venerdì 25 settembre 2020

Letture con Marina #104 - Recensione di Cinder. Cronache lunari di Marissa Meyer

Buongiorno lettori, avrei voluto pubblicare qualcosa questa settimana ma niente, non sono riuscita per svariati motivi. Vi lascio a Marina, che lei è sul pezzo!!!

Ah fantascienza, mon amour! Sarà il periodo particolare, forse il desiderio di scomparire o quantomeno nascondersi… Fatto sta che sto rivivendo una seconda adolescenza quando, dopo essere passata attraverso i rosa ed i gialli, sono stata preda consenziente della fantascienza e del fantasy. E quindi ecco a voi:
Titolo: Cinder. Cronache lunari
Autore: Marissa Meyer
Casa editrice: Mondadori, 2012
Pagine: 394

Trama: Nato dal fuoco, scolpito dal ghiaccio, rifinito dal vento, dall'acqua e dalla neve: il massiccio dei monti Cairngorm, nella Scozia nordorientale, chiamato anche «l'Artico della Gran Bretagna», è il protagonista di questo capolavoro della letteratura di alpinismo. L'autrice, la scrittrice scozzese Nan Shepherd, lo ha esplorato per tutta la vita, percorrendolo in lungo e in largo in un eterno ritornare, scoprire, ricordare. «Eterno» perché muoversi negli spazi di queste montagne, vibranti delle energie che operano da milioni di anni nell'universo, significa per lei entrare in contatto con la vera essenza della natura e di se stessi. In quel moto che è al tempo stesso contemplazione, i sensi si acuiscono per percepire suoni, colori, profumi e consistenze e la mente li accompagna, dapprima rapita e poi forte di una nuova consapevolezza. Chi ha dimestichezza con la montagna conosce questa pienezza nella rarefazione, questa vertigine così vicina al filosofare nel suo senso più originario; ma Nan Shepherd ha trovato meglio di chiunque le parole per descriverla. Ognuno di noi ha un luogo - una montagna, ma anche un bosco, un sentiero, un fiume, una vallata - nei confronti del quale prova un intimo senso di appartenenza. "La montagna vivente" è il libro da portare con sé per compiere ancora una volta quell'escursione prediletta.
 


 
 
RECENSIONE: 


“Cronache lunari è una serie di romanzi young adult fantascientifica scritta dall'americana Marissa Meyer. Ogni libro contiene una reinterpretazione di una vecchia fiaba, tra cui Cenerentola, Cappuccetto Rosso, Raperonzolo e Biancaneve. La serie è ambientata in un mondo futuribile dove coesistono terrestri, cyborg, androidi e una razza di coloni lunari”.

Rivisitazione in chiave fantascientifica della favola classica di Cenerentola, questa nuova favola ci fa accostare ad un’eroina meno passiva e sicuramente più padrona del proprio destino, pur se completamente inconsapevole del proprio passato. Potrebbe benissimo essere un incipit per fiabe femministe, come va di moda in questi ultimi anni. Però… però non è sicuramente tutto qui.

Bella la caratterizzazione dei personaggi. Ad iniziare da Cinder, moderna Cenerentola, che è stata adottata a 11 anni e che non ricorda nulla del prima. Sfortunata fino in fondo perché anche il padre adottivo che l’ha voluta muore quasi subito, lasciandola in mano alla moglie, che non ha mai voluto questa figlia, di cui un buon quarto è costituito da componenti cyborg. Il romanzo si apre a noi quando Cinder ha circa sedici anni e vive a Nuova Pechino, nel Commonwealth orientale, insieme alla matrigna e alle due sorellastre, Pearl che è il clone della cattiva matrigna e la sorella minore Peony, molto più affettuosa. Cinder è un bravo meccanico e sostituisce alla vecchia sé stessa tutta camino e cenere questa abilità tecnica, che le consente di mantenere tutta la famiglia. Altra figura centrale, pur se di impatto minore rispetto alla protagonista femminile, è quella del principe Kay, futuro imperatore del Commonwealth orientale, che nonostante sia molto giovane ed inesperto, viene tratteggiato come un giovane che cerca di fare del suo meglio in una situazione più grande delle sue capacità ed esperienze. Intelligentemente l’autrice non ne ha fatto una macchietta o un eterno incapace al soldo della protagonista femminile, riuscendo a ritagliare per lui un ruolo che va oltre la figura del principe semplicemente belloccio. E poi c’è la figura ben delineata della cattiva assoluta di questo romanzo, che è la regina lunare Levana, con particolari e peculiari doti che la rendono meravigliosa e spaventosa allo stesso tempo e che fa della politica e del potere il suo veleno preferito. Una cattivissima universale che non esita ad eliminare la propria stessa famiglia, se solo pensa sia di una qualche utilità. E ancora che dire della strage di biblica rimembranza, quando ci fu l’eccidio in Egitto dei bimbi cristiani e che l’autrice riporta alla memoria grazie all’eccidio che la regina Levana compie sul suo satellite e che fa subire come sorte atroce sia a maschi che femmine – se mancanti del potere tipico dei lunari.

