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giovedì 15 novembre 2018

Curiosità tra le righe #8 - Disposofobia

Rubrica inventata da me in cui, a cadenza casuale, condividerò con voi le curiosità che scoverò tra le righe dei libri. 

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Buon giovedì lettori, come state? Anche voi, come me, state già volgendo uno sguardo languido al weekend? Possiamo farcelta, la settimana è quasi finita!!!
Dopo tantissimo tempo torno con questa rubrica a cui tengo molto e che non riesco a pubblicare spesso come vorrei visto che non dipende unicamente da me. Trovare nei libri curiosità da raccontarvi non è affatto semplice ma, appena ne scovo, sono felice di condiverle con voi. Siete pronti?


La curiosità di cui parleremo oggi è una fobia di cui avete sicuramente parlare - complice anche un famosissimo programma televisivo in onda su Real Time - ma magari, come me, non ne conoscete il nome o le sue origini. Si tratta della Disposofobia.
Ho trovato questa curiosità nel libro L'ipotesi del male di Donato Carrisi edito da Tea, catalogo Longanesi, che sto leggendo proprio in questi giorni.

Ecco il passaggio che ho sottolineato.
Nell'età in cui può capitare che una ragazzina torni a casa con un cucciolo randagio, Diana un giorno era rientrata da scuola con una vecchia radio raccontando di aver trovato anche quella per strada. Asseriva che sarebbe stato un vero peccato lasciarla lì e che, sicuramente, il proprietario non sapeva ciò che stava facendo quando l'aveva gettata.
A differenza del telefonino, però, la radio era guasta e non si poteva riparare. Ma per Diana ciò sembrava non fare alcuna differenza.
Anche quella volta sua madre l'aveva lasciata fare, senza sapere che, da quel momento, la ragazzina avrebbe iniziato a portare a casa la roba più svariata - una coperta, un passeggino, barattoli di vetro, vecchie riviste -, giustificando ogni ritrovamento con una storia convincente.
In principio, la madre di Diana,  pur consapevole che ci fosse qualcosa di sbagliato nella strana abitudine della figlia, non riuscì a opporle valide ragioni per farla smettere. La mania, però, celava un morboso attaccamento agli oggetti conosciuto con il nome di disposofobia.
A differenza di quella donna, Mila sapeva che si trattava di un disturbo ossessivo compulsivo. Chi ne soffre, accumula roba di cui non riesce più a disfarsi.

lunedì 24 aprile 2017

Curiosità tra le righe #7 - Perigeo lunare

Rubrica inventata da me in cui, a cadenza casuale, condividerò con voi le curiosità che scoverò tra le righe dei libri. 
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Buongiorno amici! Come state? Siete al lavoro o, come me, siete a casa per il ponte?
Finalmente riesco a tornare con una puntata della rubrica dedicata alle curiosità trovate nei libri. Purtroppo preparare questi post è particolarmente impegnativo perchè prima devo fare moltissime ricerche online quindi mi perdonerete non riesco a pubblicarli spessissimo ma preferisco la qualità alla quantità.


La curiosità di cui parleremo oggi è sulla luna e in particolare su quel Perigeo lunare.
Ho trovato questa curiosità nel libro Ninfee Nere di Michel Bussi edito da edizioni e/o, recensione qui.

Ecco il passaggio che ho sottolineato. È la piccola Fanette che parla:
Ne hanno parlato a France Bleu Haute-Normandie e anche alla televisione regionale, hanno detto che oggi la luna piena è la più grande dell'anno. È al perigeo, hanno spiegato. Il che significa, se ho ben capito, che stanotte la luna è nel punto più vicino alla terra... Ho anche imparato che la luna non traccia un cerchio intorno alla terra, ma un'ellisse... quindi c'è un giorno in cui la luna piena è più lontana dalla terra e un gionro in cui è più vicina...
Cioè stasera! Secondo loro, vista a occhio nudo dalla terra, la luna diventa più grande. L'hanno detto subito dopo le previsioni del tempo, al momento della rubrica sugli eventi del giorno. Il perigeo. Una volta all'anno.
Il termine Perigeo lunare è il termine scientifico per quella che in modo volgare viene spesso indicata come superluna.Il termine superluna fu introdotto dall’astrologo Richard Nolle nel 1979 ma non ha alcuna rilevanza scientifica.
La distanza della la luna dalla Terra può variare - visto il movimento ellittico del satellite - tra un valore minimo di 356.410 km, detto per l’appunto perigeo, e uno massimo di 406.740 km, l’apogeo.
In genere le lune piene nei pressi del perigeo si verificano ogni 13 mesi e 18 giorni, quindi non parliamo di un fenomeno insolito. L'ultimo Perigeo lunare è stato il 14 dicembre 2016 mentre il prossimo si vedrà solo a gennaio 2018. Non è sempre facile notare la differenza tra una “superluna” e una normale luna piena infatti una differenza del 30% di luminosità può essere facilmente mascherata dalle nubi e dalla foschia. Inoltre, non ci sono punti di riferimento utili per misurare i diametri lunari. L’illusione maggiore si verifica quando la Luna si trova nei pressi dell’orizzonte.
Il fenomeno ha anche un suo corrispettivo all’apogeo: la micro Luna.

