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martedì 28 settembre 2021

Letture con Marina #147 - La scuola della carne di Yukio Mishima

Buongiorno lettori, come state? Non è venerdì ma oggi torna Marina con una nuova recensione.


Autore giapponese che, al pari di una Virginia Woolf, condivide lo snervante primato di essere difficilmente collocabile in caselle standard, sia prendendo in esame la sua vita che “esaminando” la sua opera. Per quanto lo si legga e si cerchi di penetrare nell’essenza della sua vita, seppur a distanza di decenni dalla sua morte, e per quanto tutto di dominio pubblico, non si riesce a concepire e focalizzare il suo vissuto, pur tenendo come punto fermo le tematiche che palesa nelle sue opere. Come nel caso della Woolf, presa come mero esempio, il periodo storico gioca sicuramente un ruolo importante.



Ti
tolo: La scuola della carne
Autore: Yukio Mishima
Casa editrice: Feltrinelli, 2014
Traduzione: Carlotta Rapisarda
Pagine: 240

Trama: Taeko, elegante e avvenente donna di trentanove anni, conduce una vita agiata e godereccia, destreggiandosi tra l'atelier d'alta moda di cui è proprietaria, le amiche con cui condividere racconti piccanti ed eventi mondani cui partecipare. Stereotipo della donna divorziata e indipendente, immersa nell'alta società nipponica del dopoguerra, ove il desiderio di occidentalizzazione si contrappone a vecchie tradizioni e pregiudizi, Taeko non vuole rinunciare al proprio stile di vita né alla libertà. Poi, una sera, scorge il giovane Senkichi in un gay bar e l'attrazione è fatale. Una magia che scaturisce dalla carne fresca e virile del ragazzo, i muscoli ben tesi, i lineamenti fieri del viso. La vita di Taeko cambia in un batter d'occhio: proprio colei che aveva sempre voluto avventure di poco conto, si ritrova irrimediabilmente in balia di un giovane tanto bello quanto misterioso. Ne scaturisce un gioco perfido e ossessivo. Ma chi è davvero la vittima? Chi il carnefice?

 

RECENSIONE:   

venerdì 11 dicembre 2020

Letture con Marina #112 - Recensione de L'investigatore olistico Dirk Gently di Douglas Adams

Buongiorno lettori, un altro venerdì è giunto e insieme a lui, lo sapete ormai, arriva Marina con una nuova recensione.


Sono di parte, lo so, ma vi siete mai fermati a pensare al contributo che la letteratura inglese ha dato – e continua a dare – alla produzione letteraria mondiale? E quanta parte della cultura gialla / poliziesca deve i suoi natali a scrittori britannici? Nell’Olimpo, due nomi per tutti: Agatha Christie e Arthur Conan Doyle. Sicuramente nelle sue intenzioni, Douglas Noel Adams non avrebbe pensato di rientrare tra i grandi scrittori inglesi e chissà…

Ti
tolo: L'investigatore olistico Dirk Gently
Autore: Douglas Adams
Casa editrice: Feltrinelli, 1996
Traduzione:
Andrea Buzzi
Pagine: 294
 
Trama: Dirk Gently è un detective disastroso e disastrato, che fin dall'epoca del college dice alla gente di essere un ciarlatano. I suoi clienti sono rari e dunque cerca di far quadrare il bilancio con altre attività. Soprattutto sfruttando il dono della veggenza, avuto in eredità da genitori transilvanici. Quando ha a che fare con un caso difficile, fa uso di ogni mezzo, complicando sempre più la matassa. In questo caso, cosa possono avere in comune un gatto morto, un bimbetto mago di computer, un Monaco Elettrico che crede che il mondo sia rosa, la meccanica quantistica, Samuel Taylor Coleridge e una pizza? Molte cose, come dimostrerà il nostro investigatore.
 

 
RECENSIONE: 

Parecchi accadimenti inconsueti e particolari colpiscono il lettore, mentre è impegnato a non farsi gabbare da Adams, se è vero che ogni qualvolta si è in odore di giallo o poliziesco, si presume che l’autore non voglia farci scoprire il colpevole o quantomeno il movente, che è sempre il deus ex-machina di tutta la vicenda. Va detto innanzitutto che quest’Adams è il papà di “Guida Galattica”, per chi non avesse ancora collegato l’autore. Fortunatissima commedia radiofonica a puntate trasmessa dalla BBC Radio 4 nel 1978 e da lui sceneggiata, prima di essere poi trasposta sempre da Adams in una serie di romanzi, di cui il primo della serie è “Guida Galattica per gli Autostoppisti”, del 1979. Penso non serva aggiungere altro perché, anche se non letta, è universalmente conosciuta e le citazioni che provengono da quest’opera sono copiose. Come di consueto, essendo questo un capolavoro (diventato di culto per la generazione che ha contribuito alla nascita di Internet e del Web), trasforma le altre opere dell’autore in un qualcosa di diverso, facendole considerare secondarie rispetto all’opera prima e di subitaneo successo. Eppure in questo specifico caso non è così. Sicuramente le battute, le gag esilaranti e gli strampalati personaggi sono scoppiettanti nella Guida come nei purtroppo troppo pochi libri dedicati all’investigatore Dirk Gently. Ciò nonostante, proprio perché a questo professionista della disciplina olistica sono stati dedicati solo due romanzi (il terzo, appena abbozzato, è rimasto tristemente incompiuto a causa della prematura scomparsa di Adams all’età di soli 49 anni), forse un lettore preferisce dedicare la sua attenzione alla Guida Galattica, che consta di diversi volumi e che quindi non lascia a bocca asciutta, non appena ci si è appassionati ed affezionati ad un personaggio.

Ma venendo a Dirk Gently, o a Svlad Cjelli, sempre che uno dei due nomi sia quello giusto dato che a Dirk piace cambiare nome, possiamo dire che è alquanto strano che il protagonista compaia quasi a metà del romanzo? Tanto che inizialmente e poi proseguendo il romanzo, si tende a credere che il suo ex compagno di studi universitari, Richard McDuff, programmatore di una certa fama per aver creato un software che converte numeri gestionali e grafici in musica, sia il vero protagonista. E all’inizio, pensarlo non sarebbe proprio del tutto sbagliato, in quanto la vicenda ruota proprio intorno a lui, alla sua fidanzata, la violoncellista Susann, al rivale in amore Michael e a Gordon, che è il fratello della sua fidanzata e che per fatalità è anche il suo capo, il ricco fondatore e proprietario della WayForward Technologies. Se poi ci mettiamo in mezzo un divano ben incastrato sulle scale che portano all’appartamento di Richard, un cavallo che compare misteriosamente in bagno del suo ex tutor al college e un Monaco elettrico, per non parlare del poeta Samuel Taylor Coleridge, ecco che abbiamo ambientazione, personaggi, colpevole, movente. Storia. E l’autore è così intelligente, ironico e sdegnoso di creare un altro investigatore che vada ad ingrossare le fila della gloriosa tradizione anglosassone dei Grandi Investigatori, che non shakera semplicemente gli ingredienti per servirci un tiepido aperitivo, ma ci abbaglia con un fantasmagorico romanzo, creando un drink nuovo e di gran classe.

