venerdì 23 ottobre 2020

Letture con Marina #106 - Recensione di Non scrivere di me. Racconti intimi di scrittori molto amati: Roth, Ford, Wallace, Carver. – di Livia Manera Sambuy

Buongiorno lettori, come vedete il blog va sempre a rilento, ma ci sono, portate pazienza ancora un po'. Per il momento vi lascio a Marina e ad una sua recensione!

Della serie: le buone intenzioni che si perdono nel caos e nella frenesia della vita moderna. Ovvero, sogno per una vita alternativa o una seconda opportunità (sogno di una notte).


Titolo: Non scrivere di me. Racconti intimi di scrittori molto amati: Roth, Ford, Wallace, Carver.
Autore: Livia Manera Sambuy
Casa editrice: Feltrinelli, 2018
Pagine: 206

Trama: «Ti proibisco di scrivere di me», intima Philip Roth. Per Livia Manera dovrebbe suonare come un divieto, ma è di fatto un'istigazione ad abbattere la barriera che divide l'intesa umana e l'invenzione letteraria, è uno stimolo ad attivare la memoria di sé e la memoria lasciata dalle tante letture e dalle parole chiave che hanno aperto la porta su un territorio in cui vita e letteratura si mescolano. Livia Manera racconta storie di incontri con i "suoi" scrittori americani, storie di complicità, amicizia, consuetudine, amore. Racconta la New York degli intellettuali che vi sono rimasti, la Parigi di quelli che se ne sono andati, i colori del Maine e il respiro del Midwest. Ci lascia intravedere isolate residenze di campagna, appartamenti impeccabili, strade di Manhattan imbiancate dalla neve, uffici spogli di celebri redazioni, case raffinatissime e monolocali desolati, stanze d'ospedale, caffè parigini, fast food ai margini di un'autostrada. Con il garbo di una scrittura che fa dell'io narrante la sonda e lo specchio, la talpa e la luce, il mondo della letteratura americana diventa la scena di un'esistenza che continua a cercare nelle domande e nei dubbi una strategia di saggezza. E così che ci vengono incontro, con una trasparenza nuova, le figure di Philip Roth, Richard Ford, Paula Fox, Judith Thurman, David Foster Wallace, Joseph Mitchell, Mavis Gallant, James Purdy, ma anche, in controluce, quelle di Carver, Richler e Blixen.

 
RECENSIONE: 



Una copertina che già ti dice dove ti porterà questo romanzo, che più che un romanzo vero e proprio sembrano le confidenze che un’amica giornalista culturale ti sta raccontando, senza vanto – ma come un dato di fatto molto interessante ed intrigante.

Come sono arrivata a Livia Manera Sambuy? Forse mi ha colpita l’internazionalità dell’italiano cognome del marito… O il suo stesso cognome dai rimandi cinematografici... Mi sono ripromessa più volte di utilizzare una rubrica, scrivendo in ordine alfabetico i titoli o gli autori dei libri che cerco, con riferimento a dove ho recuperato il titolo o l’autore stesso. Penso che dopo solo un anno, con circa 100 libri all’attivo, sia divertente e forse più ancora appassionante ripercorrere gli anelli delle (a volte anche) fortuite concatenazioni che hanno portato alla conoscenza di un autore…

Chiaramente ve ne sarete già accorti e ve lo ribadisco pure, per chi ancora non avesse intuito: PAUSA! Periodo particolare di questo anno bisestile? Forse. Periodo lavorativo sfiancante? Altro forse. Tutto sommato, mi ritrovo ad essere riflessiva e cogitante. O forse dopo thrillers e gialli ma anche libri di guerra, è arrivato il tempo di una pausa tra i grandi della letteratura. E così ho pensato di farmi accompagnare da qualcuno che mi potesse introdurre con vividezza in questo mondo.

Questo è sicuramente un tipo di libro che sarà sempre nelle mie corde. Traduttori/trici e/o autori/trici che hanno conosciuto mostri sacri della lettura internazionale e ce li raccontano, con dettagli arcinoti ma anche sconosciuti, indice di una conoscenza e di un’intimità di cui ascoltare non è farsi guardone, ma piuttosto esacerbare quella curiosità che molte volte non siamo in grado di estrinsecare con le ns amicizie o conoscenze. Un po’ confusi?