martedì 19 luglio 2016

Curiosità tra le righe #6 - Accordi del diavolo

Rubrica inventata da me in cui, a cadenza casuale, condividerò con voi le curiosità che scoverò tra le righe dei libri. 
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Buonasera lettori! Oggi, dopo parecchio tempo, torno con una curiosità trovata tra uno dei miei meravigliosi libri!


L'argomento è tutto musicale, in particolare si fa riferimento agli Accordi del diavolo.
Pochi sanno che in gioventù ho suonato il sassofono contralto in una banda di paese e in diverse orchestre di liscio quindi quando si parla di musica resto sempre affascinata. Ho trovato questa curiosità nel libro Il battito del sangue di Tess Gerritsen edito da Longanesi - recensione qui - un thriller che ha come argomento base la musica, uno spartito, una suonatrice di violino.

Ecco il passaggio che ho sottolineato:
«Accordi del diavolo? Cosa sono?»
«Sono accordi, detti anche tritoni o intervalli di quarta aumentata, che nel Medioevo erano chiamati diabolus in musica e venivano evitati nella musica sacra perché troppo dissonanti e fastidiosi. »
Diabolus in musica è la locuzione con cui i teorici musicali del Medioevo indicavano il tritono (intervallo di quarta aumentata, detto anche di quarta eccedente, o di quinta diminuita), a causa della sua difficoltà d’intonazione. Formato esattamente da tre toni interi - per es.  fa-si naturale - è uno degli intervalli più dissonanti della scala diatonica. Per la singolarità del suo effetto melodico fu considerato da evitare nella musica medievale.
Una quarta aumentata fa-si. Foto da Wikipedia
Ci sono diverse teorie secondo cui al tritono sia stato affibiato proprio il nome di accordo del diavolo; una delle più accreditate è che il tritono divide un'ottava in due - il tritono è infatti una semi ottava, cioè la metà esatta di un'ottava - ed etimologicamente diavolo - che deriva dal greco diaballo - significa dividere.
Un'altra tesi diffusa è che effettivamente, almeno per il nostro orecchio occidentale, suonare ad esempio Do-Fa# insieme, o una nota dopo l’altra, produce un suono “stonato” o comunque instabile. E nel medioevo non si poteva tollerare che la musica, scritta per celebrare e lodare Dio, contenesse una simile dissonanza.
Nonostante questo accordo abbia un chiaro riferimento al diavolo, nella storia della musica è stato utilizzato ampiamente anche da compositori importantissimi come Monteverdi, Bach e Beethoven. Ai giorni nostri viene utilizzato moltissimo nei film horror, nella musica gotica e anche per le sirene della polizia e dei vigili del fuoco. È inoltre presente nella sigla del famosissmo cartone animato The Simpsons composta da Danny Elfman (il tritone è presente nella distanza tra le sillabe "The" e "Sim"),
A quanto pare, se nel Medioevo questo accordo non era tollerato, nei tempi moderni è utilizzato molto più di frequente di quanto possiamo immaginare.

lunedì 25 gennaio 2016

Curiosità tra le righe #5 - Le uova di pettirosso

Rubrica inventata da me in cui, a cadenza casuale, condividerò con voi le curiosità che scoverò tra le righe dei libri. 
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Buongiorno carissimi! Oggi, dopo parecchio tempo, torno con una curiosità trovata tra uno dei miei meravigliosi libri!


