venerdì 4 giugno 2021

Letture con Marina #137 - Recensione de Le nostre ore felici di Ji-young Gong

Buongiorno lettori, è venerdì quindi torna il consueto appuntamento con Marina e una delle sue recensioni.


Senza perderci in chiacchiere, quest’oggi direi di passare senz’altro a parlare di questo romanzo dai temi molto forti, di un’autrice coreana che tenta con la sua scrittura di portare in luce argomenti forse scomodi, ma per i quali serve prendere una posizione precisa.



Ti
tolo: Le nostre ore felici
Autore: Ji-young Gong
Casa editrice: Baldini Castoldi Dalai, 2021
Pagine: 352

Trama: Dopo aver tentato il suicidio per tre volte, Mun Yujong, giovane professoressa universitaria, accetta l'invito della zia, Suor Monica, di accompagnarla nelle visite a un detenuto rinchiuso nel braccio della morte, sperando che questo incontro possa in qualche modo spingerla a vivere. L'uomo, Chong Yunsu, ha alle spalle un'infanzia tormentata: dopo il suicidio del padre e l'abbandono della madre, cresce in un orfanotrofio e poi per la strada, fino a quando, coinvolto nell'omicidio di tre donne, viene condannato. È attraverso un piccolo taccuino che tiene in cella che conosciamo il suo passato: ricordi di una voce dapprima sconosciuta che a poco a poco assume il volto dell'uomo in cui Mun Yujong si perderà. Anche lei, pur provenendo da un famiglia agiata, è prigioniera di eventi traumatici mai superati. Con grande scetticismo, accetterà di incontrarlo ogni giovedì dalle 10 alle 13, per un mese: diventeranno le loro ore felici. Uno davanti all'altra, ed entrambi di fronte alla morte, le loro anime si apriranno lenendo ferite profonde e scoprendo quell'intimità e quella comprensione che la vita non ha concesso loro. Solo così Mun Yujong ritroverà una motivazione per vivere, riconciliandosi con quella rigida educazione cristiana cui si era ribellata con tutta se stessa; solo così riconoscerà la forza dell'amore e del perdono, abbracciando la colpa di Chong Yunsu, altrimenti destinata a non trovare mai pace.
 

RECENSIONE:   

La Corea del Sud sta alla generazione Z come la Gran Bretagna e l’America stavano alla generazione X e dei Millenials. Soprattutto lo spostamento dell’asse tecnologico, ma anche dell’industria del bianco e dell’automotive, ha fatto sì che il sud-est asiatico facesse prepotentemente la comparsa nel vecchio continente e quindi anche in Italia. In particolare poi negli ultimissimi anni, soprattutto l’industria dello spettacolo con k-pop e k-drama ci ha mostrato la sfavillante punta di diamante di questa nazione.