Posso permettermi di scherzare con questo romanzo e con quest’autrice, figlia della Milano tutta da bere, della smaltata New York e della sognante e talvolta stagnante Parigi. Non invidio le difficoltà che sicuramente questa donna ha affrontato, quanto l’attività che si è ritagliata. E se di un giallo o di un thriller è difficilissimo parlare perché ad ogni piè sospinto si rischia di palesare parti della trama che vanno svelate pian piano, qui si rischia d’altronde di parlare di aria fritta, il che, a mio modo di vedere, è ancora peggio.

Si dovrebbe procedere ad uno scarno elenco degli autori di cui la traduttrice ed autrice ci parla: Mavis Gallant, Judith Thurman, David Foster Wallace, Joseph Mitchell, Richard Ford, Fran Lebowitz, Paula Fox, Philip Roth. E in mezzo a questi autori, suddivisi nei vari capitoli, decine di altri scrittori/trici – ma non solo – che ci raccontano parte del secolo scorso e parte di questi anni duemila, senza mai cadere “in una delle tante trappole che stanno davanti alla Sambuy come pozzanghere dopo un temporale”. Ricordi, esperienze ed incontri condivisi, a cavallo fra tre magnifiche città che hanno ospitato a periodi ripetuti l’autrice.

Magico il momento in cui nel Luglio del 2006, in Madagascar, l’autrice incontra Hemingway nel racconto “My old man” – ed esattamente a pag.151 accade il miracolo, che ogni lettore vorrebbe vivere e poi ancora rivivere. Quella particolare pagina riporta la Sambuy indietro nel tempo, a Milano, a vent’anni, nella sua prima casa in un palazzo fascinoso e malandato del centro, quando… Ma sarebbe un peccato anticiparVi questa piccola ma importante confidenza. Perché è proprio in questo momento che nasce il pensiero del delicato ma stimolante romanzo che ho potuto leggere. Dove l’autrice non alza mai i toni per decantare le sue conoscenze letterarie, ma che ce le presenta così, come se ad un incontro stessimo parlando di una terza persona, conosciuta da entrambi. Anche se fin da subito, con disarmante onestà ed in controtendenza con il mondo attuale, la Sambuy ci avvisa che “scrive di libri e di scrittori: è il suo mestiere. Eppure non le piace raccontare le trame di quello che legge”.

“Ha senso raccontare tutto questo?”, si chiede e ci chiede Livia Manera Sambuy. “Non lo so, non credo stia a me dirlo. So solo che è la mia vita, la vita di una persona che ha fatto del leggere il proprio mestiere, e che nel corso del tempo ha coltivato la convinzione che abbiamo bisogno di storie perché le storie ci aiutano a vivere”. E del resto, continuando questo discorso in un’intervista, “se il giornalismo culturale sta forse finendo, qualcos’altro sta probabilmente nascendo, veicolato dai social network, con mezzi minori e grande precarietà”.

Io sono di parte naturalmente, l’ho confessato sin dall’inizio. Perché tra gli autori elencati poco sopra e che l’autrice ha conosciuto e di cui ci fa intravvedere aspetti poco conosciuti o addirittura vissuti solo da lei, ed insieme ad Hemingway, Dickens, Didion, Proust, Richler, Ondaatje, Munro, Carson, Atwood, Maxwell, Cèline, Carver, Blixen…, ebbene, si potrebbe trascorrere la vita con il sorriso sulle labbra, la pace nel cuore e arrovellamenti intellettuali stimolanti.

E allora posso rispondere a pieno diritto a Livia Manera Sambuy che sì, la scrittura di queste “memorie” ha un senso ora e qui, per me e per i lettori che hanno avuto la fortuna di incrociare queste confidenze coinvolgenti. E qui, credetemi, con questi autori riempirei la mia rubrica degli incontri! 
 
A presto




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