L'argomento cui si fa riferimento sono Le uova di pettirosso.
Ho trovato questa curiosità grazie alla mia ignoranza. Poco dopo aver iniziato a leggere le prime righe del libro La fabbrica delle meraviglie di Sharon Cameron edito da Mondadori, ho trovato una descrizione che faceva proprio riferimento all'argomento di cui vi parlerò oggi.

Ecco il passaggio che ho sottolineato:
Sole caldo e cielo color uovo di pettirosso non erano le condizioni ideali per mandare uno zio in manicomio.
Bene, immaginatevi la scena: io e mio marito seduti sul divano in una solita serata domestica. Io leggo, lui sfoglia cataloghi di camper, nostro figlio russa sul divano già crollato dal sonno. Io leggo questo pezzo a mio marito e gli chiedo: "di che colore sono le uova di pettirosso? Beige pallido/bianchiccie come le altre?"  Lui mi risponde: "E che ne so!"
Ok cerco notizie!

È nata così l'idea di questo post!

E voi, ditemi la verità, ora, così, su due piedi, sapreste dirmi il colore delle uova di un pettirosso? Però quello americano eh... che è imparentato ma solo lontanamente con quello europeo (questa cosa dovevo dirla così mi sento meno ignrante!). Il suo nome scientifico è turdus migratorius, noto come tordo americano; è l’uccello simbolo degli stati del Connecticut, Michigan e Wisconsin. È tra i primi a cantare all’alba ed è attivo soprattutto durante il giorno, mentre di notte si riunisce in grandi stormi a dormire sugli alberi. È considerato un simbolo
della primavera ed è infatti una delle prime specie di uccelli a deporre le uova nel corso della stagione riproduttiva. Ebbene lui, proprio lui, fa delle uova meravigliose di cui ora non potrete più scordarvi!
Il color Uovo di pettirosso, è una tonalità di blu nata sul finire dell'Ottocento prendendo appunto spunto da questo uccello americano.

© Wayne Lynch/All Canada Photos/Corbis
Che mica è un blu qualunque... la sua gradazione più chiara è nientepopodimenoche, udite udite, rullo di tamburi, squillano le trombe, il blu Tiffany (ora ecco, se non conoscete il color uova di pettirosso va bene ma il blu Tiffany dovete conoscerlo per forza eh!!!).
La prima volta in cui si decise di usare il color Tiffany, fu per la copertina del Tiffany Blue Book, l’annuale raccolta delle più belle creazioni realizzate. Charles Lewis Tiffany scelse appunto il colore delle uova del pettirosso e da allora quella tonalità divenne il vero brand dell’azienda. Il pantone di riferimento, riporta il codice 1837, anno di apertura del primo negozio a New York.
Pensateci... un uovo di pettirosso ha saputo ispirare e rendere famoso un marchio così importante, conosciuto in tutto il mondo; un uovo il cui colore adesso è coperto da copyright. 

Fonti:
http://www.focus.it/cultura/curiosita/gli-uccelli-dalle-uova-azzurre-26032013
https://it.wikipedia.org/wiki/Uovo_di_pettirosso
https://withaspoonfulofsugar.wordpress.com/tag/tiffany/
http://www.tekneco.it/ambiente/il-tordo-americano-e-la-mascotte-di-ecomondo/

Ecco, diciamo che dopo questo approfondimento, che difficilmente dimenticherò, ho potuto continuare a leggere il mio libro! Che ne dite di questa curiosità? Ne eravate a conoscenza?

giovedì 24 settembre 2015

Curiosità tra le righe #4 - I colori a olio

Rubrica inventata da me in cui, a cadenza casuale, condividerò con voi le curiosità che scoverò tra le righe dei libri. 
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Buongiorno carissimi, come state? Io sono particolarmente contenta perchè finalmente oggi torno con una curiosità trovata durante una della mie letture.
L'argomento cui si fa riferimento sono i colori ad olio.

Ho scovato questa curiosità nel libro La ragazza con l'orecchino di perla di Tracy Chevalier edito da Neri Pozza, se ve la siete persa trovate la mia recensione qui.



