sabato 9 aprile 2016

Recensione #119 - La lettrice che partì inseguendo un lieto fine di Katarina Bivald

Buongiorno lettori, buon sabato! Come vedete sto cercando di essere il più possibile costante qui sul blog...
Non è facile, e sto programmando molto ma spero di riuscire a tenere il ritmo ancora per un po'!
Oggi torno con una recensione, quella di La lettrice che partì inseguendo un lieto fine di Katarina Bivald edito da Sperling & Kupfer, 400  pagine. Impressionante quanto, a volte, un libro da cui non ci si aspetti nulla, riesca a sorprenderci!

Trama: Se la vita fosse un romanzo, quella di Sara non sarebbe certo una storia d'avventura. In ventotto anni non ha mai lasciato la Svezia e nessun incontro del destino le ha scompigliato l'esistenza. Timida e insicura, si sente a suo agio soltanto in compagnia di un buon libro e i suoi migliori amici sono i personaggi nati dalla fantasia degli scrittori, che le fanno vivere indirettamente sogni, viaggi e passioni. Fino al giorno in cui riceve una lettera da una piccola città dal nome bizzarro, sperduta in mezzo all'Iowa: Broken Wheel. A scriverla è una certa Amy, sessantacinquenne americana che le invia – dalla propria vastissima biblioteca personale – un romanzo richiesto da Sara su un sito web. È così che inizia tra loro una corrispondenza affettuosa e sincera, che apre a Sara una finestra sulla vita: Amy le dimostra che è possibile amare la lettura senza per questo isolarsi dal mondo, perché è bello condividere ogni piccolo momento prezioso, anche se si tratta di un romanzo. E dopo un fitto scambio di lettere e libri durato due anni, Sara stessa trova finalmente il coraggio di attraversare l'oceano per incontrare l'amica lettrice. Tuttavia, come in un inatteso capovolgimento di trama, non c'è Amy ad attenderla: il suo finale, purtroppo, è giunto prima del previsto. Ci sono però tutti gli eccentrici abitanti di cui Amy le ha tanto parlato. E mentre loro si prendono cura della spaurita turista (la prima nella storia di Broken Wheel), Sara decide di ricambiare la gentilezza iniziandoli al piacere sconosciuto della lettura. Proprio lei, che ha sempre preferito i libri alle persone, in quella città di poche anime ma dal cuore grande troverà amicizia, amore ed emozioni da vivere sulla pelle: finalmente da vera protagonista della propria vita.

Normalmente fuggo a gambe levate davanti a titoli o trame che riguardino lettrici, lettori, librerie e simili. In questo caso ho fatto un'eccezione, per fortuna! Ho comprato questo libro qualche mese fa, per caso, allettata dal prezzo irrisorio durante una delle mie incursioni periodiche alla libreria Il Libraccio.
Quasi per caso ho cominciato a leggerlo: sto partecipando ad una challenge che mi richiedeva di leggere un libro che avesse a che fare con un viaggio e scorrendo gli occhi sulla mia libreria ho adocchiato questo. La mia voglia di un libro leggero e poco impegnativo dopo letture parecchio importanti soprattutto a livello emotivo ha fatto il resto.
È così che ho fatto la conoscenza di Sara, svedese, libraia. Una ragazza anonima, non particolarmente avvezza ai rapporti umani, che vive le sue giornate divise tra la libreria in cui lavora e le sue letture, cui dedica tutto il resto del tempo. Attraverso un sito di acquisto di libri tra privati conosce Amy – americana dell’Iowa - con cui inizia una lunga corrispondenza ed un altrettanto lungo scambio di libri. Le due donne diventano amiche e quando la libreria dove Sara lavora chiude Amy la invita a casa sua. Sara che non è mai andata oltre il suo paese di origine fa la pazzia e, lasciando i genitori senza parole, decide di partire per un viaggio di due mesi in un altro continente, a casa di una sconosciuta.
Al suo arrivo la ragazza non trova proprio quello che si aspettava. Il paese di Amy è un posto minuscolo, fatto di case e cemento, sull’orlo dell’abbandono, con un’unica strada centrare e quattro vie perpendicolari sulle quali affollano negozi abbandonati ed impolverati; ed anche la sua amica di penna le riserverà una “bella” sorpresa.
Con la leggerezza adatta ad una storia simile l’autrice ci porta a conoscere Sara, Amy ed il paese di Broken Wheel con i suoi pochi quanto bizzarri abitanti.
La lettura è scorrevole, lo stile fresco e spesso anche divertente, ma non banale. Grazie alla passione di Sara per i libri vengono citati, all’interno del romanzo, parecchi nomi e parecchie opere sia di grandi autori americani, che svedesi, che del resto del mondo. Un excursus della letteratura in generale, dai classici, ai chick lit, ai grandi nomi del momento che dà, durante lo scorrere delle pagine, non pochi spunti di lettura.
Interessante la caratterizzazione dei personaggi, ognuno con la propria peculiarità ed ognuno con un ruolo ben preciso all’interno della storia. Ci sono Andy e Carl omosessuali e proprietari del locale The Square; John, uomo di colore molto legato ad Amy da sempre; Caroline la bacchettona di Broken Wheel; Grace con la sua caffetteria ed il suo fucile sotto il bancone, Tom nipote di Amy e legatissimo a lei e tanti, tanti altri cui è facilissimo affezionarsi con lo scorrere della lettura.
Anche la struttura del romanzo mi è sembrata particolarmente azzeccata per il tipo di storia; i capitoli del presente che raccontano il soggiorno di Sara a Broken Wheel sono intervallati dalle lettere che Amy le scriveva quando ancora la ragazza era in Svezia, in cui, oltre a parlarle di libri, attraverso i suoi occhi le raccontava gli aneddoti sulla sua piccola cittadina e sui suoi abitanti.
Per alcuni tratti lo stile mi ha ricordato quello della Flagg - che oltretutto l’autrice cita più volte - e questo non può che essere un punto a suo favore.
Un viaggio attraverso due continenti ma anche un viaggio nell’animo profondo di una ragazza che ha sempre usato i libri come scudo e che pian piano riesce a tirar fuori il meglio di se, mettendo da parte una corazza ormai scomoda e per niente elegante. Un libro leggero, avvolgente, divertente e capace di far staccare completamente la mente dal quotidiano.
Consigliato a chi riesce ad apprezzare le storie semplici.