Siamo a 126 anni dalla fine della Quarta Guerra Mondiale, che ha distrutto quasi interamente la popolazione terrestre e ha riconfigurato l’aspetto geografico, che a seguito di questi eventi nefasti si è raggruppata in alcuni regni o federazioni: la Repubblica Americana, l'Unione Africana, la Federazione Europea (curioso che l’autrice abbia dato nome e caratteristiche fisiche tedesche al supremo rappresentante della Federazione europea!), il Regno Unito (slegato rispetto all’Europa ed ancora saldamente in mano ad una regina!) e il Commonwealth Orientale. Qui il Paese protagonista assoluto è il Commonwealth orientale, con solo apparizioni fugaci degli altri stati, ma confido che nei successivi romanzi le protagoniste vivranno in qualche altro regno, se non altro per par condicio!

Particolarmente affascinante ed efficace l’idea di contrapporre alla Terra e ai terrestri la Luna ed i suoi abitanti, ai quali l’autrice regala facoltà particolari e che mettono sempre ed in costante pericolo gli abitanti della terra. Per la volontà di predominare e assoggettare la terra tutta e perché alcuni lunari, per sfuggire al controllo malefico della loro violenta e sterminatrice regina, i fuggitivi portano la peste blu sulla Terra, piaga che imperversa da diversi anni sul nostro pianeta e di cui alcuni scienziati stanno ancora strenuamente tentando di trovare un vaccino. (e siamo nel 2012: precognizione? Paese orientale – pandemia…) E questo ci dà il destro per un’altra figura di rilievo, il dottor Erland, che per lungo tempo rimane una figura nebulosa e che non farà capire le sue intenzioni, nonostante il ruolo che gli viene disegnato addosso e che sicuramente – spero! - troveremo nei prossimi romanzi.

Nonostante si legga d’un fiato e crei dipendenza, non mi sentirei di paragonarlo a mostri sacri come i romanzi di Tolkien con la sua cosmogonia, alla serie dei “Masters” di Tanith Lee o ai romanzi della nostrana De Mari. Però questa serie di Marissa Meyer nasconde sotto la superficie molti argomenti che possono diventare banco di interessanti dibattiti, oltre alle tematiche già accennate qui sopra. Penso ad esempio alla creazione di eroine che siano artefici del proprio destino, a differenza delle omonime creature disneyane (senza demonizzare queste ultime, che hanno avuto sicuramente la loro utilità, negli anni in cui sono “uscite”). Penso ad esempio ai problemi razziali e alla paura del “diverso”, qui problematiche che deflagrano nei confronti dei cyborg e della popolazione dei lunari. E ancora il tema dell’ambiente, e soprattutto dell’etica sanitaria e dell’oramai svisceratissimo problema delle macchine robot create dagli uomini.

Insomma, libro più che piacevole da leggere, dove la parte romantica accompagna la parte fantascientifica senza soffocarla, ma permettendo di caratterizzare in modo diverso due figure complementari, il giovane e bel principe e la ragazza del popolo, orfana sfortunata cui però il destino ha in serbo una sorte diversa e dove la classica scarpetta perduta si trasformerà in un piede cyborg che non le permetterà la fuga dalla scalinata, come invece potè fare la sua consorella disneyana.