Ecco il passaggio che ho sottolineato:

Un altro giorno mi fece chiedere al macellaio una vescica di maiale. Non capii perchè la volesse, fin quando in seguito non mi chiese di tirar fuori dal cassetto ogni mattina, dopo aver fatto le pulizie,  i colori che gli sarebbero serviti. Aprì i cassetti dello stipo vicino al cavalletto e mi mostrò i colori che vi erano riposti, nominandoli uno per uno. Molti di quei termini non li avevo mai sentiti: oltremare, vermiglione, massicotto. Le terre, quella bruna e quella gialla,  il nero d'avorio e il bianco di piombo erano conservati in vasetti di ceramicam chiusi con pergamena per evitare che si seccassero. I colori più costosi - i blu, i rossi e i gialli - erano conservati in piccole quantità in vesciche di maiale. In ciascuna era praticato un foro da cui, strizzando, si poteva far uscire il contenuto, e in cui veniva infilato un chiodino per chiuderlo.

Ebbene sì, avete capito bene, i colori a olio più pregiati nel XVII secolo venivano conservati in vesciche di maiale; in piccole quantità perchè comunque in quel modo seccavano troppo velocemente.
La macinazione dei colori, che veniva una volta fatta personalmente dagli antichi pittori, consisteva nello stritolare e impastare i colori stessi con l'olio sopra un piano di porfido mediante una pietra adatta, pure di porfido, in forma e in grandezza di una scodella, per lo spazio di mezz'ora o di un'ora. Per compiere il procedimento era necessario avere esperienza e scegliere fra i vari pigmenti quelli che potevano essere mescolati senza creare reazioni di incompatibilità, le quali avrebbero pregiudicato irrimediabilmente il dipinto nel tempo. Per questo motivo nei secoli passati alcune opere hanno patito gli effetti di esperimenti mal riusciti.
Non è il caso di Vermeer, protagonista assoluto del libro in questione. L'estrema vividezza e qualità dei colori nei dipinti di Vermeer, tuttora riscontrabile, è dovuta alla grande cura posta dall'artista nella preparazione dei colori ad olio e nell'estrema ricercatezza dei migliori pigmenti rintracciabili all'epoca. Esempio di tale qualità è il largo uso che Vermeer fece del costosissimo blu oltremare, ottenuto dal lapislazzuli, utilizzato in tutti i suoi dipinti non solo in purezza, ma anche per ottenere sfumature di colore intermedie. Non rinunciò ad usare questo pigmento dal costo proibitivo anche negli anni in cui versava in pessime condizioni economiche
I colori macinati erano conservati in vaselli di piombo, o di stagno, o di maiolica; e, più recentemente,
appunto, in vesciche. Solo nel 1841, un ritrattista americano di nome John Rand inventò il tubetto di metallo morbido di stagno in cui conservare i colori, tubetto che consentì di ovviare al problema dei pacchetti di vescica di maiale. Si trattò di utilizzare materiali tradizionalmente usati, ma in modo diverso.
Fu un'invenzione importantissima e necessaria soprattutto per gli impressionisti che amavano dipingere all'aperto. Lo stesso Renoir affermò che "senza i tubetti di metallo non ci sarebbero stati Cézanne, Monet, Sisley o Pissarro, niente di ciò che i giornalisti avrebbero chiamato Impressionismo".
L’Impressionismo fu infatti influenzato dal bisogno di esprimersi e di condurre la ricerca artistica senza compromessi, non vincolati da rigidi schemi precostituiti. Ma le immagini prodotte, caratterizzate da uno sfavillio di colori, non avrebbero mai potuto essere create senza i materiali adatti. Dopo mezzo secolo durante il quale l'arte visiva aveva assistito alla nascita di alcune delle più straordinarie innovazioni nella fabbricazione dei pigmenti, ora c’erano i presupposti per il cambiamento.

Fonti:
http://www.treccani.it/enciclopedia/pittura-a-olio_%28Enciclopedia-Italiana%29/ 
https://it.wikipedia.org/wiki/Pittura_a_olio
https://it.wikipedia.org/wiki/Jan_Vermeer
http://www3.varesenews.it/blog/labottegadelpittore/?p=12552
http://www.cultorweb.com/Impressionismo/IC1.html

Da diplomata al Liceo Artistico non potevo farmi scappare questa curiosità; voi la conoscevate?
Alla prossima con un'altra curiosità tra le righe.

lunedì 27 luglio 2015

Curiosità tra le righe #3 - Il cervello lucertola

Rubrica inventata da me in cui, a cadenza casuale, condividerò con voi le curiosità che scoverò tra le righe dei libri. 
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Buongiorno carissimi, come va? Nelle scorse settimane ho fatto tutto al rallentatore a causa del caldo allucinante. Ho ridotto le attività non necessarie ed obbligatorie ed è per questo che mi avete visto anche meno attiva sia qui che sui social. Non ce la potevo proprio fare. Per fortuna da un paio di giorni sembra essersi un po' rinfrescato e la situazione è diventata assolutamente più vivibile.
Ultima settimana di lavoro per me quindi affronto questo lunedì con grinta! Hihihihihihi
Oggi torno - dopo tantissimo tempo - con una curiosità trovata in una della mie ultime letture.
L'argomento cui si fa riferimento oggi è il cervello lucertola.