VOTO: 




venerdì 8 aprile 2016

Ti consiglio un libro #19 - Un libro con la cover gialla

Buongiorno lettori, eccoci con un nuovo venerdì cui diamo il buongiorno con una nuova puntata della rubrica Ti consiglio un libro, pubblicata circa due volte al mese e nata dalla collaborazione con Laura de La Biblioteca di Eliza, Salvia di Desperate Bookswife e Laura de La Libridinosa. Oggi consigliamo Un libro con la cover gialla. Come sempre cliccando sul titolo sarete rimandati alla recensione.



IL MIO CONSIGLIO 



Autore: Fannie Flagg
Casa editrice: BUR
Pagine: 360
Prezzo:  Cartaceo 10.00 euro - ebook 4.99 euro


Non facile la richiesta di oggi… Ho pensato e ripensato e non è che io abbia letto molti libri che abbiano una cover principalmente gialla. L’unico che mi sembra essere adatto è stato questo, il mio primo approccio con un’autrice – Fannie Flagg – che adoro per la freschezza che utilizza per trattare anche gli argomenti più scomodi. Un libro che parla di segregazione razziale nell’Alabama degli anni ’60 e che ci regala uno scorcio di vita meraviglioso di una cittadina di quei tempi.

Correte a scoprire i consigli di Laura, Salvia e Laura

giovedì 7 aprile 2016

Chiacchiere, chiacchiere, bla bla bla... #14 - Incontro con Sara Rattaro - Presentazione ai blogger di Splendi più che puoi





Trama: L’amore non chiede il permesso. Arriva all’improvviso. Travolge ogni cosa al suo passaggio e trascina in un sogno. Così è stato per Emma, quando per la prima volta ha incontrato Marco che da subito ha capito come prendersi cura di lei. Tutto con lui è perfetto. Ma arriva sempre il momento del risveglio. Perché Marco la ricopre di attenzioni sempre più insistenti. Marco ha continui sbalzi d’umore. Troppi. Marco non riesce a trattenere la sua gelosia. Che diventa ossessione. Emma all’inizio asseconda le sue richieste credendo siano solo gesti amorevoli. Eppure non è mai abbastanza. Ogni occasione è buona per allontanare da lei i suoi amici, i suoi genitori, tutto il suo mondo. Emma scopre che quello che si chiama amore a volte non lo è. Può vestire maschere diverse. Può far male, ferire, umiliare. Può far sentire l’altra persona debole e indifesa. Emma non riconosce più l’uomo accanto a lei. Non sa più chi sia. E non sa come riprendere in mano la propria vita. Come nascondere a sé stessa e agli altri quei segni blu sulla sua pelle che nessuna carezza può più risanare. Fino a quando nasce sua figlia, e il sorriso della piccola Martina che cresce le dà il coraggio di cambiare il suo destino. Di dire basta. Di affrontare la verità. Una verità difficile da accettare, da cui si può solo fuggire. Ma il cuore, anche se è spezzato, ferito, tormentato, sa sempre come tornare a volare. Come tornare a risplendere. Più forte che può.

Buongiorno lettori, è con un po’ di ritardo che condivido con voi il resoconto di un pomeriggio veramente speciale.
Giovedì 31 marzo, in concomitanza con l’uscita nelle librerie del nuovo romanzo di Sara Rattaro, Splendi più che puoi - mia recensione qui - edito da Garzanti, si è tenuto, nella sede della casa editrice, un incontro riservato ai blogger in cui Sara ha condiviso con noi le fasi di nascita e stesura del suo nuovo romanzo.
Dopo aver sconvolto la settimana mia, di mio figlio, dei nonni ed avere incastrato tutto ero pronta per l’incontro. Ritrovo una vita prima – per evitare ogni qualsiasi inconveniente con Salvia del blog Desperate Bookswife e Laura del blog La Libridinosa – Lgs quasi al completo per l’occasione! - e con Noemi del blog Il Bianco e il Nero…Emozioni di una Musa che ho finalmente avuto il piacere di conoscere. Un caffè al volo e subito in Garzanti, pronte per una delle nostre avventure da blogger.
Seguo Sara da diversi anni, da ancor prima che entrasse a far parte degli autori Garzanti, ma nonostante questo ogni volta resto affascinata dalla sua estrema disponibilità ad interfacciarsi con le persone, anche quelle che non ha mai incontrato. Una dote che la porta ad essere apprezzata per la sua genuinità e per la sua umiltà.
Da subito il tutto si è svolto senza filtri, come una chiacchierata tra amiche – eh già perché a quanto pare la lettura è femmina visto la presenza di un gran numero di blogger, tutte donne – con una confidenza tale da non creare il minimo imbarazzo tra le presenti.
Sara ci ha raccontato di come in realtà questa storia abbia trovato lei e non viceversa, di come ad una
presentazione del 2013 a più di 500 km da casa una donna le si sia avvicinata dicendole che aveva una storia da raccontare e che le sarebbe piaciuto che a raccontarla fosse proprio lei.
In questo modo è nato Splendi più che puoi, un libro sulla violenza domestica in cui l’autrice ha cercato di far emergere la rinascita di una donna che ha lottato per uscire della violenza e che ha lottato altrettanto affinché un’altra donna non ci entrasse al suo posto.
Sara ha passato del tempo – una sorta di vacanza – a casa della vera “Emma”, ascoltando dalle sue parole l’incubo che aveva vissuto e vivendo la sua quotidianità. Un libro che l’autrice ha scelto di romanzare il meno possibile dando voce alla protagonista e alla sua necessità di raccontare per voltare pagina. Un libro che l’ha provata emotivamente sia nel momento di raccolta delle idee – leggendo ad esempio il diario della donna – che nel momento di stesura; una stesura velocissima, di un mese circa, che una volta terminata l’ha lasciata distrutta, svuotata.
Ora Splendi più che puoi è pronto per prendere il volo ed essere letto dai tantissimi lettori che già da giovedì lo stanno acquistando. Io non posso far altro che fare un grandissimo in bocca al lupo a Sara e ringraziare Francesca di Garzanti per l’invito.
Un grazie speciale anche a Silvia Meucci della Meucci Agency – che ho avuto il piacere di rivedere – per la sua capacità regalarci sempre, con il suo lavoro, degli autori con i fiocchi; della sua scuderia oltre a Sara Rattaro sono infatti Loredana Limone, Lorenzo Marone, Barbara Fiorio ed Enrico Ianniello. Tutti autori di cui, se mi seguite con costanza, avrete sentito nominare più di una volta e che senza di lei non avremmo letto!
Detto questo vi lascio con una super foto di gruppo che non poteva assolutamente mancare!!!!