Ben congegnato, ottima trama che non rimane fedele a se stessa ma che cambia e che porta novità e cambi di scena che se pur vengono indovinati dal lettore, non perdono nulla della loro efficacia e del fascino che porterà il lettore, una volta terminato questo romanzo, a voler leggere un’altra fiaba futuristica di questa serie.
Buona lettura! - A presto,




venerdì 18 settembre 2020

Letture con Marina #103 - Recensione de La montagna vivente di Nan Shepherd

 

Buongiorno lettori, è di nuovo venerdì quindi torna Marina con una bella e appassionata recensione! Per fortuna lei non ha apatie settembrine! ;)
Ma è mai possibile incappare in un’autrice che ha qualcosa come quasi un secolo più di me ed innamorarmene? E che è un’amante della montagna, mentre io adoro il mare, e nonostante questo restare a bocca aperta a leggere le sue avventure di provetta amante della natura?, prima che il tema dell’ambiente divenisse anche solo lontanamente di moda. O di necessità. 
 
Titolo: La montagna vivente (The living mountain)
Autore: Nan Shepherd
Casa editrice: Ponte alle Grazie, 218
Traduzione: Carlo Capararo
Pagine: 176

Trama: Nato dal fuoco, scolpito dal ghiaccio, rifinito dal vento, dall'acqua e dalla neve: il massiccio dei monti Cairngorm, nella Scozia nordorientale, chiamato anche «l'Artico della Gran Bretagna», è il protagonista di questo capolavoro della letteratura di alpinismo. L'autrice, la scrittrice scozzese Nan Shepherd, lo ha esplorato per tutta la vita, percorrendolo in lungo e in largo in un eterno ritornare, scoprire, ricordare. «Eterno» perché muoversi negli spazi di queste montagne, vibranti delle energie che operano da milioni di anni nell'universo, significa per lei entrare in contatto con la vera essenza della natura e di se stessi. In quel moto che è al tempo stesso contemplazione, i sensi si acuiscono per percepire suoni, colori, profumi e consistenze e la mente li accompagna, dapprima rapita e poi forte di una nuova consapevolezza. Chi ha dimestichezza con la montagna conosce questa pienezza nella rarefazione, questa vertigine così vicina al filosofare nel suo senso più originario; ma Nan Shepherd ha trovato meglio di chiunque le parole per descriverla. Ognuno di noi ha un luogo - una montagna, ma anche un bosco, un sentiero, un fiume, una vallata - nei confronti del quale prova un intimo senso di appartenenza. "La montagna vivente" è il libro da portare con sé per compiere ancora una volta quell'escursione prediletta.
 

 
 
RECENSIONE: 

“La montagna vivente” della scrittrice scozzese Nan Shepherd, definito dal Guardian “il libro più bello che sia mai stato scritto sulla natura e il paesaggio”, racconta il massiccio dei monti Cairngorm, nella Scozia nordorientale, chiamato anche “l’Artico della Gran Bretagna”.

Correvano gli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale e qualcosa degli anni immediatamente successivi, quando Nan Shepherd scrive questa meravigliosa ode alla montagna e alla natura in senso lato. Su suggerimento di un caro amico ed in considerazione dell’epoca, reputando difficile trovare un editore interessato ad un argomento così di nicchia, Nan ripone il manoscritto in un cassetto, fino a dimenticarsene. Ma a fine anni 70 del secolo scorso, riordinando le sue cose, rilegge il manoscritto e si rende conto che i suoi “traffici” con la montagna forse ora possono interessare più di qualche fido appassionato… Il resto è storia.

Resto ancora incredula quando leggo che nel 1915 questa giovane donna si laurea. Visto il periodo storico ed il paese in cui è nata, trovo che sia un incanto questa sua intelligenza viva, se aggiungiamo oltretutto che stiamo parlando di una donna! Sia chiaro, non per l’intelligenza, ma per la mancanza assoluta di opportunità!

Ma non voglio dilungarmi ulteriormente sulla biografia, nonostante mi abbia colpita, o su un mero riassunto – impossibile poi da fare, riportando lo stesso audace senso di meraviglia, di affezione e di amore per la montagna in particolare, ma per la natura tutta.

Un romanzo preceduto da una splendida introduzione di Robert McFarlane, che ci racconta questa donna, ma soprattutto ci introduce nel suo mondo montano, fatto di ghiacciai, venti che all’improvviso portano tempesta, raggiungendo le 170 miglia orarie e raschiando le lande più elevate del massiccio, rischiando di sorprendere e precipitare nella morte gli incauti scalatori, ma anche di giornate tiepide e soleggiate in cui rimanere estasiati ad ammirare i laghetti o semplicemente il panorama.