Ho scovato questa curiosità nel libro Dov'è finita Audrey? di Sophie Kinsella che ho finito di leggere da pochissimi giorni.



Ecco il passaggio che ho sottolineato:

"Va bene" ribatto cercando di sembrare normale e rilassata. "Okay."
Normale e rilassata? Che ridere. Il mio corpo è già tutto in tensione. Ho il respiro affannoso. Il panico mi prende d'assalto. Perdo il controllo. Sento la voce della dottoressa Sarah e cerco di rievocare la sua presenza tranquillizzante. 
Accetta le tue sensazioni. 
Entra in contatto con il tuo cervello lucertola. 
Rassicura il tuo cervello lucertola.
Il mio maledetto cervello lucertola
Il problema del cervello, cosa che voi forse non sapete, è che non è un'unica palla di gelatina. E' diviso in tanti pezzetti, e ci sono pezzi fantastici e altri pezzi che rappresentano soltanto uno spreco di spazio. Secondo la mia umile opinione.
E quello di cui potrei proprio fare a meno è il cervello lucertola, detto anche "amigdala" nei libri. Ogni volta che restate bloccati dalla paura, è il cervello lucertola che prevale. Si chiama cervello lucertola perchè ne avevamo uno così anche quando eravamo ancora lucertoloni, a quanto pare. E' una roba preistorica, tipo. Ed è proprio difficile da controllare, ma il cervello lucertola è il peggiore. In sostanza dice al nostro corpo cosa deve fare tramite segnali chimici ed elettrici. Non aspetta di essere sicuro e non pensa, è puro istinto.
Il cervello lucertola è assolutamente irrazionale e quindi non ragione: vuole soltanto proteggerci.
Scappa, scappa, immobilizzati.

Il cervello lucertola. Al primo impatto potrebbe far sorridere...
Ho provato a cercare informazioni per saperne qualcosa in più ed effettivamente i ricercatori ritengono che
il cervello sia costituito da tre parti sovrapposte, ciascuna delle quali si differenzia per forma, struttura, chimica e funzionamento. Queste tre riflettono lo sviluppo della storia evolutiva dell'uomo. Le tre formazioni, ben integrate tra loro, costituiscono un unico organo e l'ordine gerarchico dei tre cervelli ci comunicano importanti informazioni sull'evoluzione e sulla struttura del cervello.
La parte più "antica" ed interna viene appunto definita Cervello antico o rettiliano
Il tronco encefalico, è stato il primo ad evolversi 500 milioni di anni fa, segue il midollo spinale.
È definito cervello rettiliano perché assomiglia al cervello dei rettili che costituisce la maggior parte di materia grigia nelle lucertole e nei coccodrilli. Regola i movimenti involontari della vita vegetativa come battito cardiaco espirazione, escrezione e la temperatura corporea.
Scientificamente viene chiamato Amigdala, o corpo amigdaloideo, e gestisce in particolar modo le emozioni - soprattutto la paura. Chiamato così perchè ha una struttura ovoidale (in graco antico amygdala significa mandorla).
Posizione dell'amigdala nel cervello

Menomazioni, patologie, difetti della amigdala cambiano radicalmente il rapporto con il mondo esterno, possono impedire di riconoscere, nelle situazioni, nei gesti, addirittura nello sguardo degli altri quei segnali sottili che fanno scattare il meccanismo del "fuggi o lotta", presente in tutti gli animali superiori.
Nello Iowa hanno studiato come cavia una donna che non conosce la paura ed hanno scoperto che il motivo per cui riesce tranquillamente ad accarezzare tarantole, a passeggiare di notti nei cimiteri, a chiacchierare amabilmente con serial killer e stupraori senza provare la minima reazione di terrore è appunto per la sua mancanza di Amigdala. Nessuna reazione è stata infatti segnalata dai sensori applicati sul suo corpo durante queste raccapriccianti imprese.
A questo punto non dovremo quindi più meravigliarci quando qualcuno di nostra conoscenza mostrerà una paura eccessiva per qualcosa che magari a noi non crea nessun disturbo, dipenderà tutto dalla differente grandezza di quella parte di cervello.