mercoledì 6 aprile 2016

Recensione #118 - Gli occhi neri di Susan di Julia Heaberlin

Buongiorno lettori, come state? Per me giornate nerissime! La macchina mi ha abbandonato ed ora attendo di sapere se dovrò vendermi un rene per sistemarla... Sigh!!!
Non voglio pensarci, vi lascio una nuova recensione, quella di Gli occhi neri di Susan di Julia Heaberlin, edito da Newton Compton - che ringrazio per la copia -, 335  pagine. 

Trama: Tessa Cartwright, sedici anni, viene ritrovata in un campo del Texas, sepolta da un mucchio di ossa, priva di memoria. La ragazza è sopravvissuta per miracolo a uno spietato serial killer che ha ucciso tutte le altre sue giovani vittime per poi lasciarle in una fossa comune su cui crescono delle margherite gialle. Grazie alla testimonianza di Tessa, però, il presunto colpevole finisce nel braccio della morte. A quasi vent’anni di distanza da quella terrificante esperienza, Tessa è diventata un’artista e una mamma single. Una fredda mattina di febbraio nota nel suo giardino, proprio davanti alla finestra della camera da letto, una margherita gialla, che sembra piantata di recente. Sconvolta da ciò che evoca quel fiore, Tessa si chiede come sia possibile che il suo torturatore, ancora in carcere in attesa di essere giustiziato, possa averle lasciato un indizio così esplicito. E se avesse fatto condannare un innocente? L’unico modo per scoprirlo è scavare nei suoi dolorosi ricordi e arrivare finalmente a mettere a fuoco le uniche immagini, nascoste per tanti anni nelle pieghe della memoria, che potranno riportare a galla la verità…


Ho ricevuto a sorpresa questo libro dalla casa editrice. Mi hanno subito colpito quelle margherite gialle in copertina, una trama che sembrava promettere adrenalina e tensione ed il fatto che presto questo libro diventerà un film.
Bene, immaginate di aprire un libro con promesse del genere e trovare noia per più di 250 pagine e a 50 pagine dalla fine, quando avete ormai perso ogni speranza trovare quel guizzo che cercavate dall’inizio, quella voglia di leggere per sapere, quella tensione che cresce ad ogni pagina, quel colpo di scena che non vi aspettavate. Questo è quello che è successo a me ed ora è veramente difficile dare un giudizio su questa lettura.
Ma partiamo dall’inizio, da una storia che per come appare potrebbe essere interessante.
Finalmente una sinossi in cui non c’è la banalità che ultimamente affolla i libri catalogati come thriller: niente detective con una vita peggiore di quella del serial killer, niente bambine scomparse, nessuna solita, classica banale serie legata ad un investigatore, solo una donna scampata ad un serial killer – Tessa – che lotta contro il terrore, i ricordi, le voci di giovani ragazze uccise, i propri errori, le proprie mancanze ed il proprio io di ragazzina che ancora non le permette di voltare pagina. Le premesse ci sono, c’erano: un’impostazione originale, schematica, suddivisa tra il passato – che dà voce alla Tessie adolescente – ed il presente – in cui la Tessa adulta cerca di mettere un punto. Ecco, forse è stata proprio questa schematizzazione troppo rigida che ha portato l’autrice a perdere quel guizzo, quella scioltezza, quel necessario brivido di cui un thriller deve necessariamente essere dotato.
Anche nella caratterizzazione dei personaggi mi è sembrato tutto un po’ troppo distaccato e poco emozionale. Non ne manca una descrizione fisica che ci fa immaginare le sembianze della protagonista, della sua amica del cuore, dell’avvocato, del medico legale, ma tutto resta su un piano iniziale, troncato, poco aperto alle sensazioni, alle caratteristiche più profonde dei personaggi.
Nel libro viene presentato un quadro del presente e del passato che si delinea sotto gli occhi del lettore in modo molto lento, che dà tutti gli elementi per capire il dramma che Tessa ha vissuto ma che purtroppo a me non ha dato quel qualcosa in più per bramare la fine, per leggere senza staccarmi mai, per scoprire se l’uomo nel braccio della morte fosse il vero serial killer o se invece il mostro fosse ancora libero e capace di uccidere. E se in un thriller non ho voglia di scoprire quello cosa mi resta?
Come dicevo tutto cambia nelle ultime 50 pagine; improvvisamente la narrazione prende di brio, diventa veloce, cambia tono, parte il colpo di scena – anche riuscito - ma per quanto mi riguarda è troppo tardi perché la noia delle pagine precedenti – 250 eh, non poche!!! – hanno preso il sopravvento. Se il libro avesse avuto lo stesso tono della fine anche nella parte precedente sarebbe di sicuro stato un thriller con il botto, ma ahimè non è stato così.
Il libro è autoconclusivo, alla fine si scopre tutto quello che c’è da sapere anche se l’autrice ha voluto lanciare un amo verso il futuro, dando una sensazione di finale aperto, quasi a voler lasciare una possibilità di seguito… chissà!
Non posso dire che sia scritto male, che abbia dei difetti specifici, che sia totalmente da bocciare; magari per chi non è avvezzo al genere l’impressione sarà diversa, ma io sono qui per darvi un mio giudizio e questo è quanto.
Devo comunque dire che sono curiosa di vederne il film e credo che quando uscirà proverò a dargli una possibilità perché la trama è ben congegnata e ciò che mi è mancato con la lettura potrebbe essere colmato invece sul grande schermo.
Un ultimo appunto su un personaggio in particolare: la vicina un po’ pazza ha rubato da subito il mio cuore!! Sarebbe una perfetta protagonista per un libro di narrativa!
Cosa ne pensate? Lo avete letto? Lo leggerete? Mi piacerebbe molto confrontarmi con qualcuno!