Ed è proprio a romanzo avanzato che Dirk Gently, come preferisce farsi chiamare al momento, investigatore impegnato a cercare gatti con il suo metodo induttivo/deduttivo olistico, mentre la oramai non più paziente segretaria minaccia e mette in atto il totale abbandono del proprio posto lavorativo, che l’investigatore – che al momento sta osservando con il binocolo i dintorni - scorge un losco quanto inesperto figuro scalare la facciata di un edificio per introdursi in un appartamento. Salvo poi scoprire quasi subito che il poco dignitoso ladro altri non è che Richard, suo ex compagno di studi universitari. Che si sta introducendo a casa della propria fidanzata dalla parte sbagliata, dato che ha le chiavi dell’appartamento di lei. Perché? Forse perché “il punto importante è la sostanziale interconnessione di tutte le cose” e quindi la scalata di Richard può essere interconnessa all’uscita dei quotidiani del giorno successivo e alla morte del suo capo? E quindi per Dirk può essere l’occasione per svincolarsi dal suo logoro lavoro di cerca gatti di anziane signore? O c’è dell’altro che collega i due uomini, forse la richiesta la sera precedente dell’ex tutor di college di Richard, di trovare Svlad Cjelli?

I 36 capitoli che si susseguono sono un puzzle divertente, sempre venato da ironia ed humor britannici, che a tratti si vena di sana follia e ci fa sorridere apertamente e che intercala il giallo alla fantascienza e alla ghost-story, non disdegnando l’amore per la musica e la poesia, passando per un naturalismo di denuncia e in cui tra l’altro gli appassionati sia della serie del dottor Who che dei Monty Phyton possono cogliere somiglianze, sia per le gags comiche che per la comicità acutamente intellettuale (pur se messa a disposizione in termini fruibili dalla massa), con uso innovativo di tematiche di genere classico (l’inversione del credo investigativo di Holmes) e con autoreferenze (la Guida) e numerosi riferimenti culturali. Un appunto poi che ho letto da qualche parte, paragona Dirk ai colleghi e protagonisti di hard-boiled… nel modo di fare, nell’essere sempre appassionati del proprio lavoro seppur squattrinati – nel modo magari anche di trattare le donne, o le proprie segretarie. E devo dire che avendo appena letto un’avventura del famoso Philip Marlowe, questo qualcosa di somiglianza l’ho colto.

Ciò che Richard non sospetta e che invece Dirk arguisce per grazia di interconnessioni e di una conversazione con un ragazzetto, è che, tra una pizza fredda, una lunga registrazione sulla segreteria telefonica e l’ira della violoncellista Susan, i due amici e Reg, il tutor universitario, saranno chiamati a salvare il mondo. Mentre un’irata Susan – appunto - dimenticata per l’ennesima volta dallo svagato Richard, ci metterà del suo, convincendo il rivale in amore a portarla fuori ed innescando così una bomba ad orologeria che il lettore che avrà la compiacenza di seguire l’autore nella declinazione di tutte le sfaccettature delle vicende interconnesse, avrà la possibilità di gustare, fino alla detonazione. Che diversamente da altri autori, Adams ha il coraggio di far esplodere sin dall’inizio. Buon divertimento!
 
A presto




venerdì 23 ottobre 2020

Letture con Marina #106 - Recensione di Non scrivere di me. Racconti intimi di scrittori molto amati: Roth, Ford, Wallace, Carver. – di Livia Manera Sambuy

Buongiorno lettori, come vedete il blog va sempre a rilento, ma ci sono, portate pazienza ancora un po'. Per il momento vi lascio a Marina e ad una sua recensione!

Della serie: le buone intenzioni che si perdono nel caos e nella frenesia della vita moderna. Ovvero, sogno per una vita alternativa o una seconda opportunità (sogno di una notte).


Titolo: Non scrivere di me. Racconti intimi di scrittori molto amati: Roth, Ford, Wallace, Carver.
Autore: Livia Manera Sambuy
Casa editrice: Feltrinelli, 2018
Pagine: 206

Trama: «Ti proibisco di scrivere di me», intima Philip Roth. Per Livia Manera dovrebbe suonare come un divieto, ma è di fatto un'istigazione ad abbattere la barriera che divide l'intesa umana e l'invenzione letteraria, è uno stimolo ad attivare la memoria di sé e la memoria lasciata dalle tante letture e dalle parole chiave che hanno aperto la porta su un territorio in cui vita e letteratura si mescolano. Livia Manera racconta storie di incontri con i "suoi" scrittori americani, storie di complicità, amicizia, consuetudine, amore. Racconta la New York degli intellettuali che vi sono rimasti, la Parigi di quelli che se ne sono andati, i colori del Maine e il respiro del Midwest. Ci lascia intravedere isolate residenze di campagna, appartamenti impeccabili, strade di Manhattan imbiancate dalla neve, uffici spogli di celebri redazioni, case raffinatissime e monolocali desolati, stanze d'ospedale, caffè parigini, fast food ai margini di un'autostrada. Con il garbo di una scrittura che fa dell'io narrante la sonda e lo specchio, la talpa e la luce, il mondo della letteratura americana diventa la scena di un'esistenza che continua a cercare nelle domande e nei dubbi una strategia di saggezza. E così che ci vengono incontro, con una trasparenza nuova, le figure di Philip Roth, Richard Ford, Paula Fox, Judith Thurman, David Foster Wallace, Joseph Mitchell, Mavis Gallant, James Purdy, ma anche, in controluce, quelle di Carver, Richler e Blixen.

 
RECENSIONE: 



Una copertina che già ti dice dove ti porterà questo romanzo, che più che un romanzo vero e proprio sembrano le confidenze che un’amica giornalista culturale ti sta raccontando, senza vanto – ma come un dato di fatto molto interessante ed intrigante.

Come sono arrivata a Livia Manera Sambuy? Forse mi ha colpita l’internazionalità dell’italiano cognome del marito… O il suo stesso cognome dai rimandi cinematografici... Mi sono ripromessa più volte di utilizzare una rubrica, scrivendo in ordine alfabetico i titoli o gli autori dei libri che cerco, con riferimento a dove ho recuperato il titolo o l’autore stesso. Penso che dopo solo un anno, con circa 100 libri all’attivo, sia divertente e forse più ancora appassionante ripercorrere gli anelli delle (a volte anche) fortuite concatenazioni che hanno portato alla conoscenza di un autore…

Chiaramente ve ne sarete già accorti e ve lo ribadisco pure, per chi ancora non avesse intuito: PAUSA! Periodo particolare di questo anno bisestile? Forse. Periodo lavorativo sfiancante? Altro forse. Tutto sommato, mi ritrovo ad essere riflessiva e cogitante. O forse dopo thrillers e gialli ma anche libri di guerra, è arrivato il tempo di una pausa tra i grandi della letteratura. E così ho pensato di farmi accompagnare da qualcuno che mi potesse introdurre con vividezza in questo mondo.