Fonti:
https://it.wikipedia.org/wiki/Amigdala
http://www.repubblica.it/scienze/2010/12/17/news/donna_senza_paura-10304502/?refresh_ce
http://www.lastampa.it/2013/09/09/scienza/lamigdala-la-centralina-del-cervello-che-anticipa-dolore-9nhz6teXSiy2o6XP6vuMqM/pagina.html
http://www.treccani.it/enciclopedia/amigdala_%28Enciclopedia_della_Scienza_e_della_Tecnica%29/


Conoscevate questa curiosità?
E voi? Siete eccessivamente paurosi o avete un coraggio al di sopra della norma?
Alla prossima con un'altra curiosità tra le righe.

mercoledì 14 gennaio 2015

Curiosità tra le righe #2 - L'amnesia

Rubrica inventata da me in cui, a cadenza casuale, condividerò con voi le curiosità che scoverò tra le righe dei libri. 
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Buongiorno miei cari, come state? Eccomi di nuovo qui con una puntata della mia nuovissima rubrica Curiosità tra le righe. Lo so, è passato molto tempo dalla prima puntata e nel frattempo ho accumulato un po' di spunti per questo spazio solo che il tempo è sempre tiranno e per documentarsi bene è necessario invece dedicare un po' di tempo in più rispetto ai soliti post.
Questo sarà un post particolare perchè metterà insieme citazioni da due libri diversi che parlano dello stesso argomento l'amnesia.

La prima citazione è presa dal meraviglioso romanzo Forte come l'onda è il mio amore di Francesco Zingoni in cui in realtà l'amnesia rappresenta il fulcro di tutti gli avvenimenti.


Ecco il passaggio dove Francesco ne parla:
"I miei ricordi... non ci sono ancora tutti! Per quanto mi sforzi, ancora non so cosa abbia causato l'amnesia. Non ricordo nemmeno il periodo appena precedente. Potrebbe trattarsi di mesi. E' come se un'ombra oscurasse quella parte della mia vita".
La dottoressa annuisce pensierosa.
"Sì, anche questa è una reazione abbastanza comune. Cerco di spiegarmi. Dopo un'amnesia radicale, la memoria non torna mai tutta in un colpo solo. Solitamente, sono necessari tre passaggi distinti. Si chiama processo di 3-step recovery. Nella prima fase il paziente recupera la memoria semantica, legata a funzioni basilari e automatiche del cervello: il pensiero, la lingua, il sostrato culturale eccetera. E' un fenomeno paragonabile alla riparazione neurologica, come dopo un ictus: il cervello ricostruisce i suoi circuiti mentali e riapprende ciò che aveva perduto. Poi, la seconda fase: il paziente riacquista la memoria personale, i ricordi unici e irripetibili della propria storia. E' quello che ti è successo poche ore fa".
La dottoressa assume un'espressione cupa.
"Spesso però non basta. C'è bisogno di un terzo step, per far luce sui ricordi direttamente collegati all'amnesia. Devi considerare che l'amnesia è un meccanismo di protezione del cervello, un rifiuto verso una realtà per lui insostenibile, che sinteticamente definiamo trauma. La mente continua a nascondersi tutti gli eventi che , come anelli di una catena, sono legati al trauma da un rapporto di causa-effetto. Il terzo passaggio consiste proprio nel risalire gli anelli di questa catena. A differenza dell prime due fasi, irrazionali e imprevedibili, questo step è un processo controllabile, deduttivo, ma non per questo più semplice. Si tratta di una vera e propria lotta contro il proprio cervello, che rifiuterà di collaborare. Dev'essere messo di fronte all'evidenza di indizi inconfutabili, prima di lasciare libero accesso a questi ricordi così temuti.
Detto in tre parole, Demian, devi elaborare il trauma. C'è ancora qualcosa che la tua mente vuole tenerti nascosta. Si tratta di affrontare le cause alla radice dell'amnesia, riscoprire cosa sia successo. Ovviamente, devi farlo solo se realmente desideri sapere. Ma, in ogni caso, lasci passare un po' di tempo: ora, nella tua condizione, cercare di ricordare potrebbe essere pericoloso per il tuo equilibrio psichico".