VOTO: 



martedì 5 aprile 2016

LGS TRIVIAL GIVEAWAY - Seconda edizione


Saaaaalveeeee!!! Che fate? Noi LGS giriamo in una ruota come criceti impazziti! E, girando girando, abbiamo pensato bene che farci del male solo con la Challenge non era sufficiente. Quindi, vuoi non tirare fuori una seconda edizione del Trivial Letterario che tanto successo ha riscosso tra voi nell'autunno scorso?
E allora, preparate i portafogli perché stiamo per darvi la lista dei quattro titoli che abbiamo scelto per questa edizione!
Ma, ovviamente, prima dobbiamo spiegarvi tutto, che altrimenti poi si fanno impicci e voi cominciate a scriverci, a telefonarci e a suonare i campanelli di casa nostra!

TAPPE

Il Trivial Letterario prenderà il via oggi e si chiuderà martedì 7 giugno con la proclamazione del vincitore.

Ecco le tappe:

PRIMA TAPPA: 12/04/2016  blog Un libro per amico
Dany vi presenterà il primo libro

Titolo: The Danish Girl
Autore: David Ebershoff
Editore: Giunti













Martedì 19 aprile Daniela vi invierà una mail contenente tre domande, diverse per ogni partecipante,  relative al libro da lei proposto. Dovrete inviare le risposte entro le ore 17 di lunedì 25 aprile.

SECONDA TAPPA: 26/04/2016 blog Desperate Bookswife
Salvia vi presenterà il secondo libro
Autore: Brendan O'Carroll
Editore: Neri Pozza














Martedì 3 maggio Salvia vi invierà una mail contenente tre domande, diverse per ogni partecipante, relative al libro da lei proposto. Dovrete inviare le risposte entro le ore 17 di lunedì 9 maggio.

TERZA TAPPA: 10/05/2016 blog La biblioteca di Eliza
Laura vi presenterà il terzo libro

Autore: Antonio Fusco
Editore: Giunti













Martedì 17 maggio Laura vi invierà una mail contenente tre domande, diverse per ogni partecipante, relative al libro da lei proposto. Dovrete inviare le risposte entro le ore 17 di lunedì 23 maggio.

QUARTA TAPPA: 24/05/2016 blog La Libridinosa
Laura vi presenterà il quarto libro

Autore: Lorenzo Marone
Editore: Longanesi













Martedì 31 maggio Laura vi invierà una mail contente tre domande, diverse per ogni partecipante, relative al libro da lei proposto. Dovrete inviare le risposte le ore 17 di lunedì 6 giugno.

PUNTEGGIO

1 punto per ogni risposta esatta
5 punti per tutte le risposte esatte
In caso di più persone con lo stesso punteggio alla fine del gioco, si procederà ad estrazione tramite il sito Random.org 


PREMI

Una book box contenente tre libri cartacei a sorpresa.

SPIEGAZIONE E REGOLE

Le iscrizioni si apriranno oggi e si chiuderanno l'11 aprile.
Per ogni tappa, avrete una settimana di tempo per leggere o rileggere il libro scelto. Ad una settimana dall'inizio della tappa vi arriveranno, tramite mail, le domande relative al libro di quella tappa. Le domande saranno tre per ogni partecipante e saranno diverse per ognuno di voi.
Quindi, avrete altri sette giorni per inviare le vostre risposte alla mail che vi sarà indicata.

