venerdì 11 giugno 2021

Letture con Marina #138 - Recensione di Calles. Tredici racconti dalla Bolivia

Buongiorno lettori, è venerdì quindi torna il consueto appuntamento con Marina e una delle sue recensioni.


Questa settimana leggevo con interesse le considerazioni in IG di Lucia Accoto (se volete curiosare: “accotol”), in merito alle recensioni che vengono postate. Tralascio volutamente il discorso sulle recensioni che sono un copia-incolla delle sinossi o i post di mera pubblicità di libri in uscita. L’argomento che mi aveva interessata maggiormente verteva sul fatto che in questa pagina ci si auspicava un maggior numero di recensioni dove le sensazioni personali - e quindi il costrutto della maggior parte della recensione - dovrebbe essere ciò di cui si scrive (sintetizzo per non dilungarmi). E vediamo un po’ questa tesi all’opera…?




Ti
tolo: Calles. Tredici racconti dalla Bolivia
A cura di: Maria Cristina Secci
Casa editrice: Gran Via, 2018
Pagine: 203

Trama: Fino a poco tempo fa quasi sconosciuta al lettore italiano, la narrativa boliviana sta vivendo un momento di improvvisa e forse inattesa fioritura grazie a un numero crescente di autori nati tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta che, accanto ad argomenti storici e politici, sviluppano nei rispettivi testi temi più personali e intimi, con varietà e vivacità formale sorprendenti. "Una generazione giovane dinanzi alla tradizione e vigorosa nel proprio tempo", dunque, che si sta facendo pian piano ineludibile, divenendo punto di riferimento per chiunque voglia avvicinarsi alla letteratura ispanoamericana di inizio secolo. Dopo le antologie incentrate sul racconto messicano, cubano e cileno, questa nuova selezione dedicata al paese andino propone contributi di scrittori che con le loro opere si stanno facendo ambasciatori della letteratura boliviana nel mondo.
 

RECENSIONE:   


Ieri sui blog che partecipano ai viaggi virtuali di “Lettori intorno al mondo”, Vi ho accennato alla Bolivia, chiedendoVi poi di seguirci oggi qui, per non creare un post troppo lungo e quindi dividendo la parte del viaggio dal libro che mi ha fornito l’occasione di parlarvene.

Racconti. Che negli ultimi tempi vengono apprezzati un po’ di più. Nel mio caso, perché ultimamente mentre sto leggendo un libro, per quanto entusiasmante, ho la curiosità di iniziarne subito un altro. Una raccolta di scritti di autori mi consente a volte di incanalare il mio interesse in un unico libro.

Come dicevo ieri, un plauso a Gran Via Editore e ai traduttori di questi tredici autori, perché la letteratura boliviana, salvo qualche altro caso sporadico di raccolte e/o autore che emerge, resta sempre in una sorta di sottobosco.

In questa raccolta, tra l’altro, gli autori, con un’unica eccezione, sono tutti nati dopo il 1970. Una generazione che sembra scostarsi dalla precedente per i temi che porta avanti. Non più una sorta di obbligo morale nel sentirsi in dovere di parlare delle condizioni socio-economiche, politiche e culturali del proprio Paese, ma la possibilità di spaziare con argomenti che, anche se ci riportano a tali soggetti, lo fanno partendo da scelte tematiche diverse.

Così, se la famiglia è utilizzata dagli autori della generazione precedente per denunciare le condizioni sociali e familiari dell’epoca o della tradizione sud-americana in generale e boliviana in particolare, con specifico riferimento anche alle origini indigene, ora gli autori più giovani utilizzano la propria voce per narrare storie legate intimamente alle nuove generazioni, al cambiamento sociale, ma senza dover vincolare il racconto alla politica o a quel realismo sociale di denuncia che a molti lettori, se così francamente esplicitato, non piace o non interessa.

SEBASTIÁN ANTEZANA, MAXIMILIANO BARRIENTOS, MEGELA BAUDOIN, NATALIA CHÁVEZ GOMES DA SILVA, LILIANA COLANZI, GABRIEL ENTWISTLE, RODRIGO HASBÚN, SAÚL MONTAÑO, FABIOLA MORALES, EDMUNDO PAZ SOLDÁN, GIOVANNA RIVERO, ALEJANDRO SUÁREZ, WILMER URRELO ZÁRATE.

Ci troviamo quindi di fronte a 13 autori che ci intrattengono con altrettanti racconti, più o meno lunghi, alcuni già pubblicati, altri in fase di pubblicazione (quantomeno nel 2018), con argomenti gli uni diversi dagli altri, alcuni “escatologici” e quindi di ampio respiro, alcuni legati al mondo famiglia – e alcuni di una violenza così inaudita da lasciarci con il libro aperto, in attesa che il cervello registri le parole traducendole in significato tale da poter essere compreso, poi sedimentato, alfine riposizionato fuori da noi stessi per dargli un senso che per noi abbia un valore oggettivo.

E se quindi alcuni racconti mi sono subito penetrati nella pelle come se fossero situazioni che avrei potuto vivere, essendo ad esempio donna e madre… penso ad esempio al magnifico quanto innervato nel profondo abisso di insicurezza di tutte le madri di “Nel Bosco” di Giovanna Rivero, il cui argomento mi ha fatto venire in mente quanto detto da Tommaso Scotti nel suo “L’Ombrello dell’Imperatore”, a proposito della legge sulle adozioni di minori in Giappone… d’altro canto altri racconti mi hanno lasciata volutamente estranea, come estranea m’è la storia della Bolivia, che ho volutamente evitato di “ripassare” prima di leggere i racconti.

E a tal proposito, per associazione di idee, il violento “La Giapponese” di Saul Montano, che fotografa una gioventù inutilmente rabbiosa, dove la vita sembra scorrere tra notti di alcol, sesso e violenza gratuita senza soluzione di continuità, e dove l’inutilità di questa vita dà la stura ad una truculenza senza senso, ma legata al piccolo paese che non offre nulla di più di quello di cui i ragazzi si servono selvaggiamente.