E se prendiamo in prestito anche le scene del film “Parasite”, ambientato anch’ esso a Seul, vediamo ancora più chiaramente una megalopoli tecnologicamente avanzata e dall’aspetto opulento, insieme ad un agglomerato umano dove la miseria, più che la povertà, ci rende consapevoli di un aspetto terribile di questa grande città. Aspetto che siamo tentati di non guardare, considerata anche la nostra vita, qui in occidente, di medio o medio alto livello qualitativo (megalopoli o metropoli con discorso a parte).
Fatta questa premessa e parlando di aspetti che vengono esportati all’estero e che danno della Corea una visione edulcorata e scintillante, leggere il romanzo di Ji-young Gong è come un pugno nello stomaco per gli argomenti che sceglie di “vedere” e ci riporta bruscamente con i piedi per terra e ci dà sicuramente una visione più reale del paese Corea del Sud.
Non vogliamo qui stilare un corollario generico e asettico che ci parli del suo passato travagliato e doloroso a causa delle invasioni subite nel passato o più recentemente con i colpi di stato ed il massacro del 1980, oppure di un grave problema attualmente in atto ma che il Paese dovrà affrontare soprattutto nei prossimi decenni e legato alla bassissima natalità che affligge già oggi la Corea del Sud. No, l’autrice sottende tutto questo e ci parla dell’oggi di questo Paese, e lo fa con due protagonisti d’eccezione, pur creando due figure disorientate ed in preda agli istinti più pericolosi che ci possano essere per il genere umano.
Yujong, trentenne professoressa universitaria, che ha ottenuto la sua posizione di prestigio grazie alla sua altolocata famiglia e che ha tentato diverse volte di suicidarsi. Si direbbe una donna dalla vita inutile. E che non merita il livello sociale e di benessere materiale raggiunto. Yunsu, ventisettenne detenuto nel braccio della morte, in attesa di essere giustiziato per gli omicidi orrendi perpetrati. E che – forse – non merita la pena capitale.
Tutti gli altri protagonisti, seppur personaggi di rilievo ai fini della trama, sono comunque di contorno – seppure alcuni siano così ben delineati e presenti da essere addirittura il deus ex machina per la crescita personale dei due protagonisti principali.
La narrazione è un susseguirsi tristemente quieto ma allo stesso tempo serrato tra il flusso di coscienza della giovane Yujong e il diario scritto in prima persona da Yunsu.
Anche se il lettore inizialmente non ne capisce la portata, i primi due brevissimi capitoli sono proprio la presentazione che ciascuna di queste due giovani anime fa di sé stessa: da un lato Yunsu che vuole emendare la coscienza dai propri peccati, dall’altro una Yujong che si sta avviando a perdere l’ennesima persona cara e che nell’elaborare questo oramai prossimo lutto, ripensa alla perdita più grave della propria vita. Così facendo riflette sul fatto che è solo grazie a queste due persone, la zia Suor Monica e Yunsu, se lei ha potuto rendersi conto di essere capace di uscire dall’oscurità nella quale era precipitata. E unicamente in virtù di queste due persone care che lei è riuscita inconsapevolmente a dare il là al suo percorso di rinascita personale e di condivisione di quell’amore che solo la grazia divina, per chi è religioso e nell’accezione più pura del termine, può
dispensare.
Due vite completamente diverse, quelle di Yujong e di Yunsu: così diverse che paiono perfino appartenere a due epoche diverse. Quanto quella della ragazza, nella capitale Seul, è stata lussuosa e fino ad un certo punto apparentemente priva di pensieri, tanto quella di Yunsu e di suo fratello minore Unsu è stata dolorosa ed atroce, sin dalla più tenera età, tra violenza domestica, miseria, abbandono e angherie fisiche e psicologiche anche in orfanotrofio. Da una parte una vita disintegrata, inutile ed egoista, incentrata sul benessere sociale per cercare di non pensare; dall’altra una vita alla stregua di quella delle bestie da soma, dove la violenza chiama violenza e sembra non esserci possibilità di una scelta consapevole diversa.
Eppure, ad un certo punto, per entrambi i protagonisti, scatta quel qualcosa che li avvicina.
Perchè seppur in modo diverso e da esperienze di vita – come detto – completamente dissimili, fa loro capire che la violenza estrema e il non sentirsi amati è il denominatore comune della loro vita.
E che, nonostante tutto, c’è sempre la possibilità di voler e poter scegliere un percorso diverso.