Per iscrivervi dovrete:
  • commentare questo post - basta un solo commento in uno dei quattro blog - lasciando il vostro indirizzo e-mail
  • diventare lettori fissi di tutti e quattro i blog organizzatori
  • condividere il banner dell'iniziativa sul vostro blog - se ne avete uno - o sui social
  • cliccare mi piace sulle nostre pagine Facebook

Sperando di essere state chiare ed esaustive, vi ricordiamo che per qualunque dubbio potete contattarci alle nostre mail:

La Libridinosa: tatuccia76@gmail.com

lunedì 4 aprile 2016

Ritratto di Signora #26 - Frida Kahlo

Buongiorno lettori, come state? È di nuovo lunedì, un altro mese è cominciato e finalmente le giornate si stanno allungando e il buonumore aumenta!
Come ogni primo lunedì del mese sono qui per lasciarvi una nuova puntata della rubrica Ritratto di signora.  
Mai come oggi una premessa è necessaria. Questo mese avremo una partecipazione super straordinaria: l'autrice Francesca Diotallevi - già pubblicata da Mursia, da Mondadori Electa e in attesa di pubblicazione con Neri Pozza - ci ha onorato della sua presenza e di un Ritratto scritto di suo pugno su un'artista perfetta per questa rubrica: Frida Kahlo. Un'ultima precisazione prima di lasciarvi a questo piccolo capolavoro: le parti che troverete in corsivo non sono tratte da libri ma sono parti che Francesca ha pensato di romanzare per noi, quindi frutto del suo essere una grandiosa scrittrice!
Se non conoscete francesca cliccate qui e troverete tutti i miei post in cui in passato ho parlato di lei e dei suoi libri.
Buona lettura!

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Dolcissima e fragile. Indomita e visionaria. Il mio Ritratto di Signora vuole omaggiare una donna le cui ali spezzate non hanno impedito un volo spericolato sugli abissi insidiosi che la vita le ha riservato: la pittrice Frida Kahlo.
Una ragazzina come tante, forse più fiera, o solo più cocciuta, a cui è stata riservata la più difficile delle prove: morire e rinascere. Conoscersi di nuovo, e conoscersi in una veste nuova. Fare della propria debolezza un punto di forza, della propria sofferenza un modo per guardare il mondo con occhi diversi, lasciando dietro di sé una scia di dipinti capaci di incantare, di commuovere, di entrarti sottopelle. Capaci di offuscare anche il gigantesco marito-genio Diego Rivera, il più grande artista messicano dell’epoca.
A diciotto anni Frida, ragazza di buona famiglia, che studia per diventare medico, incappa nel Destino: il suo ha la forma di un tram, e le arriva dritto addosso. Frida è sull’autobus che da Città del Messico la sta riportando a casa, a Coyoacàn. Con lei c’è il fidanzato Alejandro.


Il tram si avvicinò con una lentezza esasperante. Lo vedemmo comparire all’improvviso all’angolo tra Cuahutemotzín e 5 de Mayo, quando stavamo per voltare in Calzada de Tlalpan. Sembrava non avere freni. Fu quella terrificante lentezza a darci la consapevolezza che non ci sarebbe stato scampo. Veniva verso di noi come qualcosa di fatale, a cui sarebbe stato vano opporsi.
Lo scontro fu inevitabile; poi, senza fretta, il tram iniziò a trascinare l’autobus fino a schiacciarlo contro un muro.
Ricordo lo stridore di freni, lo scossone iniziale, e la sorprendente elasticità dell’autobus, che sembrò reggere l’urto fino alla fine. Le ginocchia dei passeggeri seduti gli uni di fronte agli altri, sulle panche di legno, arrivarono quasi a toccarsi. Tutto tremò e traballò, in un precario equilibrio. Qualcuno cadde, altri fecero appena in tempo a farsi il segno della croce. Cercai lo sguardo di Alex, e quello che vidi nel fondo dei suoi occhi scuri non mi piacque. Fu in quel momento che iniziai ad avere davvero paura. Fu l’ultimo punto di contatto con quella che, fino a quel momento, era stata la mia vita.
Poi tutto esplose. L’autobus si spezzò a metà, la lamiera si accartocciò come se fosse fatta di cartapesta, le assi del fondo si sollevarono e si frantumarono in centinaia di schegge di legno. Qualcuno cadde nella voragine che si era aperta al centro dell’autobus, e venne schiacciato dal tram, che sembrava incapace di arrestare quel suo placido incedere. Passò su di noi come una falce sul grano, non rimase nulla dopo.
Venni scalzata dal sedile e scaraventata con violenza contro la mia sorte. Qualcosa si frappose, in quel volo disperato. Qualcosa che aveva la durezza e lo spietato gelo del metallo. Mi trapassò da parte a parte, a ricordarmi che la vita è un dono e che basta un soffio a spegnerla. Poi ricaddi a terra, tra i cocci di vetro, il sangue e i pezzi di un’esistenza andata distrutta nel momento stesso in cui quel tram era apparso all’orizzonte.
Quello che ricordo, di quei pochi istanti in cui conservo una, seppur confusa, memoria, è l’oro. Il cielo era d’oro, sopra di me; erano d’oro i miei abiti strappati, i capelli impastati di sangue e le gambe nude, piegate in una strana posizione. Non sentivo dolore, non sentivo niente. Volevo solo restare a guardare quella nuvola di polvere dorata che si era sollevata quando il cartoccio dell’uomo che, solo pochi istanti prima, era in piedi vicino a me, conteneva.
«La bailarina, la bailarina!» gridò qualcuno, vicino a me. In quel momento non capii a cosa si riferissero. Ma dovevo offrire uno spettacolo bizzarro, ricoperta d’oro e con il corrimano di metallo del tram che mi trapassava il corpo. Mi aveva trafitto nello stesso modo in cui una spada trafigge un toro. Feci un sospiro, sentendo all’improvviso una grande stanchezza. Pensai al parasole che mi aveva prestato mia sorella Cristina. Pensai al balero dai bei colori che avevo comprato proprio quel pomeriggio e che tenevo nella cartella. Sperai che non si fosse sciupato; provai a cercarlo ma scoprii, un po’ sorpresa, di non averne le forze.
«Sta morendo?» domandò qualcuno, accanto a me.
«L’ambulanza sta arrivando» rispose un’altra voce.
«Non farà mai in tempo.»
Chiusi gli occhi. Quella che ero stata fino a quel momento, la Frida che per diciotto anni aveva abitato il mio corpo agile e aggraziato, morì su quella strada, palcoscenico su cui si era consumata la prima tragedia della mia vita.