O ancora “Deforme” di Fabiola Morales, con una danza di similitudini medico-letterario-artistiche tra la protagonista del racconto e l’arcinota artista Frida Kahlo e la fotografa del popolo Dorothea Lange, da cui farsi tentare in Internet per scoprire che una delle sue fotografie più famose ci farà esclamare: “Ah!, ma è sua”? (Migrant Mother)

Ci sono poi racconti incentrati sulla vecchiaia, per esempio il “Foto di famiglia” di Liliana Colanzi, colpevole fra l’altro di avermi fatto scoprire questa raccolta di scritti quantomeno ricchi di potente vita boliviana.

E che dire di “Dochera” di Edmundo Paz Soldan, che ci fa vivere la vita di un enigmista famoso, in attesa del successivo incontro con questa donna misteriosa, “Dochera” appunto, che nemmeno dopo il 57esimo cruciverba dedicatole decide di palesarsi al mondo e soprattutto al cruciverbista.

Ce ne sono parecchi tra quelli che ho letto, anche se magari violenti, che mi sono piaciuti. Ma chiudo parlandoVi di “Vecchi che guardano porno” di Sebastian Antezana, perché, titolo svela, ci parla di due uomini che alla fine del loro ciclo vitale si incontrano, si innamorano, decidono di condividere gli ultimi anni della loro vita in un tran-tran soddisfacente, dove il picco sentimental-corporeo viene raggiunto con la visione di film porno, unitamente alla ricerca di un possibile reale che si celi dietro alla finzione degli attori. Finchè all’orizzonte appare Lui, che spezza gli equilibri teoricamente oramai radicati. Ed allora, da anziani come da giovani, la passione e la paura ci fanno vivere sensazioni terrificanti che richiedono sacrifici…

E così, come potete vedere, le parole sgorgano ma si fanno poco confidenziali, perché il desiderio di far capire di cosa racconta un libro è forse più forte di parlare di sensazioni personali, che proprio per la loro natura potrebbero svilire o quantomeno mistificare il senso di quanto si dovrebbe invece raccontare. Se quindi nell’incipit Vi ho proposto nascostamente un dilemma, nella chiusa dichiaro di non essere riuscita a darmi una risposta definitiva. Resta infine qui però la potenza di una scrittura di un collettivo che ci parla della sua terra, che dista anni luce dalla mia provincia ed dalla mia educazione piccolo borghese.

Come per il dubbio che non posso sciogliere con certezza, così questi racconti alla fine una cosa in comune ce l’hanno, a parte raccontarci di una Bolivia grandemente inesplorata: il finale. Che rimane come in sospeso, quasi volesse dare a noi lettori la possibilità di decidere per i vari personaggi e regalare alle loro storie una probabilità ancora in divenire. Un po’ come la mia recensione.
A presto




 

giovedì 10 giugno 2021

Lettori intorno al mondo - SudAmerica - Marina vi porta in Bolivia

 Buongiorno lettori, torna la rubrica dei viaggi. Questo mese vi portiamo in Sud America. La scorsa settimana Nadia vi ha portato in Argentina - post cliccando qui - Viviana vi ha portato nella Foresta Amazzonica Ecuatoriana - post qui - e oggi Marina vi porta in Bolivia! Siete pronti? Prendete passaporto e bagagli perchè si parte.




Se per i primi viaggi virtuali di “LETTORI INTORNO AL MONDO” con Baba e Nadia del blog Desperate Bookswife, Daniela del blog Un libro per Amico e Viviana di CaraCarissimaMe mi sono “appoggiata” ad autori autoctoni o a romanzi ambientati proprio nel Paese di cui volevo raccontarVi, questa volta, visto il Paese scelto, ho sentito la necessità di vivere un più ampio spettro di esperienze, essendo il Sud America così distante geograficamente e culturalmente dal nostro mondo.

E non solo.

Ho trovato encomiabile da una parte e commovente dall’altra che i traduttori e le traduttrici dei 13 racconti scelti come lettura propedeutica per il Viaggio in Bolivia, abbiano frequentato la Laurea Magistrale in Traduzione Specialistica dei Testi presso la Facoltà di Studi Umanistici dell’Università di Cagliari, in collaborazione con “Aulas Abiertas. Seminario permanente di studi linguistici e letterari su America Latina e Caraibi”. Perché, se è vero che come diceva Susan Sontag “la funzione della traduzione è evangelica”, nel senso che amplia la cerchia di lettori di un libro, è anche vero che permette la lettura a fruitori culturalmente e linguisticamente distanti, in un gioco delle parti che è di comune interesse. E che anzi a mio parere andrebbe furiosamente fomentato per rendere accessibili esperienze e narrati completamente avulsi dalla propria realtà.
 


Titolo: Calles. Tredici racconti dalla Bolivia
A cura di: Maria Cristina Secci
Casa editrice: Gran via, 2018
Pagine: 203


Ci credereste? Anche per una persona come me, arroccata al piacere della visita di Paesi e/o capitali ben precise, che non lascia nulla al caso nell’organizzazione dei suoi viaggi, la Bolivia è nata quasi per caso. E proprio per questo non potevo che scegliere un romanzo corale che canta liricamente il suo Paese, per poterci approcciare alla Bolivia a braccia aperte e per poter decidere un futuro viaggio. Un mondo così distante, come cultura, storia e tradizioni, che un micro escursus è quantomeno indicato per poterlo apprezzare nel sentiero che disegneremo insieme.

BOLIVIA

La Bolivia si trova nella parte centrale del Sud America, con un territorio variegato che va dalla catena delle Ande al deserto di Atacama, fino alla foresta pluviale del bacino dell'Amazzonia. La capitale La Paz, sorge a più di 3500 m di altezza sull'altipiano andino, davanti al picco nevoso del monte Illimani. Lì vicino, il Titicaca, il lago più grande del continente, si estende con le sue acque tranquille oltre i confini del Perù. La Bolivia ha come capitale legislativa Sucre e come capitale governativa La Paz, mentre la città più grande e popolosa è Santa Cruz de la Sierra. Senza sbocchi al mare, nel 2010 ha stretto un accordo con il vicino Perù, grazie al quale ha ottenuto per 99 anni l'uso del porto di Ilo. Questa parte del continente americano è abitata da circa 15 000-20 000 anni. Nelle regioni andine dell'attuale Bolivia fiorirono numerose culture di cui la più importante è forse quella Tiahuanaco, che si sviluppò tra il II secolo a.C. e il XIII secolo nella parte meridionale del lago Titicaca. Molto più recente il dominio Inca, che data il XV secolo, il cui impero venne sottomesso dalla conquista spagnola di Francisco Pizarro anche grazie alle lotte intestine per il potere. Nella zona dei bassopiani tropicali, in epoche anteriori alla cultura Tiahuanaco, si svilupparono complesse organizzazioni umane che crearono e controllarono estese opere di ingegneria idraulica, nelle savane e foreste dell'attuale regione del Beni. La cultura delle Lomas di Moxos e Baures permise per quasi 3 000 anni l'esistenza di una densa popolazione che riuscì a convivere con le periodiche inondazioni di imponenti affluenti del Rio delle Amazzoni, come il Mamoré, Beni e Iténez. (fonti: Google e Wikipedia)