Un romanzo diviso in capitoli, ciascuno narrante un “elementale” diverso: ma che sia il gruppo montuoso del Cairngorm scozzese nel suo insieme, o gli elementi naturali dell’acqua, del gelo e la neve e del ghiaccio con i suoi meravigliosi ghirigori ed intarsi, le piante o gli animali viventi che popolano la montagna, così come l’uomo ed il meraviglioso sonno ed i sensi, non c’è che un sentimento che emerge da tutte queste considerazioni e da queste descrizioni: il rispetto ed al contempo l’amore, che si nutre della consapevolezza che v’è bisogno di tornare e ritornare negli stessi luoghi, per imparare a conoscerli ed anzi, per vedere e capire ogni volta qualcosa di diverso.

E per Nan, e lo fa capire precisamente man mano che si procede nel racconto, il corpo è di estremo ausilio alla mente, in montagna. E anzi, è l’organo principe, perché non ha bisogno di intermediazioni per muoversi nell’ambiente montano e, consapevolmente o meno, è foriero di estreme gratificazioni, anche quando il pericolo è in agguato. Di più, per Nan “la vita dei sensi in montagna è vissuta in maniera così pura che si potrebbe dire che il corpo pensi!”. Ed inconsapevolmente ma declamandolo continuamente nel suo libro, questa autrice dà vita al concetto del “corpo soggetto”, in contemporanea con le teorie di un filosofo francese (Fenomenologia della percezione, 1945 – Maurice Merlau-Ponty).

Un altro aspetto che mi colpisce di quest’autrice, è che negli anni 1928 – 1933 conosce un periodo di intensa creatività, nel quale pubblica tre romanzi e soprattutto una raccolta di poesie, oramai quasi impossibile da trovare. Dopodichè il nulla e nessuno sa se si sia trattato di un blocco oppure di una scelta. E come scrive Nan stessa “Sono diventata muta… Immagino non ci sia altro da fare che continuare a vivere. La parola può arrivare. Oppure no. E, se non arriva, immagino si debba essere disposti a rimanere muti. Almeno per non urlare tanto per far rumore”.

Questa autrice scozzese di Aberdeen ha dedicato la vita alla sua regione: fu poetessa e scrittrice, fu insegnante di letteratura e camminò per quaranta anni sugli altopiani e sulle montagne del Cairngorm, che ora è diventato un grande parco nazionale, a ovest di Aberdeen. Leggendo questo libro si intuisce che lei ed il suo libro sono un amalgama e nel contempo un intreccio di luoghi montani, elementi naturali selvaggi, sensazioni e percezioni che colgono l’uomo in una contemplazione ed estasi che può arrivare in qualsiasi ambito naturale ci si trovi. Lo stesso turbamento sensoriale ci coglie ad esempio al mare, quando l’arenile è isolato o la sera cala la sua coperta su una sabbia ancora surriscaldata dai raggi del sole morente. L’unica diversità percepibile, a parte il tempo cui apparteniamo, è lo stupore che coglie alcuni in stato di assoluta immobilità e lei in forza marciante, quando il corpo è stanco e la mente finalmente lascia entrare le sensazioni senza processarle con logicità. Per tutto il resto, esistono i cinque sensi, vista – tatto – odorato – udito e gusto, che si muovono in sinergia ed in giusta armonia. “Posso insegnare al mio corpo molte abilità che mi diano il modo di apprendere la natura... Una delle più affascinanti è la quiescenza. Mentre si scivola nel sonno, la mente si fa tersa, il corpo svanisce, soltanto la percezione rimane. Non si pensa, non si desidera, non si ricorda, ma si vive in pura intimità con il mondo tangibile. Questi momenti di percettività quiescente che precedono il sonno sono tra i più gratificanti del giorno” (dal cap.10, Sonno).

DALL'INTRODUZIONE DI ROBERT MACFARLANE: «Quasi tutte le opere di letteratura alpinistica sono state scritte da uomini, e quasi tutti gli alpinisti uomini focalizzano la loro attenzione sulla vetta […]. Ma aspirare a raggiungere il punto più alto non è il solo modo possibile di scalare una montagna, né il racconto di un assedio e di un assalto è il solo modo per scriverne. La montagna vivente racconta di come, col tempo, [Nan] imparò a inoltrarsi nelle alture senza una meta, "semplicemente per stare con la montagna come quando si fa visita a un amico, senza altra intenzione che stare con lui"».

E’ un fuoco, questa donna, un fuoco che a distanza di decenni riscalda il cuore e le membra.