Dicono che per costruire qualcosa di nuovo vada distrutto ciò che c’era prima. Anche per Frida andò così. La ragazza spensierata che fino a quel momento aveva vissuto la vita con entusiasmo e leggerezza scomparve per lasciare il posto a una creatura nuova, più profonda e inevitabilmente segnata. La nuova Frida ha uno sguardo serio, capace di guardare oltre, di indagare al di là della superficie delle cose. La nuova Frida conosce il dolore, quello che ti morde la carne senza tregua, e impara a conviverci. Ci convivrà per tutta la vita, che non sarà lunga, ma sarà una vita coraggiosa, sempre tesa a sfidare i propri limiti, quelli del corpo e quelli dell’anima.

Il bollettino medico, che un dottore dall’aria contrita fece a me e alla mia famiglia, scandendo bene ogni parola, aveva dell’incredibile. L’incidente mi aveva spezzato la colonna vertebrale in tre punti; mi si erano rotti anche l’osso del collo, la terza e la quarta costola. La gamba sinistra aveva riportato undici fratture e il piede si era dislocato e schiacciato. La spalla sinistra era uscita dalla sua sede e le pelvi si erano frantumate in tre punti. Il corrimano di metallo del tram mi aveva perforato l’addome ed era uscito attraverso la vagina. Più tardi ci avrei scherzato, dicendo che avevo perduto così la verginità.
Il fatto che fossi ancora viva era un miracolo, ma non tutti sembravano pensarla così. Mia madre si era chiusa in un ostinato mutismo, non aveva neanche la forza di venirmi a trovare. A chi glielo chiedeva rispondeva che sarebbe stato meglio che me ne fossi andata senza soffrire, invece di restare in vita ed essere costretta a quel supplizio.
Ed era un vero supplizio. Il dolore andava e veniva a ondate, senza darmi tregua. Completamente immobilizzata, me ne stavo a fissare il soffitto bianco dell’ospedale per ore, le lacrime che mi rigavano le guance a causa della sofferenza e della frustrazione. I miei spericolati voli di uccello erano finiti, restava solo il gesso che mi paralizzava e la struttura dentro a cui ero rinchiusa, simile a un sarcofago.
Di notte la morte danzava attorno a me, facendosi beffe della mia sciocca ostinazione. Ma non gliela avrei data vinta. Mai.

Frida sopravvive, dunque. Passa lunghi mesi immobilizzata a letto, rinchiusa in busti di gesso che le impediscono di muoversi. La pittura arriva in punta di piedi, a salvarla, a occupare uno spazio vuoto, a impossessarsi di ogni aspetto della vita di questa ragazza spezzata, ma intenzionata a non lasciarsi sopraffare.
Nemmeno dall’abbandono del fidanzato, incapace di conciliare l’immagine della ragazza allegra e gioiosa con questa nuova Frida invecchiata, di colpo, di cent’anni.

Aprii gli occhi, sbattendo le palpebre nella calda luce del tardo pomeriggio. Avevo le labbra secche, incollate tra di loro. Da mesi vivevo in uno stato di completo intorpidimento, non ricordavo più che giorno era, entravo e uscivo dal dormiveglia. Le mie notti erano popolate di incubi, le giornate diluite nella noia. Il dolore era una morsa continua, come un cane che azzannava senza tregua la mia carne. L’immobilità mi stava consumando. Mi sentivo una pianta che avvizziva in un angolo buio. Senza luce e pioggia che ridessero linfa al mio spirito inaridito mi sarei spenta fino a morirne.
Voltai il viso verso il comodino, in cerca di del bicchiere d’acqua con cui dare sollievo alla mia gola riarsa e mi accorsi che mio padre era al mio fianco. Seduto sulla sedia su cui si alternavano i membri della mia famiglia, e le poche persone che ancora venivano a farmi visita, mi osservava con i profondi occhi scuri sotto le folte sopracciglia nere.
«Papà» buttai fuori, con una smorfia di dolore, mentre cercavo, inutilmente, di sgranchire il mio corpo nel busto di gesso. Mi sentivo come un mollusco chiuso in un carapace troppo stretto e talvolta mi chiedevo se esistesse ancora la mia pelle, là sotto. Se ci fossero le ossa, se il mio cuore battesse ancora. Spesso, nel corso dei mesi, mi ero sentita tutt’uno con quel calco che mi avevano sagomato addosso, appendendomi per la testa per fare in modo che, mentre si asciugava, la mia spina dorsale fosse perfettamente dritta. Una statua vivente, ecco cos’ero. Un bizzarro esperimento che faceva di me una creatura a metà. Viva, eppure tenuta lontana da quella vita che avevo amato con ogni fibra del mio essere, bloccata in quel letto che era prigione e tomba di ogni mio sospiro. Un colibrì a cui avevano spezzato le ali, che abitava un pianeta di dolore, trasparente come ghiaccio. Avevo imparato ogni cosa di colpo; se le persone che mi circondavano erano cresciute un poco alla volta, io ero invecchiata in pochi istanti, e mi sentivo già stanca di tutto.
«Mia piccola Frida» mormorò mio padre, abbozzando un sorriso. «Come ti senti, oggi?»
Pensai a cosa avrei voluto rispondere, poi scossi la testa. Non volevo condividere con lui la mia sofferenza, né con nessuno della mia famiglia. Li avevo messi fin troppo alla prova; ogni loro patimento era un senso di colpa che andava ad accumularsi agli altri, quelli che, nonostante tutto, provavo per essere diventata perenne fonte di preoccupazione.
«Un po’ meglio di ieri e un po’ peggio di domani» dissi, per non angosciarlo più di quanto già non fosse.
«Be’, io credo che oggi ti sentirai un po’ più felice» disse lui, chinandosi per prendere qualcosa che aveva appoggiato per terra, al suo fianco. Quando si sollevò vidi che tra le mani stringeva una scatola. La conoscevo bene, era la scatola dei suoi colori a olio. Da bambina mi piaceva sedermi accanto a lui e vederlo sfoggiare le sue modeste capacità pittoriche. Si cimentava per lo più nei paesaggi che offriva Coyoacán. Io, che ero affascinata da qualunque cosa facesse mio padre, studiavo ogni sua mossa nei minimi dettagli, cercando di non perdermi nemmeno un passaggio di quel processo affascinante che rendeva una tela bianca un luogo popolato di immagini e colori. I colori, soprattutto, mi interessavano. Mi piaceva vedere il modo in cui potevano essere sfumati, il modo con cui davano vita alle forme.
«I tuoi colori a olio?» domandai, perplessa. Sapevo che li teneva con grande cura e ne era molto geloso.
Lui annuì: «Ora sono tuoi. Io e tua madre abbiamo pensato…» si bloccò, indeciso su come proseguire. «Da bambina ti piaceva molto disegnare. Potrebbe essere un modo di passare il tempo.» Levai le sopracciglia, stupita da quella nuova prospettiva che mio padre mi stava offrendo. Di tempo ne avevo fin troppo a disposizione. Avrei accolto con gioia qualunque diversivo si fosse frapposto fra me e quella noia spietata che mi avvelenava le giornate, portandomi a fissare il baldacchino del mio letto spesso per ore.
 