Questo è sicuramente un tipo di libro che sarà sempre nelle mie corde. Traduttori/trici e/o autori/trici che hanno conosciuto mostri sacri della lettura internazionale e ce li raccontano, con dettagli arcinoti ma anche sconosciuti, indice di una conoscenza e di un’intimità di cui ascoltare non è farsi guardone, ma piuttosto esacerbare quella curiosità che molte volte non siamo in grado di estrinsecare con le ns amicizie o conoscenze. Un po’ confusi?

Posso permettermi di scherzare con questo romanzo e con quest’autrice, figlia della Milano tutta da bere, della smaltata New York e della sognante e talvolta stagnante Parigi. Non invidio le difficoltà che sicuramente questa donna ha affrontato, quanto l’attività che si è ritagliata. E se di un giallo o di un thriller è difficilissimo parlare perché ad ogni piè sospinto si rischia di palesare parti della trama che vanno svelate pian piano, qui si rischia d’altronde di parlare di aria fritta, il che, a mio modo di vedere, è ancora peggio.

Si dovrebbe procedere ad uno scarno elenco degli autori di cui la traduttrice ed autrice ci parla: Mavis Gallant, Judith Thurman, David Foster Wallace, Joseph Mitchell, Richard Ford, Fran Lebowitz, Paula Fox, Philip Roth. E in mezzo a questi autori, suddivisi nei vari capitoli, decine di altri scrittori/trici – ma non solo – che ci raccontano parte del secolo scorso e parte di questi anni duemila, senza mai cadere “in una delle tante trappole che stanno davanti alla Sambuy come pozzanghere dopo un temporale”. Ricordi, esperienze ed incontri condivisi, a cavallo fra tre magnifiche città che hanno ospitato a periodi ripetuti l’autrice.

Magico il momento in cui nel Luglio del 2006, in Madagascar, l’autrice incontra Hemingway nel racconto “My old man” – ed esattamente a pag.151 accade il miracolo, che ogni lettore vorrebbe vivere e poi ancora rivivere. Quella particolare pagina riporta la Sambuy indietro nel tempo, a Milano, a vent’anni, nella sua prima casa in un palazzo fascinoso e malandato del centro, quando… Ma sarebbe un peccato anticiparVi questa piccola ma importante confidenza. Perché è proprio in questo momento che nasce il pensiero del delicato ma stimolante romanzo che ho potuto leggere. Dove l’autrice non alza mai i toni per decantare le sue conoscenze letterarie, ma che ce le presenta così, come se ad un incontro stessimo parlando di una terza persona, conosciuta da entrambi. Anche se fin da subito, con disarmante onestà ed in controtendenza con il mondo attuale, la Sambuy ci avvisa che “scrive di libri e di scrittori: è il suo mestiere. Eppure non le piace raccontare le trame di quello che legge”.

“Ha senso raccontare tutto questo?”, si chiede e ci chiede Livia Manera Sambuy. “Non lo so, non credo stia a me dirlo. So solo che è la mia vita, la vita di una persona che ha fatto del leggere il proprio mestiere, e che nel corso del tempo ha coltivato la convinzione che abbiamo bisogno di storie perché le storie ci aiutano a vivere”. E del resto, continuando questo discorso in un’intervista, “se il giornalismo culturale sta forse finendo, qualcos’altro sta probabilmente nascendo, veicolato dai social network, con mezzi minori e grande precarietà”.

Io sono di parte naturalmente, l’ho confessato sin dall’inizio. Perché tra gli autori elencati poco sopra e che l’autrice ha conosciuto e di cui ci fa intravvedere aspetti poco conosciuti o addirittura vissuti solo da lei, ed insieme ad Hemingway, Dickens, Didion, Proust, Richler, Ondaatje, Munro, Carson, Atwood, Maxwell, Cèline, Carver, Blixen…, ebbene, si potrebbe trascorrere la vita con il sorriso sulle labbra, la pace nel cuore e arrovellamenti intellettuali stimolanti.

E allora posso rispondere a pieno diritto a Livia Manera Sambuy che sì, la scrittura di queste “memorie” ha un senso ora e qui, per me e per i lettori che hanno avuto la fortuna di incrociare queste confidenze coinvolgenti. E qui, credetemi, con questi autori riempirei la mia rubrica degli incontri! 
 
A presto




martedì 21 aprile 2020

Recensione #351 - ...che Dio perdona tutti di Pif

Buongiorno lettori, eccomi di nuovo qui con una nuova recensione. Oggi vi parlo di ...che Dio perdona a tutti di Pif edito da Feltrinelli, pag. 186.

Trama: Arturo è un trentacinquenne che ha poche passioni che, con scarso successo, cerca di condividere con gli amici di calcetto. La più importante e irrinunciabile sono i dolci, in particolare quelli con la ricotta. Almeno fino a quando entra in scena lei, Flora: la figlia del proprietario della pasticceria che fa gli sciù più buoni di Palermo. E in un istante diventa la donna dei suoi sogni. Sveglia, intraprendente, ma anche molto cattolica, Flora sulla religione ha la stessa pignoleria di Arturo sui dolci, ed è proprio così che lui la conquista, interpretando Gesù durante una Via Crucis. Flora s’innamora e per un periodo felice i due stanno insieme, senza che lei si avveda della sua indifferenza religiosa e, naturalmente, senza che Arturo la confessi… Quando lei se ne accorge, Arturo, un po’ per sfinimento e un po’ per provocazione, reagisce con insolita fermezza: seguirà alla lettera la parola di Dio. Per tre settimane…
Comico, surreale, straordinario: il Pif che noi tutti conosciamo anche su carta.


Ho preso in mano questo libro che avevo posato sul comodino da più di un anno e mi aspettavo qualcosa di esilarante, che potesse aiutarmi in questo difficile periodo di poca concentrazione, invece ho trovato un Pif nuovo, che non mi aspettavo, introspettivo e capace di portare il lettore alla riflessione su un tema importante come quello della religione. Ho fatto un po' fatica perchè mi aspettavo qualcosa di più leggero però è stata una lettura interessante ed ora vi spiego perchè.

venerdì 21 febbraio 2020

Letture con Marina #80 - Le vedove del giovedì di Claudia Pineiro

Buongiorno lettori, è venerdì e come un orologio svizzero torna Marina con una nuova recensione.
Senza servitù non c’è
tragedia possibile,
soltanto un sordido
dramma borghese.
Mentre lavi la tua
tazza e svuoti i
posacenere, le
passioni perdono forza.
(Manuel Puig, Stelle del Firmamento)

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E’ il secondo romanzo che leggo dell’argentina Claudia Piñeiro ed anche in questo caso resto incantata dalla trama, per come l’autrice l’ha dipanata lungo tutte le pagine. Ma curiosiamo più nel dettaglio…
Titolo: Le vedove del giovedì
Autore:  Claudia Pineiro
Casa editrice: Feltrinelli, 2015
Traduzione: Michela Finassi Parolo
Pagine: 256
Sinossi: Alla periferia di Buenos Aires, dietro alti muri perimetrali, al di là di cancelli rinforzati e affiancati dalle garitte della vigilanza, si trova il complesso residenziale di lusso Altos de la Cascada. Fuori, la strada, la baraccopoli di Santa Maria de los Tigrecitos, l'autostrada, la città, il resto del mondo. Ad Altos de la Cascada vivono famiglie facoltose che hanno lo stesso stile di vita e che vogliono mantenerlo, costi quel che costi. In quest'oasi dorata di pace e tranquillità, un gruppo di amici si riunisce una volta alla settimana lontano dalla vista dei figli, delle donne di servizio e soprattutto delle mogli che, escluse da questi incontri virili, si autonominano, ironicamente, "le vedove del giovedì". Ma una notte la routine si spezza rivelando il lato oscuro di una vita "perfetta".