Buona lettura! - A presto,




giovedì 17 settembre 2020

Recensione #371 - Cambiare l'acqua ai fiori di Valérie Perrin

 Buonasera lettori, come state? Mi sono appena resa conto di non aver più scritto una recensione dal mio ritorno dalle ferie... eh sì che avrei da scrivere tutte quelle dei libri letti in vacanza ma tant'è, la voglia manca quindi quella poca che c'è preferisco per il momento utilizzarla per leggere. Non che io stia leggendo tanto, anzi, ma settembre passerà e, ve lo assicuro perchè capita tutti gli anni, tornerò quella di sempre. Che sembra un po' una minaccia in realtà... ahahahahahahahahahah

Ma veniamo al libro. Si tratta di Cambiare l'acqua ai fiori di Valérie Perrin edito da Edizioni e/o, pag. 424.

Trama: Violette Toussaint è guardiana di un cimitero di una cittadina della Borgogna. Ricorda un po’
Renée, la protagonista dell’Eleganza del riccio, perché come lei nasconde dietro un’apparenza sciatta una grande personalità e una storia piena di misteri. Durante le visite ai loro cari, tante persone vengono a trovare nella sua casetta questa bella donna, solare, dal cuore grande, che ha sempre una parola gentile per tutti, è sempre pronta a offrire un caffè caldo o un cordiale.

Un giorno un poliziotto arrivato da Marsiglia si presenta con una strana richiesta: sua madre, recentemente scomparsa, ha espresso la volontà di essere sepolta in quel lontano paesino nella tomba di uno sconosciuto signore del posto. Da quel momento le cose prendono una piega inattesa, emergono legami fino allora taciuti tra vivi e morti e certe anime che parevano nere si rivelano luminose.


Si è parlato di questo libro in lungo e in largo. In qualsiasi gruppo o pagina inerente alla lettura questo romanzo è stato postato centinaia di volte, tanto che per un lungo periodo ho pensato di non leggerlo, perchè io e i "tormentoni" non andiamo d'accordo. Poi, durante le vacanze, sono entrata in una libreria e in fianco al libro che avevo in mente di acquistare c'era questo. Una sola copia. Un segno, ho pensato, ed è tornato a casa - anzi al camper - con me. E l'ho letto appena finito il libro in lettura. Ed ora ve ne parlo.

venerdì 11 settembre 2020

Letture con Marina #102 - Recensione di Pian della Tortilla di John Steinbeck

Buongiorno carissimi, scusate la latitanza ma, se mi seguite da tempo, sapete che per me settembre è il mese apatico per eccellenza - e se mi seguite da poco adesso lo scoprite! -, forse perchè da sempre settembre per me è un po' come gennaio, il mese della ripartenza, del nuovo anno scolastico, dei cambiamenti, e visto che da quando ho finito l'università - ormai troppissimo! - a settembre non cambia proprio niente, a me viene addosso un sacco di tristezza ed apatia. Ma poi passa. Forse. E comunque, leggo poco e ho ancora meno voglia di scrivere di quante ne abbia di leggere. Se potete perdonatemi e cercate di pazientare che piano piano passa. Per fortuna Marina è sul pezzo quindi oggi torna le con una nuova e brillante recensione.

Visto il periodo non propriamente allegro e pieno di pensieri in prospettiva sempre con un occhio alle sfumature meno brillanti, ho pensato di parlarVi di un enclave di novelli Cavalieri della Tavola Rotonda, magari un po’ sui generis…

Titolo: Pian della Tortilla
Autore: John Steinbeck
Casa editrice: Bompiani, 2014
Traduzione: Elio Vittorini riveduta da Luigi Sampietro
Pagine: 263

Trama: A quasi ottant'anni dalla sua pubblicazione questo romanzo, che decretò il successo letterario di John Steinbeck, conserva intatto il fascino dell'epopea americana. "Plan della Tortilla" è il quartiere di Monterey in cui vivono i paisanos, un luogo dove sopravvivere è il fine primario. Discendenti dei primi californiani, formano una colonia di gente povera ma felice, di perdigiorno amorali ma intimamente incoscienti nelle cui vene si intreccia sangue messicano, indio e spagnolo. Tra questi vive Danny, che ha ereditato due case e vive con sette paisanos cui ha concesso il diritto di dimorare nelle sue proprietà. Le giornate passano tra bevute e corteggiamenti, truffe ed espedienti, mentre il lavoro viene considerato l'ultima risorsa per procurarsi i mezzi di sussistenza. Dotati di spirito cavalleresco, i personaggi che popolano le pagine di questo capolavoro della narrativa americana vivono con umanità e grande dignità la propria decadenza morale e materiale nell'illusione di un domani migliore. Con uno stile narrativo vibrante e un gusto per la descrizione quasi cronachistico, Steinbeck rende omaggio a tutti coloro che hanno attraversato la frontiera.
 