Parlavo di encomiabilità nella traduzione dei racconti di “Calles”, perché in Italia si fatica a leggere letteratura boliviana, soprattutto di autori nati negli anni a cavallo tra il 1970/1980 (un’unica eccezione, Edmundo Paz Soldan, classe 1967). Questi autori di nuova generazione tra l’altro, a differenza dei loro predecessori, si sono finalmente svincolati dalla mera letteratura legata a doppia mandata con la situazione politico-sociale, anche se echi di tale struttura si possono ancora ben ravvisare nei loro scritti. E non potrebbe essere che così, vista la Storia del loro Paese. E per tornare alla Sontag, è qui che, a mio avviso, la nascita di reti sociali e blog culturali, insieme all’editoria tradizionale, trova l’humus adatto per una finalmente utilità fondamentale : la diffusione di quella letteratura ancora poco conosciuta a livello mondiale, ma meritevole di essere cantata in giro per il mondo. Tutto questo è di capitale importanza anche per “stabilire una retroalimentazione con gli spazi narrati di altri Paesi e anche per processi interni al proprio Paese raccontato”. E una volta tanto: benedetta globalizzazione, chè qui vuol essere intesa non come standardizzazione, ma come opportunità di far viaggiare opere interessanti.

Una delle primissime cose che mi ha incuriosita, è il luogo di nascita comune ad alcuni di questi autori boliviani: Cochabamba, sede tra l’altro del parlamento dell'Unione delle Nazioni Sudamericane. Qui sono nati Rodrigo Hasbun, Fabiola Morales, Edmundo Paz Sodan, quest’ultimo unica eccezione della raccolta di racconti, in quanto come detto anno di nascita 1967, affermato scrittore di romanzi e racconti tradotti in molte lingue.

La città di Cochabamba si trova nel centro della Bolivia e conta circa 630.000 abitanti all’ altitudine di 2560 m.s.l.m.!, cosa non rara da queste parti, se pensiamo che La Paz, sede del governo, si trova ad un’altitudine di 3660 m.s.l.m. e vi ci abitano più di 850.000 persone. Si è guadagnata il soprannome di città dell’eterna primavera, con la sua temperatura media di 26 gradi tutto l’anno.

Inizierei da qui la nostra visita in Bolivia, preferendola ad altre città boliviane più blasonate, che vedremo più avanti.

Saliamo quindi al cerro del “Cristo de la Concordia"



Sul cucuzzolo di una collina a pochi minuti dal centro si trova una gigantesca statua alta 40, 44 metri raffigurante un Cristo, molto simile a quello più famoso di Rio de Janeiro, ma più grande dato che quello brasiliano raggiunge solamente i 38,10 metri. Una comoda funicolare ti porta fino alla cima in circa 5 minuti ma è anche possibile salire e scendere a piedi percorrendo 1399 gradini. Una volta arrivato in cima potrai godere di una vista a 360 gradi sulla “Llajta”, che in lingua indigena Quechua (ancora parlata da molti) significa “città”.

Oppure stanchi del viaggio per raggiungere la Bolivia, preferite rilassarvi in “Plaza 14 de Septiembre”?



Si

tratta della piazza principale della città, in stile coloniale ancora ben conservato, ospita la Cattedrale di San Sebastian risalente ai primi del 1700. Volendo potresti stare delle ore seduto a guardare il passaggio di famiglie, amici che si ritrovano a chiacchierare, venditori e venditrici di cibi e bevande da strada, predicatori, cantanti, ballerini di breakdance e soprattutto decine di persone che danno da mangiare alle centinaia di piccioni che contribuiscono a rendere la piazza ancor più animata. Un’altra piazza interessante è Plaza Colón da dove potrai inziare una passeggiata sul Prado, vialone alberato e pedonale in pieno centro dove potrai incontrare diversi ristoranti di cucina locale e non.

E ancora, potete visitare le bancarelle dei “mercados”, le decine di murales che colorano la città, il Museo archeologico dell’Università Mayor de San Simón, il Convento Museo di Santa Teresa…

(fonte ideevacanze.com)


E visto che abbiamo nominato la capitale La Paz, dove è nato un altro degli autori della ns raccolta, Wilmer Urrelo Zarate, perché non fare un salto a visitarla?

La Paz (in quechua e in aymara Chuqiyapu), il cui nome completo è Nuestra Señora de La Paz (letteralmente Nostra Signora della Pace), è sede del governo della Bolivia e dei poteri legislativo ed esecutivo, mentre la sede del potere giudiziario e capitale dello Stato boliviano è Sucre. Situata nella provincia di Pedro Domingo Murillo (dipartimento di La Paz), si può considerare la metropoli più alta del mondo. La città si trova in una valle circondata da alte montagne. Crescendo, La Paz si è espansa sulle colline, con conseguente variazione delle altezze cittadine da 3 200 a 4100 m s.l.m. Nel panorama cittadino svetta imponente la cima tripla perennemente innevata dell'Illimani (6462 m), che può essere visto da molte parti della città, così come dalla vicina città di El Alto sede dell'aeroporto internazionale più alto del mondo.] L'area metropolitana di La Paz, di cui fanno parte anche El Alto, dove è situato l'aeroporto internazionale e Viacha, è l'area urbana più popolosa della Bolivia, superando, con 2,3 milioni di abitanti, l'area metropolitana di Santa Cruz de la Sierra.





Capitale che ci riporta un po’ nel caos e che Vi farò visitare da soli, preferendole l’altra capitale, Sucre, che si è fatta rubare il primato, ma è pur sempre lei la capitale costituzionale della Bolivia!