Ed è inizialmente ed ancora difficile per l’uno e per l’altra accettare la violenza, per come l’hanno vissuta fino a quel momento, senza pensare che l’unico sfogo sia la vendetta, di cui la brutalità è, ancora una volta, il frutto amaro.
In questo spaccato di Corea del Sud, l’egoismo, l’indifferenza, la miseria più nera così come il lusso più sfrenato, la corruzione dilagante, l’aggressività fine a sé stessa che non porta a nulla se non ad altra violenza, portano la vicenda ad un crescendo, in un’escalation di disagio e degrado soprattutto spirituale, che non troverà altro sbocco se non nel tentativo di suicidio da una parte e all’omicidio, o alla complicità nell’omicidio, dall’altra.
I capitoli dei racconti di Yujong e di Yunsu sono preceduti da aforismi di letterati, religiosi e finanche di cantautori, che se da un lato smorzano i temi così oppressivi, dall’altro ci danno il tempo di sgombrare la mente dalla sensazione di tristezza e di ineluttabilità della storia, che neppure la descrizione di paesaggi e di passaggio climatico riesce a far emergere da una nebbia appiccicosa di melanconia e in ultimo, di profonda commozione.
Non è sicuramente un romanzo fine a sé stesso. Alcuni capitoli devono sedimentare e i semi che producono vanno messi a dimora, per consentire al messaggio dell’autrice di arricchire la propria vita e di germinare col tempo, consentendoci di cogliere bacche e fiori nel momento del nostro stesso bisogno. Non è del resto un mistero, leggendo la biografia dell’autrice, il suo impegno nella lotta per la parità di genere, sia a livello sociale che a livello lavorativo/economico, di impegno contro il progressivo aumento di violenza nei confronti delle persone con handicap, come pure a favore delle categorie economiche più fragili, soprattutto in quelle società dove si assiste ad un repentino boom economico.
I temi portanti di questo racconto sono molteplici e pesanti, difficili da riassumere in poche parole e che meriterebbero un approfondimento a sé stante, soprattutto perché richiedono una presa di posizione per la quale poche volte siamo disposti ad esporci in prima persona.
La “meritocrazia” tra ricchi e poveri, la genitorialità come presa di coscienza e non come passaggio automatico nell’evoluzione umana, la non violenza e l’empatia come modelli di vita, unitamente alla lotta al mondo patriarcale e alla visione ancestrale dello stupro, come pure alla lotta per la totale scomparsa della pena di morte nel mondo.
Lasciato per ultimo, non per importanza ma perché permea tutta la vicenda, ne è anzi l’ombra in cui tutto sembra essere assorbito, proprio la pena di morte, che come un ouroboros ci fa ritornare al concetto della vendetta, e da lì nuovamente alla violenza travestita da giustizia, in un girotondo insensato e senza fine, tra carnefici e vittime.
Non c’è speranza di un lieto fine, in questo romanzo. Non potrebbe essere altrimenti. E lo si percepisce sin dall’inizio, proprio per le parole che una nuova Yujong, che esce dall’oscurità della propria anima e fa della sfortunata vita di Yunsu un messaggio di speranza e di miglioramento per sé e per le persone che riuscirà a sfiorare nella propria vita.

L’ambientazione del romanzo arriva, nel presente del narrato, al 1997. E nonostante siano passati poco più di vent’anni, risulterà difficile al lettore medio accostarsi a certe situazioni, così lontane dal nostro vissuto quotidiano. Per certi versi, sembra quasi di essere catapultati in un’Italia del primissimo dopoguerra, fatti salvi tecnologia e megalopoli.
Invero, stupisce un po’ il tema fortemente religioso che pervade buona parte del romanzo, come unico possibile insegnamento di grazia, nell’accezione più cristiana possibile, e come unico proseguimento di una vita altrimenti vana, dedita alla sola violenza come mero istinto di difesa.
Difficile soprattutto considerato che dobbiamo fare i conti con una nazione come la Corea del Sud, dove più della metà della popolazione si dichiara non religiosa.
“Esiste solo una cosa peggiore del non riuscire a provare niente: ignorare di non riuscire a provare niente” (Charles Fred Alford)
E forse proprio questo è al contempo il messaggio ed il monito che ci lascia l’autrice: perché come riportano alcuni versi del suo amico poeta Ki Hyongdo, “Siate vivi! Chiunque voi siate, restate vivi”!
Che non significa sopravvivere.
A presto




 

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