 
 
 
 
CONSIDERAZIONI PERSONALISSIME: 

Ed ecco qui finalmente un autore che palesa francamente il suo disappunto per come recensori e lettori abbiano interpretato, sbagliando, il suo romanzo. Me lo chiedevo da un pezzo in effetti – ma cosa può mai pensare uno scrittore quando legge l’interpretazione che chi legge il suo manufatto dà all’opera, magari fraintendendo o non capendo completamente l’aggancio e/o il significato? «Ho scritto queste storie perché sono storie vere e perché mi piacevano. Ma le sentinelle della letteratura hanno considerato i miei personaggi con la stupidità delle duchesse che si divertono coi contadini e li compiangono. Queste storie sono pubblicate ed io non le posso più riprendere, ma non sottometterò più al contatto degradante della gente perbene questi bravi esseri fatti di allegria e di bontà, di cortesia ben superiore a tutte le smancerie. Se ho causato loro dei torti raccontando qualcosa delle loro storie, me ne dispiace. Ciò non avverrà più. Adios!”
 
RECENSIONE: 

Siamo qui in presenza di Cavalieri della Tavola Rotonda un po’ particolari. Diciamo che Malory aveva investito i suoi di un’aura eroica e cavalleresca. Non di meno fa il suo fan, John Steinbeck, che sembra aver scritto questo romanzo, tra l’altro il suo primo libro di successo, per rendere più allegro il momento difficile della sua vita familiare, durante la grande Depressione degli Anni Trenta negli Usa. In realtà però non è propriamente un romanzo di pura evasione, perché Steinbeck, così come farà dire ai suoi protagonisti all’interno delle vicende che si susseguono, creando un’unità di avventure, desiderano raccontare – e perché no?, vivere soprattutto, seppur a volte inconsapevolmente – storie che hanno un profondo significato.

Siamo al cospetto di “paisanos” , una sorta di brigata di cavalieri fannulloni e votati al vizio (che sia del bere o della carne), che un po’ per caso si ritrovano a vivere insieme, all’interno della casa ereditata da Danny. In realtà Danny aveva messo Pilon, suo amico, nella sua seconda casa, quella più piccola –e poi quest’ultimo, per levarsi di torno il pensiero della pigione, l’aveva sub-affittata a Pablo, che al pari dell’intelligente Pilon, non aveva alcuna intenzione di pagare l’affitto. Sia come sia, coincidenza o volere dei Santi, una notte la piccola casa era diventata un cero votivo enorme per San Francesco. Da quel momento, a parte un doveroso cazziatone di Danny agli amici, per far intender loro che lui non può essere preso sottogamba, decide di invitare nell’oramai sua unica casa gli amici. Che di avventura in avventura crescono come numero, fino a diventare la combriccola al gran completo, comprendente i seguenti coinquilini: oltre a Danny, ritornato in California dopo la fine della guerra e proprietario della casupola ed unico ad aver diritto a dormire sul letto, ci sono l’amico Pilon, che è il cervello della brigata e la voce della saggezza; Gesù Maria Concoran, l’uomo dal cuore d’oro che accorre sempre quando c’è nei paraggi un bisognoso, trascinando con sé gli amici; Pablo, l’anima devota del gruppo, che però non disdegna di farsi traviare; il Pirata, chiamato così per l’aspetto imponente e selvaggio, ma uomo dallo spirito innocente e sincero – un gigante con il cervello di un bambino; ed infine Joe il Portoghese, che ha le dimensioni di un armadio e che è ottuso e passivo, e che si può considerare a buon titolo l’antieroe del gruppo di amici. E poi c’è lo stuolo di donne, tutte allegre e disposte sempre a consolare un uomo: Dolores Engracia Ramirez detta “la Dolce”, Arabella Gros, Tia Ignacia, Cornelia Ruiz e Teresina Cortez, ognuna magistrale interprete di un ruolo femminile degno dei protagonisti maschili.