Per i più pigri, un paio di suggerimenti per La Paz, da cui prendere spunti per un viaggio più personalizzato:

Plaza Mayor de San Francisco

Foto di Caleidoscopic


Plaza Mayor de San Francisco è la piazza più grande di La Paz, punto d'incontro degli abitanti della città. Qui, infatti, durante i weekend, principalmente nelle ore mattutine, potrete imbattervi in concerti di musica classica, che avvicinano sempre sia persone del luogo sia turisti. Inoltre, è anche il punto di raccolta e riferimento durante raduni politici e proteste. E' sempre stata molto importante dal punto di vista politico, a partire dalla rivoluzione del 1952, quando fu un punto strategico per la rivolta che portò poi all'Indipendenza.
Sulla piazza si affaccia l'omonima chiesa, la Basilica di San Francesco, la più antica della città. In stile barocco, i lavori di costruzione iniziarono nel 1549 e terminarono nel 1581, ma dopo dei gravi danni subiti e numerose ristrutturazioni, viene consacrata nel 1758.

Valle della Luna

Foto di EEJCC 


A soli 10 chilometri dal centro di La Paz si trova la Valle della Luna, nel canyon del Rio Choqueyapu. Nonostante il nome un po' fuorviante, questa non è una vera e propria valle, ma una specie di labirinto creato da canyon e pinnacoli che si sono creati naturalmente nel corso dei secoli attraverso l'erosione.


Ed ora lasciamo La Paz per una rapida visita a Sucre, capitale costituzionale della Bolivia e sede della Corte Suprema de Justicia, ed è il capoluogo della provincia di Oropeza con 306.751 abitanti. Una curiosità di Sucre è il fatto che per i suoi abitanti essa abbia ben cinque nomi, ciascuno a memoria di una fase della sua storia plurisecolare: Charcas è il nome indigeno che indica il luogo in cui gli spagnoli costruirono la prima città coloniale; La Plata è il nome dato alla città insignita dal re di Spagna di privilegi e di onori; il nome Chuquisaca venne concesso alla città durante la lotta per l’indipendenza; Sucre onora Don Antonio José de Sucre il maresciallo della battaglia di Ayacucho (9 dicembre 1824), e, infine “La Ciudad Blanca” – ovvero la città bianca – è il soprannome dovuto al colore delle sue abitazioni.

Anche qui solo un paio di suggerimenti, dato che in internet non mancano i consigli.

Plaza 25 de Mayo



Plaza 25 de Mayo, in pieno centro storico, è il cuore della città. Nella piazza, rimasta inalterata nel corso del tempo, potrete ammirare tutta la bellezza dell'architettura coloniale. Qui si affacciano alcuni tra i palazzi ed edifici storici più importanti della città e al centro è posizionata la statua di Antonio Jose Sucre, l'eroe nazionale della liberazione boliviana.

Cuore pulsante di Sucre, qui troverete venditori, carretti di cibo, studenti universitari, turisti. E' probabile che potrete anche imbattervi in qualche spettacolo musicale o teatrale. Inoltre, se non siete attratti dallo street food non vi preoccupate, lungo i lati della piazza è pieno di locali e ristoranti in cui fermarvi e assaggiare il cibo locale.

E tanto per visitare qualcosa di diverso ma altrettanto interessante, soprattutto se viaggiate insieme a bambini:

Parco Cretacico

Foto di Caleidoscopic


Come ultima attrazione vi proponiamo qualcosa di diverso dal solito, il Parco Cretacico, un parco dedicato ai dinosauri!, facilmente raggiungibile dal centro di Sucre. Questo parco sorge proprio su un sito in cui vennero ritrovati molti fossili e impronte di dinosauro e, ad oggi, è la zona con il maggior numero di tracce e con la più lunga serie di impronte al mondo.
In una parte del parco, chiamata Carl Orck'o, potrete vedere da vicino le orme lasciate dai dinosauri.


Troppe cose da visitare? Preferite gite naturalistiche, viaggiando a piacere per il Paese? E allora prima di lasciarci, lasciatevi affascinare anche dagli incredibili spettacoli naturalistici di questo Paese, perché oltre alla foresta pluviale, c’è molto altro!

Salar de Uyuni


Il Salar de Uyuni (anche noto in spagnolo come Salar de Tunupa e in inglese come Uyuni salt flats) è un esteso bacino endoreico tra i più grandi al mondo formatosi a seguito della progressiva evaporazione di un lago salato, nonché in assoluto la più grande distesa salata del pianeta.


Laguna Verde



Laguna Verde è un lago salato, situato a sud-ovest dell'altiplano della Bolivia, nel Dipartimento di Potosí, nella Provincia di Sud Lípez, nei pressi del confine con il Cile e ai piedi del vulcano Licancabur. È ubicata all'interno della Riserva nazionale di fauna andina Eduardo Avaroa. Deve la sua colorazione ai sedimenti che si depositano sul fondo, composti da minerali di rame. Si trova a circa 4.300 metri sul livello del mare. Il lago è noto per gli scenari spettacolari nei dintorni dell'area e per le sue acque termali.

La Laguna Colorata



La laguna Colorada è un lago salato caratterizzato da acque poco profonde, che si trova ad una altitudine di 4278 m nella parte sudoccidentale dell'altiplano della Bolivia all'interno della Riserva nazionale di fauna andina Eduardo Avaroa, in prossimità del confine con il Cile. Fa parte del gruppo di laghi salati conosciuti come Lagunas de colores. La laguna Colorada, con le sue acque ricche di minerali, è un importante sito di accoppiamento e riproduzione del fenicottero di James che qui è particolarmente abbondante, oltre che di altre specie meno diffuse quali il fenicottero delle Ande.

Ed eccoci qui anche questa volta alla fine di un viaggio particolare. E se volete sapere un po’ più precisamente di cosa ci parlano i 13 autori boliviani della raccolta “Calles”, non vi rimane che attendere domani e curiosare nel blog di Daniela, Un libro per amico.

Stanchi di sognare? E allora… buon viaggio e a presto!