Aprii gli occhi, sbattendo le palpebre nella calda luce del tardo pomeriggio. Avevo le labbra secche, incollate tra di loro. Da mesi vivevo in uno stato di completo intorpidimento, non ricordavo più che giorno era, entravo e uscivo dal dormiveglia. Le mie notti erano popolate di incubi, le giornate diluite nella noia. Il dolore era una morsa continua, come un cane che azzannava senza tregua la mia carne. L’immobilità mi stava consumando. Mi sentivo una pianta che avvizziva in un angolo buio. Senza luce e pioggia che ridessero linfa al mio spirito inaridito mi sarei spenta fino a morirne.
Voltai il viso verso il comodino, in cerca di del bicchiere d’acqua con cui dare sollievo alla mia gola riarsa e mi accorsi che mio padre era al mio fianco. Seduto sulla sedia su cui si alternavano i membri della mia famiglia, e le poche persone che ancora venivano a farmi visita, mi osservava con i profondi occhi scuri sotto le folte sopracciglia nere.
«Papà» buttai fuori, con una smorfia di dolore, mentre cercavo, inutilmente, di sgranchire il mio corpo nel busto di gesso. Mi sentivo come un mollusco chiuso in un carapace troppo stretto e talvolta mi chiedevo se esistesse ancora la mia pelle, là sotto. Se ci fossero le ossa, se il mio cuore battesse ancora. Spesso, nel corso dei mesi, mi ero sentita tutt’uno con quel calco che mi avevano sagomato addosso, appendendomi per la testa per fare in modo che, mentre si asciugava, la mia spina dorsale fosse perfettamente dritta. Una statua vivente, ecco cos’ero. Un bizzarro esperimento che faceva di me una creatura a metà. Viva, eppure tenuta lontana da quella vita che avevo amato con ogni fibra del mio essere, bloccata in quel letto che era prigione e tomba di ogni mio sospiro. Un colibrì a cui avevano spezzato le ali, che abitava un pianeta di dolore, trasparente come ghiaccio. Avevo imparato ogni cosa di colpo; se le persone che mi circondavano erano cresciute un poco alla volta, io ero invecchiata in pochi istanti, e mi sentivo già stanca di tutto.
«Mia piccola Frida» mormorò mio padre, abbozzando un sorriso. «Come ti senti, oggi?»
Pensai a cosa avrei voluto rispondere, poi scossi la testa. Non volevo condividere con lui la mia sofferenza, né con nessuno della mia famiglia. Li avevo messi fin troppo alla prova; ogni loro patimento era un senso di colpa che andava ad accumularsi agli altri, quelli che, nonostante tutto, provavo per essere diventata perenne fonte di preoccupazione.
«Un po’ meglio di ieri e un po’ peggio di domani» dissi, per non angosciarlo più di quanto già non fosse.
«Be’, io credo che oggi ti sentirai un po’ più felice» disse lui, chinandosi per prendere qualcosa che aveva appoggiato per terra, al suo fianco. Quando si sollevò vidi che tra le mani stringeva una scatola. La conoscevo bene, era la scatola dei suoi colori a olio. Da bambina mi piaceva sedermi accanto a lui e vederlo sfoggiare le sue modeste capacità pittoriche. Si cimentava per lo più nei paesaggi che offriva Coyoacán. Io, che ero affascinata da qualunque cosa facesse mio padre, studiavo ogni sua mossa nei minimi dettagli, cercando di non perdermi nemmeno un passaggio di quel processo affascinante che rendeva una tela bianca un luogo popolato di immagini e colori. I colori, soprattutto, mi interessavano. Mi piaceva vedere il modo in cui potevano essere sfumati, il modo con cui davano vita alle forme.
«I tuoi colori a olio?» domandai, perplessa. Sapevo che li teneva con grande cura e ne era molto geloso.
Lui annuì: «Ora sono tuoi. Io e tua madre abbiamo pensato…» si bloccò, indeciso su come proseguire. «Da bambina ti piaceva molto disegnare. Potrebbe essere un modo di passare il tempo.» Levai le sopracciglia, stupita da quella nuova prospettiva che mio padre mi stava offrendo. Di tempo ne avevo fin troppo a disposizione. Avrei accolto con gioia qualunque diversivo si fosse frapposto fra me e quella noia spietata che mi avvelenava le giornate, portandomi a fissare il baldacchino del mio letto spesso per ore.



