Vi parlavo di due citazioni perchè su questo argomento ho ricevuto anche una segnalazione da parte di Rosa del blog Incanto dei libri che ha pensato a me e a questa rubrica leggendo La psichiatra di Wulf Dorn.
Devo confessare di aver letto questo libro nel 2014 ma di non averlo recensito; non c'è una ragione precisa, non mi particolarmente entusiasmato, poi è passato il tempo, ed è finita così.


Ecco il passaggio dove Dorn ne parla:
"Ora che conosco la sua storia, anche le sue farneticazioni in bagno hanno un senso"
Ellen sollevò le sopracciiglia incuriosita. "Un altro shock?"
"Qualcosa del genere, sì. Credo che il signor Bock ci abbia dato una dimostrazione classica dell'effetto trigger. Nella mia tesi ho affrontato appunto l'analisi dei fattori scatenanti dei disturbi comportamentali nei pazienti post-traumatici. Ci sarei dovuto arrivare da solo mentre ero in bagno con lui. E io, come un idiota, l'ho addirittura provocato, per indurlo a concentrare le sue emozioni su di me. Avrebbe potuto avere conseguenza imprevedibili.

Partiamo prima dalla definizione che viene data di effetto trigger:  
Le persone che hanno subito dei traumi spesso manifestano vari sintomi e problemi in seguito. La gravità del trauma varia da persona a persona, dal tipo di trauma in questione e dal supporto emotivo derivato dalle altre persone. Un individuo traumatizzato ne può sperimentare anche più di uno. Dopo un'esperienza traumatica, una persona può rivivere il trauma mentalmente e fisicamente, perciò evita il ricordo del trauma, chiamato anche trigger (termine inglese che significa appunto "grilletto perchè scatena il ricordo), in quanto questo può essere insopportabile e persino doloroso. Le persone traumatizzate possono cercare sollievo nelle sostanze psicotrope, tra cui l'alcool per cercare di sfuggire ai sentimenti legati al trauma. Il rivivere i sintomi è un segno che il corpo e la mente stanno attivamente cercando di far fronte con l'esperienza traumatica. (Fonte: Wikipedia)
Evitare o cancellare momentaneamente il ricordo del trauma. Quando dicono che il corpo umano è una macchina perfetta è proprio vero; e, nonostante io lo sappia, quando trovo degli avvenimenti scientifici che lo dimostrano resto sempre a bocca aperta.
Dopo aver letto queste due citazioni che, seppur parlando di due cose di base differenti, sono legati all'amnesia, ho cercato in rete notizie più precise.
Le amnesie possono dipendere da un grave disturbo della coscienza che impedisce la percezione, e in questo caso non rappresentano un disturbo della memoria vero e proprio; altre volte, invece, pur persistendo la capacità di percepire, è alterata la fissazione (amnesia anterograda), oppure la conservazione dei ricordi, com’è il caso delle amnesie retrograde da gravi traumi cranici, o anche la capacità di riproduzione: in quest’ultima evenienza la perdita dei ricordi, che talora può estendersi a tutta la vita precedente, viene reintegrata non di rado spontaneamente, a volte periodicamente, o sotto ipnosi.  L’amnesia retrograda inibisce la rievocazione di ricordi precedenti l’avvenimento morboso che l’ha causata (trauma, accesso epilettico). L’ amnesia anterograda o di fissazione è l’incapacità a fissare nuovi ricordi successivi al fatto morboso. L’ amnesia nominum è l’incapacità a indicare con il loro nome le varie cose: è sintomo iniziale di afasia sensoriale (Fonte: Treccani)
L'amnesia può verificarsi come sintomo di uno stato di "shock mentale" conseguente ad esperienze emotivamente traumatiche.  Uno stato di "shock emotivo" può subentrare anche come conseguenza di un evento traumatizzante o stressante, a livello psicologico, che produca angoscia o panico. L'amnesia, in questo caso, serve al soggetto per rimuovere dalla coscienza il ricordo dell'evento.
La memoria può anche essere pilotata. Pare che ci sia una molecola di Rna, il mir-128b, capace di agire direttamente su un gene che regola i ricordi legati alla paura, inibendo in modo transitorio i geni ad esso associati. La scoperta è di Timothy Bredy, neuroscenziato del Queensland brain insitute che per la prima volta è riuscito a dimostrare che le paurepossone essere cancellate grazie all'azione di questo polimero. La paure potrebbero quindi essere rafforzate o indebolite agendo su questo polimero.
Un mondo assolutamente affascinante quello della memoria, delle amnesie e in generale del cervello umano.
Conoscevate tutte queste cose? Anche voi siete affascinati dalla perfezione del nostro corpo?
Alla prossima con un'altra curiosità tra le righe.