Calendario:
Nadia sul blog Desperate Bookswife il 3 giugno 
Viviana sul blog Cara Carissima me il 7 giugno
Marina sul blog Un libro per amico il 10 giugno 
Baba sul blog Desperate Bookswife,  il 17 giugno 
Io ovviamente qui, chiuderò i giochi il 24 giugno
 
Se volete aggiungervi e viaggiare con noi, contattateci!

lunedì 7 giugno 2021

Recensione #395 - Una felicità semplice di Sara Rattaro

Buongiorno lettori, e buon inizio settimana. Oggi vi parlo di Una felicità semplice, di Sara Rattaro, edito da Sperling & Kupfer, pag. 243.


Trama:
Un giorno come tanti, Cristina entra in un negozio sotto casa per fare la spesa. Un saluto veloce all'ingresso, i gesti automatici di sempre, qualche pensiero per la testa. Poi, all'improvviso, un uomo la afferra alle spalle e le punta qualcosa alla schiena. E così quella commissione insignificante diventa un momento cruciale, uno spartiacque tra un prima e un dopo, o addirittura tra la vita e la morte. Proprio in quell'attimo, ostaggio di una rapina, Cristina percepisce l'essenza di tutto, come se le si squarciasse un velo davanti agli occhi. E si vede per quella che è davvero: una madre che non ha ancora sanato la frattura profonda che la divide da sua figlia, e una figlia che non sa comprendere il desiderio di sua madre di rifarsi una vita; una vedova chiusa in un dolore indicibile, e una donna che crede di avere già amato abbastanza - forse, di non avere nemmeno più diritto alla felicità. È un istante sospeso, tra mille variabili e mille possibilità: una fatale follia o un soccorso insperato; un futuro da cancellare o un nuovo inizio per rinascere. È l'incipit di un romanzo che sa sorprenderci e metterci in discussione a ogni pagina. Perché tutti noi, come Cristina, siamo sospesi tra occasioni che non sappiamo cogliere e scorci di felicità che ci fanno paura, tra mani che la vita ci tende e assi nella manica che potrebbero regalarci la mossa vincente. Il destino potrà confonderci con i suoi percorsi imprevedibili, ma a salvarci sarà solo il nostro coraggio: quello di inseguire i nostri sogni o di concederci l'occasione di amare di nuovo.

Sara Rattaro torna con un nuovo lavoro e lo fa con la sua solita semplicità ma anche con la sua grande carica di sentimenti.

venerdì 4 giugno 2021

Letture con Marina #137 - Recensione de Le nostre ore felici di Ji-young Gong

Buongiorno lettori, è venerdì quindi torna il consueto appuntamento con Marina e una delle sue recensioni.


Senza perderci in chiacchiere, quest’oggi direi di passare senz’altro a parlare di questo romanzo dai temi molto forti, di un’autrice coreana che tenta con la sua scrittura di portare in luce argomenti forse scomodi, ma per i quali serve prendere una posizione precisa.



Ti
tolo: Le nostre ore felici
Autore: Ji-young Gong
Casa editrice: Baldini Castoldi Dalai, 2021
Pagine: 352

Trama: Dopo aver tentato il suicidio per tre volte, Mun Yujong, giovane professoressa universitaria, accetta l'invito della zia, Suor Monica, di accompagnarla nelle visite a un detenuto rinchiuso nel braccio della morte, sperando che questo incontro possa in qualche modo spingerla a vivere. L'uomo, Chong Yunsu, ha alle spalle un'infanzia tormentata: dopo il suicidio del padre e l'abbandono della madre, cresce in un orfanotrofio e poi per la strada, fino a quando, coinvolto nell'omicidio di tre donne, viene condannato. È attraverso un piccolo taccuino che tiene in cella che conosciamo il suo passato: ricordi di una voce dapprima sconosciuta che a poco a poco assume il volto dell'uomo in cui Mun Yujong si perderà. Anche lei, pur provenendo da un famiglia agiata, è prigioniera di eventi traumatici mai superati. Con grande scetticismo, accetterà di incontrarlo ogni giovedì dalle 10 alle 13, per un mese: diventeranno le loro ore felici. Uno davanti all'altra, ed entrambi di fronte alla morte, le loro anime si apriranno lenendo ferite profonde e scoprendo quell'intimità e quella comprensione che la vita non ha concesso loro. Solo così Mun Yujong ritroverà una motivazione per vivere, riconciliandosi con quella rigida educazione cristiana cui si era ribellata con tutta se stessa; solo così riconoscerà la forza dell'amore e del perdono, abbracciando la colpa di Chong Yunsu, altrimenti destinata a non trovare mai pace.
 

RECENSIONE:   

La Corea del Sud sta alla generazione Z come la Gran Bretagna e l’America stavano alla generazione X e dei Millenials. Soprattutto lo spostamento dell’asse tecnologico, ma anche dell’industria del bianco e dell’automotive, ha fatto sì che il sud-est asiatico facesse prepotentemente la comparsa nel vecchio continente e quindi anche in Italia. In particolare poi negli ultimissimi anni, soprattutto l’industria dello spettacolo con k-pop e k-drama ci ha mostrato la sfavillante punta di diamante di questa nazione.