RECENSIONE:

venerdì 13 settembre 2019

Letture con Marina #70 - Un'estate con la Strega dell'Ovest di Kaho Nashiki

Buongiorno carissimi, dopo la lunga pausa estiva torna anche Marina, quindi banco alle chiacchiere, vi lascio a lei e alla sua nuova recensione!

Un vago riecheggiare del Mago di Oz, i temi cari alla scuderia Ghibli, il Giappone e un libro per ragazzi… irresistibile tentazione!

Titolo:  Un'estate con la Strega dell'Ovest
Autore: Kaho Nashiki
Casa editrice: Feltrinelli, 2019
Traduzione: Michela Riminucci
Pagine: 137
Sinossi: Mai ha tredici anni e non vuole più andare a scuola. La madre, preoccupata, decide di mandarla a stare dalla nonna per un po', in una bella casetta nella campagna giapponese sul limitare dei monti. La nonna è una signora inglese ormai vedova, arrivata in Giappone molti anni prima e rimasta lì per amore. Sia Mai che la madre si riferiscono a lei come la "Strega dell'Ovest", ma nel momento in cui la nonna le rivela di possedere realmente dei poteri magici, Mai rimane incredula e diffidente. Quando però le propone di affrontare il duro addestramento da strega, accetta senza esitazioni. Immerse nella natura incontaminata del Giappone più remoto, nonna e nipote passano insieme settimane meravigliose in raccoglimento, lontane dalla frenesia della vita di città, a lavorare nell'orto, raccogliere erbe selvatiche e cucinare, oltre a dedicarsi, naturalmente, a quelli che sono, secondo la nonna, i rudimenti di base per una giovane strega. A questa storia catartica e rivelatrice, negli anni, l'autrice ha voluto aggiungere tre brevi racconti che ne riprendono i personaggi e l'ambientazione e che proponiamo fedelmente nella presente edizione.


RECENSIONE:

martedì 12 marzo 2019

Recensione #288 - Adesso di Chiara Gamberale

Ciao amici, anche oggi nuova recensione qui sul blog! Il primo trimestre di una challenge cui sto partecipando è agli sgoccioli e sto ovvimente cercando di pubblicare tutti pensieri dei libri che ho letto fino ad oggi. Vi parlo di Adesso di Chiara Gamberale, edito da Feltrinelli, pag. 216.

Sinossi: Esiste un momento nella vita di ognuno di noi dopo il quale niente sarà più come prima: quel momento è adesso. Arriva quando ci innamoriamo, come si innamorano Lidia e Pietro. Sempre in cerca di emozioni forti lei, introverso e prigioniero del passato lui: si incontrano. Rinunciando a ogni certezza, si fermano, anche se affidarsi alla vita ha già tradito entrambi, ma chissà, forse proprio per questo, finalmente, adesso... E allora Lidia che ne farà della sua ansia di fuga? E di Lorenzo, il suo "amoreterno", a cui la lega ancora qualcosa di ostinato? Pietro come potrà accedere allo stupore, se non affronterà un trauma che, anno dopo anno, si è abituato a dimenticare? Chiara Gamberale stavolta raccoglie la scommessa più alta: raccontare l'innamoramento dall'interno. Cercare parole per l'attrazione, per il sesso, per la battaglia continua tra le nostre ferite e le nostre speranze, fino a interrogarsi sul mistero a cui tutto questo ci chiama. Grazie a una voce a tratti sognante e a tratti chirurgica, ci troviamo a tu per tu con gli slanci, le resistenze, gli errori di Lidia e Pietro e con i nostri, per poi calarci in quel punto "sotto le costole, all'altezza della pancia" dove è possibile accada quello a cui tutti aspiriamo ma che tutti spaventa: cambiare. Mentre attorno ai due protagonisti una giostra di personaggi tragicomici mette in scena l'affanno di chi invece, anziché fermarsi, continua a rincorrere gli altri per fuggire da se stesso...


Era da tanto che pensavo di leggere un libro di questa autrice, sono stata più volte lì li per farlo ma poi c'era sempre qualcosa che mi faceva ritornare sui miei passi. Questa volta ho lasciato che fossero gli altri a scegliere per me. Avevo bisogno di una cover rossa e di un libro regalatomi al mio compleanno per soddisfare le richieste di due sfide letteriarie cui partecipo quest'anno e buttando un occhio nella libreria mi sono decisa per questo.

venerdì 25 gennaio 2019

Letture con Marina #56 - Recensione di Middle England di Jonathan Coe

Buongiorno lettori, nuovo venerdì, nuova puntata della rubrica di Marina. Vi lascio alla sua recensione!


Un Jonathan Coe in grande spolvero con questo suo romanzo del 2018, che ci traghetta in un fine Gennaio dove imperversano influenza e neve e dove proprio in Gran Bretagna il premier Theresa May si è vista bocciare l’accordo negoziato con l’Unione europea, in attesa di vedere cosa accadrà il 29 Marzo…
Titolo: Middle England
Autore: Jonathan Coe
Traduzione: Marialuigia Castagnone
Casa editrice: Feltrinelli - 2018
Pagine: 398

Descrizione:  In questo nuovo romanzo lo sguardo critico di J. Coe si concentra sulle vicende di una famiglia delle Midlands inglesi, per poi abbracciare gli eventi più recenti di un'intera nazione, fino al terremoto Brexit del 2016. 
 
Tornano alcuni personaggi de "La banda dei brocchi" e di "Circolo chiuso": Benjamin e Lois Trotter e i loro amici, che ritroviamo qui ormai alle prese con le grane dell'età che avanza. Ma l'attenzione del nuovo tragicomico romanzo si concentra sui membri più giovani della famiglia Trotter, come la figlia di Lois, Sophie, ricercatrice universitaria idealista, che dopo un matrimonio poco probabile fatica a rimanere fedele al marito, soprattutto da quando le rispettive idee politiche si sono fatte sempre più distanti. Intanto la nazione sfrigola e questioni come il nazionalismo, l'austerità, il politicamente corretto e l'identità politica incendiano il dibattito e gli animi.


RECENSIONE:

venerdì 20 aprile 2018

Letture con Marina #35

Buongiorno carissimi, finalmente un nuovo venerdì è arrivato!  Sono già passate due settimane quindi oggi vi lascio a Marina e alla sua rubrica Letture con Marina.