mercoledì 26 novembre 2014

Curiosità tra le righe #1 - Le lacrime

Rubrica inventata da me in cui, a cadenza casuale, condividerò con voi le curiosità che scoverò tra le righe dei libri. 
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Buongiorno carissimi, come state? Quello di oggi è un post speciale perchè dà il via ad una nuova rubrica a cui pensavo da un po'. 
Per prima cosa devo ringraziare Michy che, nonostante non abbia più una sua rubrica qui sul blog - ma vero che torni Michyyyyyyyyyyy??? - mi aiuta tantissimo con i suoi consigli. In questo caso oltre ad aver ascoltato tutte le mie paturnie - La faccio? Non la faccio? Sarà una buona idea? Interesserà a qualcuno? - ha anche avuto l'idea per il nome quindi questa rubrica è anche un po' sua!!! 
Quindi eccomi qui, la faccio! E spero possa interessare a qualcuno.
Curiosità tra le righe racchiuderà tutte quelle curiosità sparse tra le righe dei libri che si scoprono così, quando meno ce lo aspettiamo, in letture di qualsiasi tipo. 
Vi segnalerò il titolo del libro, l'autore e vi trascriverò le righe del libro in cui se ne parla. 
Per la prima puntata utilizzerò il libro che mi ha fatto venire in mente questa idea. Si tratta de Il suggeritore di Donato Carrisi. Un thriller che ho amato molto anche per le spiegazioni molto particolari ed approfondite delle indagini; è proprio in una di queste che sono venuta a conoscenza di una curiosità di cui non avevo assolutamente idea  che riguarda le lacrime


Ecco il passaggio in cui Carrisi ne parla:
"L'uomo è l'unico essere in natura capace di ridere o di piangere. Questo Mila lo sapeva. Ciò che invece ignorava era che l'occhio umano produce ben tre tipi di lacrime. Le basali, che umidificano e nutrono continuamente il bulbo oculare. Le riflesse, che vengono prodotte quando un elemento estraneo penetra nell'occhio. E le lacrime emotive, che si associano al dolore. Queste ultime hanno una composizione chimica diversa: contengono percentuali molto elevate di manganese e di un ormone, la prolattina.
Nel mondo dei fenomeni naturali ogni singola cosa può essere ridotta a una formula, ma spiegare perchè le lacrime di dolore siano fisiologicamente diverse dalle altre è praticamente impossibile."

Ma ci pensate? Questa cosa mi ha letteralmente affascinata. Il fatto che analizzando una lacrima si possa sapere se questa è dovuta ad una semplice secrezione dell'occhio oppure ad un pianto emotivo mi lascia letteralmente a bocca aperta.
Magari voi lo sapevate già - ed ora penserete che sto scoprendo l'acqua calda - ma per me è poprio una novità.
Ho fatto delle ricerche online e legato a questo argomento ci sono recenti studi neurofisiologici condotti
presso il Centro Medico di San Paul-Ramsey dell’Università del Minnesota. Attraverso questi studi sono state raccolte, con non poche difficoltà,  le lacrime di volontari: per avere un litro di campione, infatti, occorrono circa 66.000 lacrime. Attraverso questo studio è appunto emersa la presenza di prolattina, ACTH, lisozima ed enkefalina e che queste sostanze sono presenti solo nelle lacrime delle persone che piangono per autentiche emozioni mentre in quelle provocate da sostanze irritanti non si trovano né ormoni né enzimi, né peptidi.
Questo spiegherebbe anche il motivo per cui - udite, udite - le donne piangono più degli uomini, addirittura quattro volte di più, in quanto le donne hanno livelli maggiori di prolattina nonchè ghiandole lacrimali più grandi. Insomma, la natura ci ha fregato anche in questo caso ahahahahhahaha
Dopo questa vi saluto, ma aspetto i vostri commenti sulla nuova rubrica e su questo argomento nello specifico!