E se prendiamo in prestito anche le scene del film “Parasite”, ambientato anch’ esso a Seul, vediamo ancora più chiaramente una megalopoli tecnologicamente avanzata e dall’aspetto opulento, insieme ad un agglomerato umano dove la miseria, più che la povertà, ci rende consapevoli di un aspetto terribile di questa grande città. Aspetto che siamo tentati di non guardare, considerata anche la nostra vita, qui in occidente, di medio o medio alto livello qualitativo (megalopoli o metropoli con discorso a parte).
Fatta questa premessa e parlando di aspetti che vengono esportati all’estero e che danno della Corea una visione edulcorata e scintillante, leggere il romanzo di Ji-young Gong è come un pugno nello stomaco per gli argomenti che sceglie di “vedere” e ci riporta bruscamente con i piedi per terra e ci dà sicuramente una visione più reale del paese Corea del Sud.
Non vogliamo qui stilare un corollario generico e asettico che ci parli del suo passato travagliato e doloroso a causa delle invasioni subite nel passato o più recentemente con i colpi di stato ed il massacro del 1980, oppure di un grave problema attualmente in atto ma che il Paese dovrà affrontare soprattutto nei prossimi decenni e legato alla bassissima natalità che affligge già oggi la Corea del Sud. No, l’autrice sottende tutto questo e ci parla dell’oggi di questo Paese, e lo fa con due protagonisti d’eccezione, pur creando due figure disorientate ed in preda agli istinti più pericolosi che ci possano essere per il genere umano.
Yujong, trentenne professoressa universitaria, che ha ottenuto la sua posizione di prestigio grazie alla sua altolocata famiglia e che ha tentato diverse volte di suicidarsi. Si direbbe una donna dalla vita inutile. E che non merita il livello sociale e di benessere materiale raggiunto. Yunsu, ventisettenne detenuto nel braccio della morte, in attesa di essere giustiziato per gli omicidi orrendi perpetrati. E che – forse – non merita la pena capitale.
Tutti gli altri protagonisti, seppur personaggi di rilievo ai fini della trama, sono comunque di contorno – seppure alcuni siano così ben delineati e presenti da essere addirittura il deus ex machina per la crescita personale dei due protagonisti principali.
La narrazione è un susseguirsi tristemente quieto ma allo stesso tempo serrato tra il flusso di coscienza della giovane Yujong e il diario scritto in prima persona da Yunsu.
Anche se il lettore inizialmente non ne capisce la portata, i primi due brevissimi capitoli sono proprio la presentazione che ciascuna di queste due giovani anime fa di sé stessa: da un lato Yunsu che vuole emendare la coscienza dai propri peccati, dall’altro una Yujong che si sta avviando a perdere l’ennesima persona cara e che nell’elaborare questo oramai prossimo lutto, ripensa alla perdita più grave della propria vita. Così facendo riflette sul fatto che è solo grazie a queste due persone, la zia Suor Monica e Yunsu, se lei ha potuto rendersi conto di essere capace di uscire dall’oscurità nella quale era precipitata. E unicamente in virtù di queste due persone care che lei è riuscita inconsapevolmente a dare il là al suo percorso di rinascita personale e di condivisione di quell’amore che solo la grazia divina, per chi è religioso e nell’accezione più pura del termine, può
dispensare.
Due vite completamente diverse, quelle di Yujong e di Yunsu: così diverse che paiono perfino appartenere a due epoche diverse. Quanto quella della ragazza, nella capitale Seul, è stata lussuosa e fino ad un certo punto apparentemente priva di pensieri, tanto quella di Yunsu e di suo fratello minore Unsu è stata dolorosa ed atroce, sin dalla più tenera età, tra violenza domestica, miseria, abbandono e angherie fisiche e psicologiche anche in orfanotrofio. Da una parte una vita disintegrata, inutile ed egoista, incentrata sul benessere sociale per cercare di non pensare; dall’altra una vita alla stregua di quella delle bestie da soma, dove la violenza chiama violenza e sembra non esserci possibilità di una scelta consapevole diversa.
Eppure, ad un certo punto, per entrambi i protagonisti, scatta quel qualcosa che li avvicina.
Perchè seppur in modo diverso e da esperienze di vita – come detto – completamente dissimili, fa loro capire che la violenza estrema e il non sentirsi amati è il denominatore comune della loro vita.
E che, nonostante tutto, c’è sempre la possibilità di voler e poter scegliere un percorso diverso.
Ed è inizialmente ed ancora difficile per l’uno e per l’altra accettare la violenza, per come l’hanno vissuta fino a quel momento, senza pensare che l’unico sfogo sia la vendetta, di cui la brutalità è, ancora una volta, il frutto amaro.
In questo spaccato di Corea del Sud, l’egoismo, l’indifferenza, la miseria più nera così come il lusso più sfrenato, la corruzione dilagante, l’aggressività fine a sé stessa che non porta a nulla se non ad altra violenza, portano la vicenda ad un crescendo, in un’escalation di disagio e degrado soprattutto spirituale, che non troverà altro sbocco se non nel tentativo di suicidio da una parte e all’omicidio, o alla complicità nell’omicidio, dall’altra.
I capitoli dei racconti di Yujong e di Yunsu sono preceduti da aforismi di letterati, religiosi e finanche di cantautori, che se da un lato smorzano i temi così oppressivi, dall’altro ci danno il tempo di sgombrare la mente dalla sensazione di tristezza e di ineluttabilità della storia, che neppure la descrizione di paesaggi e di passaggio climatico riesce a far emergere da una nebbia appiccicosa di melanconia e in ultimo, di profonda commozione.
Non è sicuramente un romanzo fine a sé stesso. Alcuni capitoli devono sedimentare e i semi che producono vanno messi a dimora, per consentire al messaggio dell’autrice di arricchire la propria vita e di germinare col tempo, consentendoci di cogliere bacche e fiori nel momento del nostro stesso bisogno. Non è del resto un mistero, leggendo la biografia dell’autrice, il suo impegno nella lotta per la parità di genere, sia a livello sociale che a livello lavorativo/economico, di impegno contro il progressivo aumento di violenza nei confronti delle persone con handicap, come pure a favore delle categorie economiche più fragili, soprattutto in quelle società dove si assiste ad un repentino boom economico.
I temi portanti di questo racconto sono molteplici e pesanti, difficili da riassumere in poche parole e che meriterebbero un approfondimento a sé stante, soprattutto perché richiedono una presa di posizione per la quale poche volte siamo disposti ad esporci in prima persona.
La “meritocrazia” tra ricchi e poveri, la genitorialità come presa di coscienza e non come passaggio automatico nell’evoluzione umana, la non violenza e l’empatia come modelli di vita, unitamente alla lotta al mondo patriarcale e alla visione ancestrale dello stupro, come pure alla lotta per la totale scomparsa della pena di morte nel mondo.
Lasciato per ultimo, non per importanza ma perché permea tutta la vicenda, ne è anzi l’ombra in cui tutto sembra essere assorbito, proprio la pena di morte, che come un ouroboros ci fa ritornare al concetto della vendetta, e da lì nuovamente alla violenza travestita da giustizia, in un girotondo insensato e senza fine, tra carnefici e vittime.
Non c’è speranza di un lieto fine, in questo romanzo. Non potrebbe essere altrimenti. E lo si percepisce sin dall’inizio, proprio per le parole che una nuova Yujong, che esce dall’oscurità della propria anima e fa della sfortunata vita di Yunsu un messaggio di speranza e di miglioramento per sé e per le persone che riuscirà a sfiorare nella propria vita.