Buona giornata in questo venerdì, preludio di weekend! Non riesco spesso ad approcciarmi ai grandi della letteratura perché, soprattutto se sono scrittori impegnati anche in ambito sociale e/o politico, temo di non avere abbastanza conoscenze per capire fino in fondo la loro “missione”, chiamiamola così. Chissà se anche a voi capita? E in caso, come agite solitamente. E’ anche vero che con l’avvento di Internet, si possono condurre molteplici ricerche che consentono di accostarsi ad un autore con un minimo di conoscenza che permette una più approfondita consapevolezza e presa di coscienza dei temi che si andranno ad affrontare. A tal proposito e grazie al post di Fede Paliotto in fb, ho scoperto il libro “Come leggere uno scrittore”, dello scrittore e critico John Freeman, agile compendio delle sue interviste ai suoi scrittori preferiti, tra cui appunto, Doris Lessing. Insieme ad “Americana” di Luca Briasco, “amici” oramai inseparabili per arrivare a godere dei libri in lettura. Se conoscete qualche altro vademecum, fatemi cortesemente avere titolo ed autore.
Titolo: IL DIARIO DI JANE SOMERS
Autore: Doris Lessing
Casa editrice: Feltrinelli 1986
Genere: Narrativa contemporanea
Pagine: 256
Traduttore: Marisa Caramella

Sinossi: Janna, donna bella ed elegante di quarantanove anni, caporedattrice di una rivista a larga diffusione, ha alle spalle un solido successo professionale costruito con efficienza e levigata crudeltà, conquistato a prezzo di rinunce nella vita privata. Ha reagito alla perdita di due persone che amava, il marito e la madre, accentuando il proprio self-control e il piglio manageriale che costituiscono il suo fascino. Con vari uomini ha avuto legami brevi e distratti. Non trascura l'aspetto esteriore, sempre perfetto secondo l'ora e l'occasione. Un giorno, in una farmacia, Janna conosce una piccola e vecchia signora, Maudie Fowler. Comincia un'amicizia incredibilmente stretta, un legame quasi simbiotico. Janna prende a condividere e ad amministrare le manie, le fissazioni, le incallite abitudini di Maudie, i suoi malanni senili, e viene a contatto con un mondo disordinato e per lei dolorosamente affascinante, scoprendo una serie di possibili e insospettate trame esistenziali. Quando Maudie, dopo lunghi mesi di malattia, muore, Janna ha un moto di rivolta. Sa che d'ora in poi vivranno in lei due persone, e forse molte persone, germi inattuati di esistenze mai vissute.


RECENSIONE:
Decidendo di dare una sequenza ordinata e lineare a questo romanzo, possiamo in breve focalizzare i punti salienti della storia: siamo a Londra negli anni Sessanta del secolo scorso e Janna Somers (all’anagrafe Jane), è alle soglie dei cinquant’anni. Una donna realizzata nel lavoro, che è splendido, appagante e richiede un orario prolungato con molteplici decisioni di responsabilità da prendere. Lavora alla direzione della rivista Lilith, che ha contribuito a far crescere insieme a Joyce, che potremmo definire la sua collega ed unica amica, nonché direttrice della rivista. All’attivo anche la morte del marito e poi della madre. Che non ha voluto o meglio, non ha saputo seguire nelle fasi della malattia prima e della morte poi. Un’incapacità da moglie bambina, da secondogenita. Un giorno incontra casualmente la vecchia Sig.ra Maudie Fowler in farmacia e senza nemmeno sapere come, si ritrova dentro il suo maleodorante e sporco appartamento. Pian piano invischiata nella vita di questa vecchina rabbiosa, che però ha un qualcosa che ti prende e non ti lascia più andare. E l’elegante e sempre controllata ed autosufficiente Janna farà quello che non ha saputo fare per la madre ed il marito: la seguirà nella vecchiaia fino alla diagnosi di tumore allo stomaco e alla morte. Toccandola, lavandola, cullandola, tenendole la mano nei momenti peggiori. Urlando e vivendo con lei come non ha mai fatto con nessun’altro prima: non con la madre, non con il marito, non con la sorella Georgie…

Questa vicenda come struttura procede per lunghi capitoli, anzi: tre contenitori enormi, entro cui trovano spazio momenti diversi che uniti a fine romanzo creano un tutt’uno omogeneo ed organico. Nel primo capitolo ad ampio respiro Janna riassume quattro anni della sua vita, rimpiangendo di non aver tenuto da subito un diario. Dialoga con noi lettori facendoci partecipi dei suoi ricordi di vita matrimoniale con il marito Freddie e del suo rapporto con la madre e con la sorella. Come lei stessa ammette, un matrimonio ed una vita familiare in cui non si parla di cose vere, almeno non con lei.

Ma è nel momento in cui inizia a raccontarci dei suoi incontri con la novantenne Maudie Fowler che il libro inizia a volare alto. L’autrice approfitta di questo incontro per evidenziare la differenza di un nuovo mondo, fagocitato dal progresso e dal benessere, dove il lavoro, l’eleganza, il fare soldi e l’essere autosufficienti anche emotivamente fanno da contraltare ad una generazione di vecchi, che hanno vissuto solo cinquant’anni prima una vita completamente diversa, fra povertà, privazioni, sacrifici e credenze che non sono più al passo con i tempi moderni.

La differenza fra chi ha un’età matura ed è ancora nel pieno dell’energia e della vita e chi quel confine l’ha già valicato e deve fare i conti con la povertà ma soprattutto con lo sfacelo fisico ed intellettuale. Uno sfacelo che porta ad un degrado inimmaginabile solo un decennio prima e che le assistenti sociali inviate dal Comune tentano di tenere a bada, senza mai riuscirci del tutto e lasciando quindi in condizioni pietose molti di quei vecchi e di quelle vecchie che rifiutano a priori l’aiuto offerto dal Comune. Infermiere, pasti a rotella, dottori, donne delle pulizie, buone vicine (una sorta di badanti volontarie), etc…: un mondo ed un’industria che conosciamo oramai bene anche qui in Italia.

“Perché non sono tutti in un ricovero? Bisogna toglierli di mezzo, metterli dove la gente giovane e sana non li possa vedere, perché non sia costretta a pensare a loro… A che serve che siano ancora vivi?” E di contro: “come valutiamo noi stessi? In base a quali criteri? Dobbiamo valutare le persone dai loro pensieri? E come saranno i miei pensieri tra quindici, vent’anni – quando anch’io sarò vecchia?”

E lungo i successivi due capitoli partecipiamo ai racconti spezzati di Maudie, che svela a Janna la sua vita, ricchissima di esperienze, povera economicamente – ed un po’ triste negli affetti, sin dalla morte della madre in tenera età e dello sfruttamento cui era costretta a causa dell’ingenuità dei tempi. Ma raccontata con un’allegria sfrontata che a volte fa pensare a dei falsi d’autore, ad un passato illuminato dalla dolcezza dei ricordi. Ci viene anche raccontata la vita di un Aiuto Domestico del Comune, con la sua giornata tipo e la sua famiglia. La sua tabella di marcia con questi vecchi e l’incapacità di lasciarli soli solo per rispettare i pochi momenti previsti dall’assistenza sociale.

La bravura di Doris Lessing sta nell’isolare il ricordo della storia, pur mantenendolo nel contesto del racconto e del periodo storico stesso. E’ altresì attenta a non romanticizzare i ricordi della vecchia Maudie, o la vita stessa di Janna, grande appassionata sessuale durante il matrimonio, che scopre piano piano una vita diversa da come l’aveva immaginata e programmata, vedendo ciò che fino a poco tempo prima non aveva voluto vedere.

