricchezza preferiscono il dolce riposo con il cielo come coperta e la vellutata erba come letto. E la libertà come anelito di vita, almeno fino a che il tempo, o forse lo spettro della così detta civiltà, non ci afferrerà di nuovo. Credetemi, è una Buona lettura!

Buona lettura! A presto,





2 commenti:

  1. Un bellissimo libro, intenso ed emozionante. Ormai sono passati anni da quando lo lessi, ma me lo ricordo ancora con piacere. Se ti va, passa da me: http://aperto-per-lavori-in-corso.blogspot.com/

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  2. Ciao Laura, grazie!
    L'ho letto all'inizio non propriamente convinta e poi mi ha conquistata!
    Passo di sicuro, grazie!

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