L’ambientazione del romanzo arriva, nel presente del narrato, al 1997. E nonostante siano passati poco più di vent’anni, risulterà difficile al lettore medio accostarsi a certe situazioni, così lontane dal nostro vissuto quotidiano. Per certi versi, sembra quasi di essere catapultati in un’Italia del primissimo dopoguerra, fatti salvi tecnologia e megalopoli.
Invero, stupisce un po’ il tema fortemente religioso che pervade buona parte del romanzo, come unico possibile insegnamento di grazia, nell’accezione più cristiana possibile, e come unico proseguimento di una vita altrimenti vana, dedita alla sola violenza come mero istinto di difesa.
Difficile soprattutto considerato che dobbiamo fare i conti con una nazione come la Corea del Sud, dove più della metà della popolazione si dichiara non religiosa.
“Esiste solo una cosa peggiore del non riuscire a provare niente: ignorare di non riuscire a provare niente” (Charles Fred Alford)
E forse proprio questo è al contempo il messaggio ed il monito che ci lascia l’autrice: perché come riportano alcuni versi del suo amico poeta Ki Hyongdo, “Siate vivi! Chiunque voi siate, restate vivi”!
Che non significa sopravvivere.
A presto




 

martedì 1 giugno 2021

Blogtour: Il grido della Rosa di Alice Basso - Tappa 2: Anita e il giallo dei Saturnalia



Buongiorno lettori, dopo aver conosciuto ieri, sul blog A spasso coi libri, Il grido della rosa di Alice Basso - secondo volume della serie con protagonista Anita ambientata a Torino in epoca fascista - tocca a me oggi parlarvi di un aspetto particolare di questa serie: il giallo nel giallo.
Anita è infatti una dattilografa per Saturnalia - editore della rivista di racconti gialli "Saturnalia" -  ed il suo compito è quello di trascrivere traduzioni di racconti gialli americani

In questo nuovo volume della serie l'editore si spinge un passo oltre per contrastare la rivista rivale - il "Dramma" - che mira ad arrivare anche al pubblico femminile attraverso trentasei righe di elogio a Paola Borboni, attrice trentacinquenne.
Monné, il proprietario di Saturnalia è talmente in competizione con i proprietari del "Dramma" e de "Le grandi firme" che va anche contro i propri pensieri maschilisti e fascisti cercando la novità.

«Sul pezzo, Sebastiano, bisogna essere sul pezzo! Adesso la novità è che piacciono le donne, ma dimmi tu. Chi l'avrebbe mai detto. E comunque bisogna adeguarsi, cavalcare l'onda, guardare avanti.»

 Saturnalia si lancia quindi nella traduzione di una particolare rivista americana: la Clues Detective Stories.
Protagonista dei gialli di questa rivista è una donna: Page Violet McDade, donna, detective, titolare di un'agenzia investigativa. 
«Una detective! Una donna, titolare di un'agenzia investigativa!»
Monnè fa una faccia possibilista. Anita fa una faccia possibilista.
«Una donna detective?» Monné si massaggia il mento.
«Cioè, nel senso che è proprio lei che indaga, che investiga, che fa la protagonista?»
«E che possiede l'agenzia», annuisce Sebastiano.
«Fantastico!» dice Anita.
«Non sarà troppo?» rimugina Monné.
«No, è fantastico» sbuffa Anita, sapendo che tanto Monné neanche la sente.
«Però in effetti potrebbe essere sexy», continua a rimuginare Monné.
«E ti pareva che non doveva almeno essere secsi», ri.sbuffa Anita, che le parole inglesi più importanti ormai le ha imparate.

E detective donna sia, ma mica ci si accontenta a Saturnalia! 

A disposizione tra le riviste che Julian fornisce a Sebastiano ci sono Frederick Nebel con l'accoppiata Jack Cardigan e Patricia Seaward anche se Anita ha le sue preferenze:

«Ma, se posso dire la mia, mi incuriosiscono tanto anche quelli su questa Miss Pinkerton».

Perché Jullian ha parlato a Sebastiano, e Sebastiano ha di conseguenza parlato con Anita, anche di quest'altro personaggio, Hilda Adams, che fa l'infermiera e però risolve i casi del suo amico ispettore di campagna, il quale la soprannomina scherzosamente Miss Pinkerton, essendo Pinkerton il nome della più famosa agenzia investigativa degli Stati Uniti. [...]

«Tantopiù che l'autrice, questa Mary Roberts Rinehart, pensi, qui non la conosce nessuno, ma lo scorso decennio è stata l'autrice più pagata d'America. E non nel senso di "la più pagata fra le autrici donne": la più pagata proprio fra tutti gli scrittore! Non è incredibile?»

Ma ricordiamoci, siamo nel periodo fascista, Mussolini è l'uomo più amato del momento e, anche in una lotta tra vendite di riviste, questo non è proprio un dettaglio quindi Saturnalia deve comunque andarci piano...

 Più si due racconti con donne su un unico numero non ne possono mettere, così ne selezionano uno di quelli vecchi dell'Operatore per completare il fascicolo e poi si portano avanti scegliendo quale nuova detective presentare sul numero del mese seguente. Ad Anita ne piace una che si chiama Susan Dare, perché è una bella figliola che non solo risolve gialli ma li scrive anche, cioè fa proprio la giallista, e infatti è a sua volta il personaggio di un giallista donna di nome Mignon G. Eberhart. Sebastiano approva, ma entrambi convengono che tutto questo dominio rosa possa destabilizzare un po' i lettori - meglio procedere a piccoli passi -, così decidono che il secondo racconto sarà un po' più prudente, non avrà un'altra protagonista donna ma due coprotagonisti di sesso diverso. Sebastiano insiste per la serie di Jack Cardigan e Pat Seaward, che continua a sostenere che ad Anita piacerà molto. E infatti le piace: Anita non riesce a non ridere mentre batte a macchina.


 E infine non manca J.D. Smith, l'autore sotto il cui nome si nascondono Sebastiano e Anita, nato per poter raccontare le storie escluse dalla giustizi ufficiale dei giornali, per portare alla luce i soprusi che la legge non vuole punire e, diciamocelo, in quel periodo lì non è che ne siano pochi anzi. Spesso le vittime passano totalmente sotto silenzio ed i soprusi sono giustificati da una mentalità retrograda e fascista. Nessuno - tranne noi lettori - conosce la vera identità di J.D. Smith, e questo sicuramente è un gran valore aggiunto alla storia.