Avrei apprezzato questo intenso romanzo se solo l’avessi letto dieci anni fa? Forse sì, ma probabilmente non come mi è penetrato dentro ora, con tutti gli argomenti vicini o lontani rispetto al mio vissuto, Particolarmente con questo romanzo mi sono resa conto che “leggendo non cerchiamo idee nuove, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma. Ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi”.

Molto interessante è l’intervista che Doris Lessing ha rilasciato a John Freeman nel gennaio del 2006, un anno prima di ricevere il Nobel. Una donna dalla vita turbolenta e lontana dalla mia concezione della parola “famiglia”. Un’autrice che negli anni cinquanta già pubblicava una narrativa di denuncia, quale è tutto questo suo magnifico romanzo. Anche, ma non solo, per farci raccontare una Londra completamente diversa. “Chi scriverà un libro onesto? Guardare qualcosa dritto negli occhi richiede un mucchio di tempo. Chi lo farà?” Ebbene, io credo che Doris May Taylor abbia fatto questo, costantemente, per tutta la sua vita.

A presto,
                             

lunedì 16 aprile 2018

Coming soon #37 - Vittoria di Barbara Fiorio

Buongiorno lettori, una nuova settimana è cominciata. Come è stato il vostro weekend? Il mio scoppiettante! Con la mia amica Valentina sono andata a Cernusco sul Naviglio a vedere la presentazione di Federica Bosco all'interno del Book FestivalBar, evento organizzato dall'Associazione Clio. Un'atmosfera rilassata e divertente ha contraddistinto l'incontro che mi ha anche fatto conoscere Daniela Carelli, un'autrice che non conoscevo e di cui voglio scoprire qualcosa di più. Ma passiamo al post di oggi in cui vi parlo di una prossima uscita che attendo con trepidazione!
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Titolo: Vittoria
Autore: Barbara Fiorio
Genere: Narrativa

Pagine: 272
Collana: I narratori
Costo: 15.00
Pubblicazione: 19 aprile 2018 - Feltrinelli

Descrizione:
Vittoria non crede nella spiritualità dei manuali, negli aforismi da calamite e soprattutto non crede nei cartomanti: molto meglio un piatto di trenette al pesto con un’amica che farsi leggere i tarocchi.

Fotografa genovese con alle spalle alcune pubblicità di successo, è sempre riuscita a navigare tra le difficoltà della vita grazie a un valido mix di buonsenso e ironia. Credeva anche di aver trovato l’amore ma, quando Federico se ne va, lasciandola sola in una casa piena di ricordi, il mondo le crolla addosso. Disorientata e in profonda crisi creativa, Vittoria si ritrova a quarantasei anni senza compagno, senza lavoro e senza sapere più con quali soldi comprare le crocchette a Sugo, il suo adorato gatto. A soccorrerla arriva un aiuto inatteso, sotto forma di un mazzo di tarocchi che suo malgrado, e nonostante il suo scetticismo, scopre di saper leggere con imprevedibile talento.
E così, tra la carta dell’Eremita che le ricorda Obi-Wan Kenobi e la Ruota della fortuna che sembra un party psichedelico, nel suo salotto fanno la loro comparsa tanti volti nuovi, consultanti di ogni età che le portano uova fresche, insalatina a chilometro zero e ratafià in cambio di un vaticinio.
Circondata da anime gentili che come lei cercano di rammendare il loro cuore spezzato, e da amici fidati che per mesi la incoraggiano e la proteggono, Vittoria senza rendersene conto tornerà pian piano ad ascoltare il mondo che la circonda ritrovando, insieme alla vena creativa, la forza di credere in se stessa.

Una fotografa in crisi.
Un lavoro improvvisato che apre orizzonti inattesi. Un inno all’amicizia e alla creatività, le carte vincenti per reinventarsi la vita.
“Mi piacerebbe trovare davvero la magia.
Non quella dei tarocchi o delle manciate di sale grosso, ma quella in cui mi rifugiavo da piccola, dove tutto era possibile e fantastico. Negli anni ho scordato una delle magie più potenti: la leggerezza. Perché si può esorcizzare il dolore con la capacità di ridere. E si può essere straordinari senza prendersi terribilmente sul serio.”

L'autrice:  Barbara Fiorio (Genova, 1968), formazione classica, studi universitari in graphic design, un master in marketing communication, ha lavorato per oltre un decennio nella promozione teatrale ed è stata la portavoce del presidente della Provincia di Genova. Tiene corsi e laboratori di comunicazione e di scrittura, tra cui il Gruppo di Supporto Scrittori Pigri (GSSP). Ha pubblicato il saggio ironico sulle fiabe classiche C'era una svolta (Eumeswil, 2009) e i romanzi Chanel non fa scarpette di cristallo (Castelvecchi, 2011), Buona fortuna (Mondadori, 2013), Qualcosa di vero (Feltrinelli, 2015) e Vittoria (2018). I suoi libri sono tradotti in Spagna e in Germania.

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Se mi seguite da tempo sapete quanto io abbia adorato Qualcosa di vero - il fungone come l'ho sempre chiamato io!!! Recensione qui - quindi questa prossima nuova uscita non poteva passare inosservata. Io lo leggerò di sicuro al più presto e voi? Se vi fidate vi consiglio di segnarvi la data e correre in libreria.


mercoledì 28 febbraio 2018

Il circolo dei consigli #2

Buongiorno lettori, come state? Eccoci di nuovo qua per una nuova puntata della rubrica Il circolo dei consigli nata in collaborazione con Baba e Nadia del blog Desperate Bookswife.
Come funziona? È molto semplice: ogni mese, a turno, ci consiglieremo un libro ed ogni mese, a fine mese, ve ne parleremo qui ma non scrivendo semplicemente il nostro pensiero. Ognuna di noi risponderà ad una domanda in una sorta di intervista tripla, proprio come quelle che fanno in TV. Siete pronti? Allora mettetevi comodi che si comincia...



CHI SEI?

Baba
Dany
Nadia

CHE LIBRO HAI LETTO?

B.: Mai dimenticare di Michel Bussi
D.: Magari domani resto di Lorenzo Marone
N.: Il cuore selvatico del ginepro di Vanessa Roggeri

CHI TE LO HA CONSIGLIATO?

B.: Nadia
D.: Baba
N.: Dany

LO CONOSCEVI?

B.: Non avevo mai letto nulla di suo, ma Daniela in passato mi ha decantato le doti di questo autore.
D.: Eh già, impossibile non conoscere Marone visto che lo amo molto come autore e tengo d'occhio le sue fatiche! Questa è di un anno fa... in realtà sono un po' in ritardo ma è andata così.
N.: Lo conoscevo nella misura in cui avevo già letto e apprezzato Fior di fulmine, e mi riproponevo da un po' di leggere anche questo
 
SEI STATO CONTENTO QUANDO HAI SCOPERTO IL TITOLO CHE AVRESTI DOVUTO LEGGERE?