Non meno importante dei protagonisti, il luogo ed il periodo in cui è ambientata la storia. Il luogo è Monterey, in California, sul quartiere in collina dove abitano gli ultimi discendenti dei veri californiani, coloro che hanno nelle vene sangue spagnolo, messicano, indio e caucasico. Pian della Tortilla, appunto, dove città e foresta si confondono, dove le strade sono ancora immuni dall’asfalto e non c’è ancora la luce elettrica… ecco, proprio qui sta addensata la più antica popolazione di Monterey. È la popolazione cosiddetta dei “paisanos”. Il periodo è quello della Grande depressione degli anni Trenta quando imperversava la miseria e la vita era ancora più dura per le minoranze etniche, come quella ispanica, socialmente emarginata rispetto ai bianchi.

A parte il divertimento delle avventure di questi impenitenti uomini votati al dolce far niente, inframmezzato da risse, furti atti a portare qualcosa in tavola, non foss’altro che il vino, avventure galanti con donne tutt’altro che dolci, in sottofondo emergono temi come l’amicizia, il rispetto e la collaborazione di gruppo per i più bisognosi, oltre che a rimarcare il tema della precarietà della vita e soprattutto della povertà, che Steinbeck riprenderà in altri successivi suoi capolavori, come “Uomini e topi” e “Furore”, seppur con toni meno rocamboleschi.

Particolare anche l’inizio dei vari capitoli, con testatine in corsivo, alla moda dell’opera di Malory – e che con poche parole riassumono il capitolo che si andrà a leggere , predisponendo il lettore ad una lettura di volta in volta divertente, piacevole, triste, etc…

In definitiva, se dovessi scegliere uno dei temi che Steinbeck fa risaltare in controluce grazie alle birbonate di questa confraternita di uomini, mi piacerebbe raccogliere a piene mani la generosità e anche la cortesia, che qui traboccano in abbondanza e che, a ben leggere e a lasciarsi irretire dal paradosso di questi Cavalieri beoni ma d’animo sincero, ci fanno riscoprire un’America che dalla conquista del West porta diritto ai primi coloni per arrivare fino ai figli dei fiori e agli hippy. E allora perché no?, godiamoci questi gioiosi confratelli che snobbano l’insidia della borghesia e alle comodità e alla ricchezza preferiscono il dolce riposo con il cielo come coperta e la vellutata erba come letto. E la libertà come anelito di vita, almeno fino a che il tempo, o forse lo spettro della così detta civiltà, non ci afferrerà di nuovo. Credetemi, è una Buona lettura!

Buona lettura! A presto,





martedì 1 settembre 2020

Blogtour + Review tour di Poirot. Tutti i racconti di Agatha Christie - Presentazione blogtour e recensione de Il furto di gioielli al Grand Metropolitan

Buongiorno carissimi, buon primo settembre. Come cominciare per bene questo nuovo mese e affrontarlo con il sorriso sulle labbra? Ovviamente buttando uno sguardo alle novità editoriali, in particolar modo a quelle della Oscar Vault Mondadori che, come avete già potuto vedere con la recensione di ieri di Marina - se ve la siete persa cliccate qui - sono ricche di meraviglie che possono soddisfare gli amanti dei generi letterari più differenti.


Comincia oggi un blogtour + review tour un po' speciale che si protrarrà per sei giorni su altrettanti blog, come potete vedere nel banner, oggi cominciamo con la presentazione del blogtour su tutti blog partecipanti che, in più, vi regaleranno il loro pensiero su uno dei racconti che popolano questa succosa novità, per la cui anteprima ringrazio la casa editrice. Protagonista Poirot. Tutti i racconti in una nuovissima veste grafica ed editoriale a cura, appunto, della Oscar Vault Mondadori. Non perdetevi quindi tutti i post di oggi perchè avrete la possibilità di leggere sei pensieri su sei racconti differenti, che non è poco! Domani però tornate qui, perchè il mio compito sarà parlarvi di lei, la grande Agatha Christie.
Ma torniamo al libro...