Il giallo nel giallo è quindi quello che ci regala ancora una volta Alice Basso con questo suo secondo volume con protagonista la bellissima Anita, un personaggio che in soli due libri ha avuto una crescita entusiasmante!

Per oggi ho finito, ma non perdetevi domani il post su Bookspedia.

 




Super Lettori all'arrembaggio. Sesta Tappa: Giugno



Ciurme a rapporto! Siamo arrivati alla quarta tappa di questa challenge, abbiamo affrontato mostri, isole deserte e siamo pronti a ripartire per un nuovo mese di navigazione. Se non sapete di cosa stiamo parlando qui potrete trovare il post dove viene spiegata a grosso modo la sfida, nel caso abbiate qualche dubbio o non ricordiate più le regole potete invece andare QUI

COME SI GIOCA?

Le tappe sono mensili, quindi dodici tappe in un anno.


Ogni mese vi daremo 6 obiettivi e una mappa. Ogni libro che leggerete vi farà accumulare punti (1 punto ogni 10 pagine) e il vostro punteggio sarà sommato a quello di tutti i componenti del vascello. QUINDI CI SARA' UN PUNTEGGIO UNICO DEL VASCELLO, NON PERSONALE.

Ecco gli obiettivi di questo mese, che potrete usarli tutti, uno, due, tre...insomma senza vincoli. Potrete anche leggere 20 libri in un mese seguendo sempre lo stesso obiettivo.

1- Il pirata Barbanera ebbe il controllo del Mar dei Caraibi durante la cosiddetta età dell'ora della pirateria. Leggi un libro ambientato in America Centrale o America Meridionale (Dal Messico in giù).

2- Sui pirati sono state scritte storie infinite con cui si potrebbero riempire intere enciclopedie. Leggi un libro con più di 500 pagine.

3- Ogni pirata che si rispetti è descritto con un aggettivo che ne tesse le lodi o che ne aumenta una pericolosità. Leggi un libro con un aggettivo nel titolo.

4- Spesso i pirati hanno dei nomi fantastici che hanno diversi significati. Leggi un libro in cui il cognome dell'autore abbia un significato di senso compiuto (Basso, King, Bosco, Brown...etc ).

5- I pirati sono grandi assalitori ma di certo non vengono ricordati per il loro essere acculturati, anzi, chissà se sapevano mettere tre lettere in fila!? Leggi una catena di 3 libri il cui cognome inizi con tre lettere dell'alfabeto consecutive. Esempio: A-B-C / G-H-I / P-Q-R vale alfabeto inglese. I libro della catena con la lettera più vicina alla Z, sarà raddoppiato.
6- ? domani mattina in diretta lo scoprirete. Collegatevi sul gruppo Facebook alle 10:30, chi non ce la fa...troverà la registrazione.
Passiamo alla mappa. Come abbiamo scritto i vostri singoli punteggi saranno sommati e andranno assegnati al vostro vascello di appartenenza. 

Quando la prima nave raggiungerà i 1200 punti sbarcherà sull'isola poi quest'ultima si autodistruggerà (distruggendo anche il marinaio di Ombretta che ovviamente arriverà prima, e sto mese stop. Finito.) ahahahahahahahah
Come sempre scoprirete i dettagli una volta arrivati. Il nostro consiglio è quello di sbrigarvi ancora più del solito. Quindi ricordate: un'isola solo per i primi che stabiliranno i giochi a cui gli altri dovranno adeguarsi.

Se non perirete, quando la nave conquisterà 2200 punti incontrerete il mostro (quindi Sonia e le sue perfide trovate). 

Nel frattempo potrete continuare a leggere i vostri libri, questo non ostacolerà le vostre letture.

L'isola e il mostro dovranno essere raggiunti almeno 48 ore prima della fine del mese altrimenti i loro effetti non varranno.  




E cosa facciamo noi TRE? Noi avremo la possibilità di leggere come voi e i nostri punti si accumuleranno alla fine del mese ai vostri punti totali! Bello eh!

Ogni mese il vascello che raggiungerà il punteggio più alto vincerà una fiasca di Rum (gli altri acqua salata...) e il punteggio verrà azzerato a tutti per ripartire da zero il mese successivo. Vincerà la sfida finale il vascello più ubriaco (ovvero chi avrà accumulato più fiasche di Rum in dodici mesi).

Cosa fanno i NOSTROMI? Questa figura l'abbiamo pensata per aiutarci nel lavoro di coordinazione, ci aiuterà a tenere i punti del proprio vascello, ad avvisarci al raggiungimento di un traguardo, insomma coordinerà mozzi e marinai e farà da portavoce. Rappresentanti di classe venite a noi!! Può rimanere sempre lo stesso oppure potrete variare ogni mese, basta che entro un giorno dall'inizio del mese voi lo comunichiate al vostro Capitano.


COME SI INSERISCONO I PUNTI? DOVE SI MANDANO LE RECENSIONI?

Esiste un Gruppo dedicato alla challenge in cui è OBBLIGATORIO ENTRARE (cliccare QUI per richiedere l'accesso) all'interno del quale inserirete la recensione o il link nel caso la vogliate scrivere altrove e dovrete allegare il titolo, numero di pagine, obiettivo, la foto e tassativamente l'# di appartenenza (#laperlanera #olandesevolante #jollyroger). Ci sarà un foglio Drive di riepilogo con il vostro nome e i punti ottenuti che gestiremo noi. ATTENZIONE IL GRUPPO FACEBOOK PER INSERIRE LE RECENSIONI E' QUELLO GENERALE, LE RECENSIONI SI METTONO Lì, VISIBILI A TUTTI I PARTECIPANTI.


COME FACCIO A PARTECIPARE?

- Vi chiediamo di commentare questo post e compilare il format che utilizziamo solo per l'iscrizione QUI. 
Essere iscritti ai nostri quattro blog: Desperate Bookswife, Il salotto del gatto libraioOmbre di Carta, Un libro per amico. 


Per adesso è tutto, ci ritroviamo in alto mare.