B.: Più o meno...perchè 460 pagine non sono bruscolini, febbraio è corto e io avevo in arretrato 4 libri ah ah ah, ma questa è una sfida e se fosse facile, annoierebbe!
D.: In parte... Volevo leggere questo libro dalla sua uscita. Ho tergiversato e poi mille altre letture mi hanno portato verso altri lidi. In questo momento in realtà uscivo da letture troppo simili nel genere e avrei preferito riuscire ad aspettare ancora un po' però adesso sono contenta. Marone è sempre una bella lettura.
N.: Sì, proprio perché era un libro che avevo già in lista da un po' ma non avevo ancora avuto l'occasione di leggerlo.

DI COSA PARLA?

B.: Parla di un ragazzo testimone di un suicidio, che però diventa sospettato. Una corsa contro il tempo e contro la giustizia stessa. Il protagonista deve dimostrare la sua innocenza senza potersi fidare di nessuno.
D.: Parla di Luce, una ragazza nata e cresciuta nei Quartieri spagnoli di Napoli, con un temperamento e un aspetto mascolino. E poi parla di abbandoni, di viaggi fatti per paura di restare, di mancanze che accompagnano esistenze intere.
N.: Parla del rapporto tra Lucia e Ianetta, la prima e l'ultima delle sorelle Zara. Parla sì di sorellanza, intesa nel senso più profondo del termine, ma parla anche di amore, di tradizioni e superstizioni che si scontrano con la razionalità e la scienza, di amore e di cattiveria, di una terra meravigliosa e della durezza dei suoi abitanti.
BREVEMENTE COSA NE PENSI?

B.: E' stato decisamente amore. Non solo un libro, un gioco vero e proprio tra me lettrice e l'autore. Un noir scritto magnificamente, dalla storia ricca, complessa e sopratutto mai banale. Consigliatissimo.
D.: Il libro nel complesso mi è piaciuto. Ho ritrovato in Marone il grande narratore che conoscevo e che già amavo. Purtroppo non sono riuscita ad entrare in empatia con Luce che quindi per me rimane il grande interrogativo di questo romanzo.
N.: Mi è piaciuto molto. Adoro i romanzi che raccontano storie così dense di atmosfera, e lo stile della Roggeri è a mio parere uno dei migliori tra gli scrittori italiani.

QUALI SONO I PUNTI FORTI DEL LIBRO?

B.: La storia. Bussi ha una fervida fantasia e si è dimostrato un vero e proprio giocoliere, traendo il lettore in inganno, ma dandogli un contentino ogni tanto, per poi smentire nuovamente le sue convinzioni. Un maestro.
D.: Sicuramente lo stile che non può non conquistare.
N.: Innanzitutto lo stile, ricco ma scorrevole ed estremamente piacevole. La capacità di far riflettere sulle passioni e le contraddizioni dell'animo umano e la bravura nel creare personaggi sfaccettati e non monolitici.

QUALI SONO I PUNTI DEBOLI DEL LIBRO?

B.: Assolutamente nessuno.
D.: I punti deboli come accennato più su sono Luce che ho trovato in alcuni tratti forzatamente cazzuta ed un finale un po' banale per i miei gusti...
N.: Io non ne ho avvertiti, la storia mi ha catturata e non chiedo altro!

LO CONSIGLIERESTI A TUA VOLTA A QUALCUNO?

B.: Senza ombra di dubbio.
D.: Assolutamente sì, perchè la storia c'è e regge e Marone va letto, comunque!
N.: Sì, lo consiglierei alle persone che sono curiose nei confronti di altre culture e usanze, e in generale a chi ama uno stile ricercato ma pulito.

E per questo mese è tutto! Ci si risente al prossimo circolo.











mercoledì 21 febbraio 2018

Coming soon #34 - Un ragazzo normale di Lorenzo Marone

Buongiorno lettori! Siamo già arrivati a metà settimana e a pochi giorni dalla fine del mese di febbraio che, non so per voi, ma per ve è letteralmente volato via senza che me ne accorgessi. Oggi torno per parlarvi di un libro in uscita domani.
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Titolo: Un ragazzo normale
Autore: Lorenzo Marone
Genere: Narrativa

Pagine: 283
Costo: 16.50 €cartaceo - 9.99 € ebook
Pubblicazione: 22 febbraio 2018 - Feltrinelli

Descrizione:
Mimì, dodici anni, occhiali, parlantina da sapientone e la fissa per i fumetti, gli astronauti e Karaté Kid, abita in uno stabile del Vomero, a Napoli, dove suo padre lavora come portiere. Passa le giornate sul marciapiede insieme al suo migliore amico Sasà, un piccolo scugnizzo, o nel bilocale che condivide con i genitori, la sorella adolescente e i nonni. Nel 1985, l'anno in cui tutto cambia, Mimì si sta esercitando nella trasmissione del pensiero, architetta piani per riuscire a comprarsi un costume da Spider-Man e cerca il modo di attaccare bottone con Viola convincendola a portare da mangiare a Moria, la tartaruga che vive sul terrazzo all'ultimo piano. Ma, soprattutto, conosce Giancarlo, il suo supereroe. Che, al posto della Batmobile, ha una Mehari verde. Che non vola né sposta montagne, ma scrive. E che come armi ha un'agenda e una biro, con cui si batte per sconfiggere il male. Giancarlo è Giancarlo Siani, il giornalista de "Il Mattino" che cadrà vittima della camorra proprio quell'anno e davanti a quel palazzo. Nei mesi precedenti al 23 settembre, il giorno in cui il giovane giornalista verrà ucciso, e nel mondo circoscritto dello stabile del Vomero (trenta piastrelle di portineria che proteggono e soffocano al tempo stesso), Mimì diventa grande. E scopre l'importanza dell'amicizia e dei legami veri, i palpiti del primo amore, il valore salvifico delle storie e delle parole. Perché i supereroi forse non esistono, ma le persone speciali e le loro piccole, grandi azioni non muoiono mai e sono come il mare: luccicano in eterno.

L'autore: Lorenzo Marone (Napoli, 1974), laureato in Giurisprudenza, ha esercitato per quasi dieci anni la professione di avvocato. Autore di successo, ha pubblicato La tentazione di essere felici (Longanesi, 2015; Premio Stresa 2015, Premio Scrivere per amore 2015, Premio Caffè Corretto - Città di Cave 2016, 15 edizioni in Italia, 15 traduzioni all’estero e un film, La tenerezza, con regia di Gianni Amelio), La tristezza ha il sonno leggero (Longanesi, 2016; Premio Città di Como 2016), Magari domani resto (Feltrinelli, 2017; 7 edizioni, Premio Selezione Bancarella 2017) e Un ragazzo normale (Feltrinelli, 2018). Collabora con “La Repubblica di Napoli” con una rubrica fissa dal titolo “Granelli”. Vive a Napoli con la moglie, il figlio e la bassotta Greta.
www.lorenzomarone.net

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Come sapete amo Lorenzo Marone. In questo nuovo lavoro è un tema importante quello che l'autore decide di mettere al centro del suo nuovo libro. Un bambino protagonista, una Napoli che spesso non perdona e uno scrittore preso a modello. Insomma, leggendo la trama gli ingredienti ci sono tutti, non ci resta che leggerlo e scoprire se le aspettative saranno ben riposte.



lunedì 19 febbraio 2018

Recensione #228 - Magari domani resto di Lorenzo Marone

Buongiorno lettori, come va? Scusate l'assenza della scorsa settimana ma purtroppo ho avuto mio figlio malato da mercoledì sera fino al weekend e questo non mi ha permesso di occuparmi del blog ma, ne sono certa, mi capirete!
Oggi torno con una nuova recensione, quella del libro Magari domani resto di Lorenzo Marone, edito da Feltrinelli, 315 pagine, che Baba del blog Desperate Bookswife mi ha regalato per Natale sapendo che altrimenti avrei fatto passare ancora troppo tempo prima di leggerlo.