Frida torna a camminare, e torna ad amare, innamorandosi del gigante (fisicamente e artisticamente parlando) Diego Rivera. Lo sposa, contro il parere contrario dei genitori, che definiscono la loro unione l’incontro tra una colomba e un elefante. Sopporterà, oltre ai propri problemi di salute, anche i dolori inferti al suo cuore dalla maternità negata a causa dell’incidente, e dalla leggerezza del marito, che non perde occasione per tradirla, pur amandola più di qualunque altra cosa. L’ultimo tradimento viene consumato con la sorella minore di Frida, Cristina. È la goccia che fa traboccare il vaso, Frida non regge il colpo. La coppia divorzia.

Io sono dolore. Poso le mani sui reni, cercando di raddrizzare la schiena; è come raddrizzare un albero abbattuto dalla tempesta. Fa male, ma alla sofferenza sono abituata da tanto, troppo tempo. Se guardo indietro non riesco a ricordare cosa significhi vivere senza l’impressione che il corpo, che minaccia di disfarsi a ogni respiro, si tenga invece insieme per miracolo. È questo che la gente sussurrava di me, dopo il primo dei due brutti incidenti che mi sono capitati nella vita: è una miracolata. Io, però, non ci ho mai creduto. La mia salvezza, se di salvezza si è trattato, l’ho vissuta come una condanna. Se è vero che per ogni cosa c’è un prezzo da pagare, il mio debito per essere sopravvissuta credo di averlo saldato da un pezzo. Questo la pelona dovrebbe saperlo.
 Appoggio il pennello sulla tavolozza, il quadro che ho davanti è uno dei più grossi che abbia mai dipinto. Lo volevo così, ingombrante, impossibile da ignorare. Due Frida mi osservano dalla tela. Due me stessa con un solo cuore, diviso a metà. Una è seria, imperturbabile. Nella mano sinistra stringe una foto di Diego bambino, da cui parte una vena che da lui prende nutrimento. La destra è aggrappata alla mano dell’altra Frida, la Frida spaventata, quella che sta morendo dissanguata. La pinza da chirurgo con cui tenta di fermare l’emorragia non basterà a salvarla. Il sangue le macchia la gonna, sbocciando come fiori cremisi sul pesante cotone bianco.
Lo osservo con aria critica, accendendo una sigaretta. Il fumo si solleva davanti a me, componendo e scomponendo immagini. Diranno che è macabro, spaventoso, funesto. Sì, lo è. È come l’amore, la vita, la morte. È speranza delusa, affetto tradito e desiderio frustrato. È ciò che sono io in questo momento: una donna divisa. Divorziata.
Penso a cosa significa questa parola, per me. È il fallimento di un sogno in cui ho creduto con cieca determinazione. È un naufragio che mi lascia senza forze. Tante volte mi sono rialzata nella vita, e non parlo per metafore. Ci ha provato, la sorte, a spezzarmi le gambe e la schiena. Mi ha lasciato inerme, alla deriva di un mare in tempesta. Ma non è bastato.
Spengo la sigaretta e ne accendo un’altra. Dicono che fumi troppo, e che beva troppo. E che sia troppo magra, troppo debole e cagionevole per sopportare tutto questo. Ma non mi interessa. Guardo il quadro che ho davanti, l’ennesimo autoritratto che mi aiuta a fare chiarezza, a scorgere me stessa oltre la fragilità della mia pelle. Qui sono colore vibrante ed emozione. Qui sono Frida, molto più di quanto non lo sia nella vita vera. Vivo attraverso una tela, oltrepasso i confini dei mondi, fisso i sentimenti con una sfumatura, in modo che non mi sfuggano mai più, che restino a ricordarmi chi sono e cosa provo.
Non sono stata sempre così. C’è stato un tempo in cui tutto questo non aveva importanza, volevo solo vivere, diventare medico, essere felice. Volavo con la spensieratezza di un uccello dalle ali robuste. Un uccello che non teme venti e tempeste.
Poi c’è stato l’incidente, il primo, quello che ha deciso il mio destino. Mi ha tolto tanto, ma in cambio mi ha donato uno sguardo nuovo, capace di guardare oltre; mi ha donato l’arte e la consapevolezza che ogni istante può essere l’ultimo. Il secondo incidente, di gran lunga il peggiore, è stato mio marito Diego.

Nonostante tutto, Frida e Diego sembrano destinati a stare insieme, creati per appartenere l’uno all’altra. Si risposano, ed è Diego ad assistere l’amata moglie nei suoi ultimi anni, che sono fatti di atroci sofferenze fisiche. Frida ormai non si alza più dal letto. La colonna vertebrale è a pezzi, le hanno amputato una gamba a causa della cancrena, e tutto il fisico inizia a cedere.
Prima di andarsene Frida annota nel suo diario: Spero che la fine sia gioiosa, e spero di non tornare mai più.
Di lei rimangono i suoi quadri, compagni di viaggio, testimoni intimi, talvolta dolenti, altre surreali, di una vita vissuta fino all’ultimo respiro con coraggio e tenacia. Una funambola sospesa ad altezze vertiginose; un corpo traditore, creato per contenere sofferenza, e una mente libera, in grado di librarsi sopra le brutture della quotidianità. Questo è stata Frida Kahlo, un’anima bella.
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Grazie mille a tutti per l'attenzione.

Daniela, Monica, Miki, Francesca, Federica e Jennifer