Titolo:  Poirot. Tutti i racconti
Autore: Agatha Christie
Genere: Giallo
Pubblicazione:01 settembre 2020 - Oscar Vault Mondadori - collana i Draghi
Pag.: 972
Costo: 25,00 € cartaceo - 9,99 ebook

Descrizione: Tutte le avvincenti indagini di Hercule Poirot, il piccolo detective belga dalle infallibili "celluline grigie", nato dalla fantasia di Agatha Christie sono qui raccolte in un unico volume nel quale la vocazione narrativa della Regina del Giallo si esprime al suo meglio: storie che coinvolgono il pubblico in un raffinatissimo gioco di intelligenza accompagnate da raffinate illustrazioni d'epoca in bianco e nero.

Com'era successo quando vi parlai del meravigioso volume dedicato alla Sorelle Bronte, non posso che annoverare il mio invito a provare, almeno una volta nella vita, a tenere tra le mani uno di questi splendidi volumi che la casa editrice cura con attenzione e in modo unico per regalare ai lettori non solo una bella lettura ma anche un'esperienza magica a trecentosessanta gradi.

Ed ora veniamo al racconto di cui ho deciso di parlarvi. Si tratta del primo racconto contenuto nel libro il cui titolo è:

Il furto di gioielli al Grand Metropolitan

“«Poirot,» dissi «un cambiamento d’aria vi farebbe bene.»
«Lo pensate, mon ami?»
«Ne sono sicuro.»
«Eh… eh?» disse il mio amico sorridendo. «Allora è tutto predisposto, vero?»
«Verrete?»
«Dove intendete portarmi?»
«A Brighton. Un mio amico della City mi ha dato un ottimo consiglio e… be’, ho denaro da spendere. Credo che un fine settimana al Grand Metropolitan farebbe a entrambi un mucchio di bene.»
«Grazie, accetto con molta riconoscenza. Siete buono a pensare a un vecchio
come me. E un buon cuore vale tanto quanto tutte le piccole cellule grigie. Sì, sì, io stesso a volte rischio di dimenticarmene.»”

Comincia così questo racconto - prima edizione nell'anno 1924 - con un botta e risposta tra Hercule Poirot e il suo fidato assistente, il capitano Arthur Hastings. Una sorta di Watson che, quasi a fare il verso alla famosissima coppia nata dalla penna di Artur Conan Doyle, non lascia mai da solo Poirot. È proprio Hastings che rivolgendosi al lettore, racconta le avventure che lui e l’investigatore baffuto si ritrovano a vivere.
In questo caso un weekend al lussuosissimo Grand Metropolitan di Brighton, proprio su consiglio di Hastings. Durante la prima cena consumanta in Hotel, i due si rendono subito conto di quanta ostentazione ci sia intorno a loro e di quanto quel luogo sia frequentato da gente ricchissima che non fa altro che mostrare i suoi tantissimi gioielli.
Proprio durante la cena fanno la conoscenza della signora Opalsen e di suo marito. Lui ricchissimo agente di Borsa che ha fatto fortuna con il boom petrolifero, lei con l'unico scopo di spendere quei soldi collezionando gioielli. Proprio uno di quei gioielli sparisce in modo molto misterioso dalla camera da letto della signora che, per scongiurare furti, lascia sempre la sua cameriera personale a fare la guardia alla stanza in sua assenza. Nessuno oltre lei e la cameriera dell'albergo sono entrate nella stanza, la seconda però, sempre sotto la supervisione della prima se non per pochissimi secondi.
Chi ha rubato i gioielli? Ovviamente sarà Poirot, con il suo intercedere tranquillo e analizzatore, a dover sbrogliare la matassa venendo in aiuto alla polizia che, ovviamente, tirerà le somme del caso in modo banale e sbagliato.
Da subito emerge lo stile dei gialli della Christie, quei tanti dialoghi che portano il lettore dentro le storie, dove le descrizioni sono pochissime e sono gli stessi personaggi a farci capire come sono le cose o le persone.
Accade in questo caso con la signora Opalsen di cui capiamo bene i lineamenti e il suo abbigliamento grazie ai botta e risposta di Poirot e Hastings, oppure con la stanza della signora la cui disposizione ci viene raccontata attraverso i dialoghi tra i personaggi e di cui, chicca, ci viene regalata la piantina, un po' come succedeva ad esempio con quella dell'Oriente Express.
Uno stile che amo, quello della Christie, e che grazie a questi racconti potrò tornare ogni tanto a rispolverare, magari tenendo il volume sul comodino e, ogni tanti, rileggere queste brevi chicche! 

Per oggi vi saluto ma, mi raccomando, vi aspetto domani con la biografia di Agatha Christie.