Sinossi: Chiamarsi Luce non è affatto semplice, specie se di carattere non sei sempre solare. Peggio ancora se di cognome fai Di Notte, uno dei tanti scherzi di quello scombinato di tuo padre, scappato di casa senza un perché. Se poi abiti a Napoli nei Quartieri Spagnoli e ogni giorno andare al lavoro in Vespa è un terno al lotto, se sei un avvocato con laurea a pieni voti ma in ufficio ti affidano solo scartoffie e se hai un rottame di famiglia, ci sta che ogni tanto ti "arraggi" un po'. Capelli corti alla maschiaccio, jeans e anfibi, Luce è una giovane onesta e combattiva, rimasta bloccata in una realtà composta da una madre bigotta e infelice, da un fratello fuggito al Nord, da un amore per un bastardo Peter Pan e da un lavoro insoddisfacente. Come conforto, solo le passeggiate con Alleria, il suo Cane Superiore, unico vero confidente, e le chiacchiere con l'anziano vicino don Vittorio, un musicista filosofo in sedia a rotelle. Finché, un giorno, a Luce viene assegnata una causa per l'affidamento di un minore. All'improvviso, nella sua vita entrano un bambino saggio e molto speciale, un artista di strada giramondo e una rondine che non ha nessuna intenzione di migrare. La causa di affidamento nasconde molte ombre, ma è forse l'occasione per sciogliere nodi del passato e mettere ordine nella capatosta di Luce. Risolvendo un dubbio: andarsene, come hanno fatto il padre, il fratello e chiunque abbia seguito l'impulso di prendere il volo, o magari restare, trovando la felicità nel suo piccolo pezzettino di mondo?

Da dove cominciare per parlare di questo libro? Forse partendo dai libri precedenti, da quello che Marone ci ha regalato prima con un vecchio burbero rubacuori come Cesare ne La tentazione di essere felici - recensione qui - poi con un quarantenne insicuro come Erri e la sua grande famiglia allargata ne La tristezza ha il sonno leggero - recensione qui -; il primo un libro dove il protagonista è uno, molto ben delineato, e gli altri la fanno da contorno ed il secondo un libro in cui il protagonista lascia spazio a tutti gli altri creando una sorta di commedia all'italiana, in cui ogni gesto nasce e vive in funzione di un unicum inscindibile. Dopo questi due romanzi arriva il terzo, Magari domani resto, in cui per la prima volta l'autore veste i panni di una donna - e che donna! - Luce, nata e cresciuta ai Quartieri spagnoli, allevata da una mamma che dopo la fuga del padre ha dovuto rimboccarsi le maniche pur di far studiare quei figli e tenerli fuori da un futuro già segnato perchè, si sa, quella parte di città non fa sconti a nessuno. Luce è tosta, cazzuta, arrabbiata con il mondo - una sorta di Cesare Annunziata donna - che nella vita lavorativa è riuscita a diventare avvocato - anche se in realtà fa il passacarte - ma che nella vita privata è insicura, incapace di collocarsi, impaurita e sola. Eh già, perchè sembra che tutti intorno a lei abbiano la necessità di fuggire. È lei che ci narra la storia in prima persona, raccontandoci del suo presente ma anche, tantissimo, del suo passato.
Per tutta la prima metà del libro questo personaggio è apparentemente l'unico che conta, un sorta di romanzo finalizzato a Luce ed ai suoi pensieri ed è in questa prima parte di romanzo che io ho fatto più fatica ad entrare in empatia con lei, quasi come se in alcuni passaggi fosse eccessiva, esageratamente stereotipata, quasi troppo uomo nonostante tutto.
Poi, andando avanti, qualcosa cambia. Luce e quindi anche la storia sembra aprirsi al mondo. Un mondo variegato, fatto di colore, quel colore tipico della città di Napoli, fatto di suoni, rumori, odori e il monologo che fin lì ci aveva accompagnato diventa un dialogo tra tantissimi personaggi che arricchiscono con la loro presenza le pagine che seguono. C'è la donna in lotta con il marito camorrista per l'affidamento del figlio, c'è un figlio che sembra più adulto dei genitori, c'è un vicino di casa anziano che sopravvive grazie ai ricordi, c'è un avvocato bavoso e con le mani lunghe, c'è una madre che sembra dover espiare ancora troppe colpe, c'è un figlio che nonostante sia ormai padre verso quella madre nutre ancora un timore reverenziale che non gli permette di essere se stesso, c'è una trans sempre attenta a tutto che fa un po' da macchietta in mezzo a questo turbinio di voci. Ecco, questa seconda parte del romanzo mi ha ricordato un po' i film e i libri di Ozpetec, quelli in cui le famiglie non sono quelle in cui si nasce ma quelle che ci si sceglie tra le persone care, quelli in cui le tavolate improvvisate sono sempre le più riuscite ma anche quelle in cui i drammi di sottofondo sono sempre presenti a fare da sfondo a dei momenti apparentemente perfetti. E in questa parte ho ritrovato un po' anche Erri, nelle sfaccettature di più personaggi, e la sua strampalata "famiglia".
L'autore si riconferma un eccelso utilizzatore delle parole, spesso i pensieri dei personaggi sono frasi da sottolineare e da ricordare, capaci di far riflettere e immedesimarsi. Lo stile è scorrevole e senza pecche, capace di portare il lettore alla fine con facilità e velocità.
Sono due le cose che in questo ultimo romanzo mi hanno convinto meno.  La prima purtroppo è proprio il personaggio di Luce che non ha saputo emozionarmi, toccarmi nel profondo, neanche quando racconta i momenti più tristi della sua vita. Magari è una scelta, frutto della volontà dell'autore di mantenere questo personaggio distaccato e cazzuto fino alla fine ma io questa scelta, se di scelta si tratta, l'ho sofferta non poco, tanto che credo che tra tutti ricorderò di più Vittorio o Kevin con il passare del tempo. La seconda è il finale che sinceramente ho trovato un tantino banale e sognatore; ma anche in questo caso è una questione di gusti ed io, lo sapete, amo le storie che sappiano riflettere la realtà e credo che, sinceramente, alcuni avvenimenti in questo caso siano un po' tirati e poco probabili visto il contesto in cui i personaggi sono fatti muovere.
Ma, si sa, la lettura è soggettiva, le emozioni che regala lo sono altrettanto ed il bello è proprio questo! In ogni caso, nonostante tra i tre libri dell'autore questo sia quello che ho amato meno, lo ritengo comunque un buonissimo libro e rimane una lettura che consiglio.

VOTO: