Buon pomeriggio lettori e buona domenica. Come va? Oggi sono qui per parlarvi di un classico, che io ho letto da un volume più grande che ne racchiude atri due. Si tratta di Cime Tempestose, di Emily Brontë, pag. 234, racchiuso nella raccolta I capolavori delle impareggiabili penne sororali. Sorelle Brontë edita da Oscar Vault Mondadori, pag. 780, di cui vi avevo parlato qui.
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domenica 11 aprile 2021
Recensione #389 - Cime tempestose di Emily Brontë
Trama: Da "Cime Tempestose", a "Jane Eyre", passando per "Agnes Grey", fino ai meno noti "L'angelo della tempesta", "La Signora di Wildfell Hall" e "Shirley", le tre sorelle Brontë ci hanno lasciato romanzi immortali, capolavori della narrativa ottocentesca pieni di pathos e emozione, ciascuna con la propria voce. A questi romanzi si aggiungono i sublimi versi nei quali rivive tutto il fascino della natura selvaggia delle brughiere dello Yorkshire, tra distese d'erica, roccia e foschia. Questo volume offre l'occasione per riscoprire tre voci femminili originalissime nel panorama letterario, tra incanto, disperazione, e il desiderio insopprimibile di affermare la propria identità.
Devo ammetterlo, nella mia vita da lettrice - compreso il periodo in cui ero una studentessa - non ho letto moltissimi classici. Avevo un professore che prediligeva gli autori contemporanei - con mia somma gioia in quel momento anche se adesso lo rimpiango un po' - e tra i classici letti non c'era quello delle sorelle Brontë.
Se di Jane Eyre ho letto il romanzo e visto più e più volte il film, di Cime tempestose non sapevo cosa aspettarmi anche se l'idea che avevo in testa era qualcosa di simile a Orgoglio e pregiudizio. Non potevo sbagliarmi di più. Cime tempestose non è lontanamente simile a nulla di tutto ciò che io abbia mai letto - parlando di grandi classici - ed ora cercherò di spiegarvi perché.
venerdì 26 marzo 2021
Letture con Marina #126 - Recensione di Nel bosco di Thomas Hardy
Buongiorno lettori, è venerdì e, come di consueto, lascio la parola a Marina e alla sua recensione.
Metti il caso, e ti innamori di uno scrittore che senza graffiare mette in evidenza le caratteristiche di un’epoca, che è l’Inghilterra ottocentesca, ancora immersa in una natura sontuosa, dove i boschi sono immense pozze di selvaggi paesaggi e onirica solitudine . E se a questo aggiungi la figura di un’eroina tragica, nemmeno protagonista principale, ma che incarna in sé le potenzialità della tragedia, perché votata al sacrificio più sublime e prezioso, ecco, allora sarai pronto per leggere:
Titolo: Nel bosco
Autore: Thomas Hardy
Casa editrice: Fazi Editore, 2015
Pagine: 510
Traduzione: Stefano Tummolini
Trama: "Nel bosco" ("The Woodlanders", 1887) è forse il più struggente tra i romanzi di Hardy per intensità espressiva e sentimentale. Racconta della storia d'amore fra un ragazzo di paese, Giles Winterborne, e la giovane Grace Melbury, figlia di un commerciante di legname, la quale però, tornata al villaggio provvista di un'istruzione, preferisce sposare un medico. Hardy contrappone con maestria due modelli di vita: l'esistenza semplice e dignitosa dei boscaioli e dei contadini e quella raffinata e artificiosa dei personaggi di alto lignaggio. Il contrasto è inevitabile e profondo, e la giovane Grace, la protagonista, è il punto di luce e di improvviso ardore tra gli uni e gli altri, tra la felicità e la disperazione. L'opera non si risolve comunque in una parabola morale intorno ai limiti delle nostre scelte. Possiede il fascino della maggiore letteratura dell'Ottocento: la grazia di uno stile acuto e piacevole, la forza di un'eccezionale tensione narrativa. Le passioni, gli amori dei protagonisti avvengono nel respiro segreto degli alberi e degli animali del bosco, osservatori muti di una felicità che sfugge agli uomini e alle donne del romanzo. La natura in Hardy, più che essere protagonista, appare legata alla vita dell'uomo, una sola cosa con lui, non in senso estetico ma vitale, e con essa la vita riacquista la propria autenticità.
RECENSIONE:
Il cuore pulsante di questo romanzo, come un paio di altri di Hardy, affronta il tema dei conflitti all’interno del matrimonio. L’ambientazione scelta non a caso da Hardy è un Inghilterra ancora rurale, dove però i primi palpiti per il desiderio di una vita migliore dal punto di vista sociale si fanno sentire con imperiosità. E questo connubio di natura, di piccoli villaggi, di contadini e di personaggi di alto lignaggio consente all’autore di mettere in evidenza meraviglie e miserie del genere umano, prendendo a pretesto una società chiusa, quale è il matrimonio.
Lui, lei e l’altro. Lui è un giovane boscaiolo, che per vari motivi si è elevato leggermente al di sopra rispetto alla media dei suoi vicini ed amici contadini. Lei è la figlia dell’amico di suo padre, che è ancora un gradino più in alto nella gerarchia del villaggio. Il cosiddetto uomo che si è fatto da sé: non acculturato, ma intelligente tanto da portare benessere in seno alla propria famiglia. Grace e Giles sono cresciuti insieme, immersi nella natura del loro piccolo e desolato villaggio nell’Ovest dell’Inghilterra. Ma quanto a questo, come disse lo stesso Hardy nel 1912, avrebbe potuto benissimo essere qualsiasi altro luogo del Regno Unito. E poi la sete di emergere e di far risaltare la figlia, soprattutto di creare i presupposti affinchè la figlia abbia una vita migliore fa sì che il padre spedisca Grace in una cittadina a studiare e di conseguenza a frequentare gente altolocata, spendendo una piccola fortuna perché questa giovane donna si tolga di dosso la patina di “rozzezza”, tipica della gente contadina. I due giovani sono promessi, ma quando Grace torna, il divario tra lei ed il timido, onorevole e retto Giles sembra incolmabile. A questo si aggiunga che Giles proprio in quel frangente ha un tracollo finanziario, involontario rispetto alle sue capacità, ed ecco che la volontà del padre di Grace di vederli uniti in un saldo matrimonio vacilla. Durante l’assenza di Grace dal villaggio, un giovane dottore appartenente ad un’antica famiglia arriva nel loro paesotto ad esercitare la professione, o per meglio dire, a farsi mantenere dalla famiglia stando nell’ozio nella finzione di studi filosofici, esoterici e medici. L’incontro tra lui e Grace risulterà fatale: per lui la noia di un simile posto dimenticato da Dio e la diversità di questa leggiadra fanciulla che sembra appartenere alla sua schiatta e che risalta quindi grandemente in siffatto contesto. Per lei, l’emozione di una persona appartenente al bel mondo che per un anno ha potuto frequentare e qualche altra emozione che il timido Giles non ha mai avuto il coraggio di sollecitare, sentendosi oramai socialmente inferiore alla sua vecchia amica d’infanzia.
Non racconterò delle titubanze di lei, della rinuncia di Giles, soprattutto quando perde il poco che ha – e dallo stile di vita del dottore, completamente diverso dal loro. E per stile di vita intendo soprattutto quella profonda sensibilità e di conseguenza cristallina onestà che solo la vicinanza con la natura ed il sano lavoro sembrano far sviluppare.
Che ricchezza di eloquio nel descrivere il bosco che circonda il villaggio. Una natura che fa da sfondo costante ma che è anche e soprattutto protagonista, onnipresente, rigogliosa. E che assiste indifferente e ieratica alle vicende umane, restando sempre fedele a se stessa. Le vicende umane possono farsi ingarbugliate, perverse persino, come quando il dottore ripudia Grace per una più vissuta e spregiudicata Lady Charmond, che sembra offrirgli ciò che Grace, vuoi per il suo vissuto contadino, vuoi per l’inesperienza e per l’innocente rettitudine non può dare al marito.
Ed è proprio quando pare che Grace possa riconquistare la propria libertà dopo tanta sofferenza coniugale, che la vita di questi due giovani, Grace E Giles, sembra poter nuovamente farsi una cosa sola. Ma ancora una volta, la rettitudine del giovane boscaiolo e l’inesperienza di questa giovane sposa vilipesa ed abbandonata, farà prendere alla vicenda il classico e tragico destino degli amanti che non potranno mai unirsi.
La bonaria ingerenza di un padre amorevole ma figlio del proprio tempo e in bilico fra saldi valori contadini e superficiale nobiltà, la vita isolata in una campagna ancora incontaminata, la gerarchia sociale che erroneamente conta più del valore della singola persona e la questione della ricerca della felicità come bene incommensurabile, anche a scapito di uno dei contratti più vincolanti al mondo… E Hardy sembra qui fare proprio il dovere degli storici, di “non interferire con le opinioni personali nelle vicende”, restando narratore impassibile anche di fronte alle tragedie più commoventi.
A lungo mi sono dibattuta fra le due figure femminili che sembravano le protagoniste: da una parte Grace, rivestita a nuovo dalla patina della cultura, dall’altra Marty South, poverissima, pura, leale, solitaria, ignorante ma con il buon senso che solo una vita di stenti, sacrifici, duro lavoro e onestà possono elevare più ancora della supposta cultura. Una vita la sua, dedicata ad un amore infelice e che, pur nella tragedia e nel suo mettersi modestamente da parte, le permette alfine di “apparire a tratti perfino sublime, come se fosse stata una creatura indifferente agli attributi del sesso, dotata in cambio della qualità più nobile dell’umanità”.
“E se un giorno mi dimentico il tuo nome, fammi dimenticare la mia casa e il cielo…” Potrà mai esserci una dichiarazione d’amore più bella?
A presto
venerdì 6 novembre 2020
Letture con Marina #108 - Recensione di La storia di Willie Ellin di Charlotte Brontë
Buonasera lettori, primo giorno di lockdown (anche se in giro andando a recuperare il figlio a scuola ho visto il mondo) per zona rossa... voi come siete messi? Speriamo di non ritornare alle condizioni di marzo! Ma parliamo di cose belle, oggi è venerdì e torna Marina con una recensione.
Che si chiami angoscia l’angoscia, e disperazione la disperazione; scriviamole entrambe in caratteri decisi con penna risoluta: ci sarà più facile saldare i nostri debiti con il Destino. (Charlotte Brontë)
Titolo: La storia di Willie Ellin
Autore: Charlotte Brontë
Casa editrice: Flower-ed, 2016
Pagine: 89
Trama: 1853. Charlotte Brontë ha trentasette anni e sta affrontando il periodo
più difficile della sua vita. È rimasta sola con il padre nella
silenziosa canonica di Haworth, villaggio industriale dello Yorkshire, a
ridosso della ventosa brughiera. Ha sepolto le ultime due sorelle,
Emily e Anne, è continuamente afflitta da malanni e guarda al futuro con
incertezza. Il suo destino sembra legato a un'unica decisione, ma
prenderla o meno implica ferire se stessa o suo padre. La sua paura più
grande, quella di morire da sola, la opprime senza tregua, così
Charlotte sacrifica il suo amore filiale e decide di sposare il
reverendo Arthur Bell Nicholls, già respinto una volta. In quel momento
nei cassetti della sua stanza giace un manoscritto incompiuto, scritto a
matita: La storia di Willie Ellin. Questa rappresenta la prima
traduzione in italiano dell'opera, la cui importanza deriva proprio
dalla sua forma embrionale. Essa lascia scorgere e apprezzare il
prezioso momento della prima stesura del pensiero della scrittrice
salita agli onori letterari grazie Jane Eyre e Villette.
RECENSIONE:
Charlotte Bronte, insieme alle sorelle Emily e Anne, è stata una delle scrittrici più importanti dell’Ottocento, con la “produzione” di alcuni dei romanzi che ancora oggi vengono considerati dei capolavori.
Dopo un incipit del genere, non ci sarebbe più niente da dire, se non leggere questo romanzo abbozzato, incompiuto, che avrebbe potuto regalarci un altro capolavoro – e che invece è rimasto allo stato larvale, facendo sì che la sua autrice abbandonasse in un cassetto queste pagine, lasciandosi trascinare verso la morte dalla vita reale che alfine, per un motivo più che valido, aveva scelto, per non restare sola in una canonica povera e malsana in attesa di una morte, che l’avrebbe vista di nuovo – e come sempre – sola.
Come ci precisa la curatrice e traduttrice: “Charlotte morì avendo scritto troppo poco. Quel poco per i lettori italiani è ancora meno che nella lingua madre inglese”. Ed un plauso quindi va alla casa editrice flower-ed e alla traduttrice D’Auria che si è armata di carta e penna e ha dato voce, per noi italiani, a “una donna i cui ultimi scritti sono patrimonio della letteratura mondiale… una donna che ci insegna ancora a resistere quotidianamente alla battaglia della vita”. Ed è proprio qui che vorrei soffermarmi, prima di parlare brevemente dei racconti abbozzati, potremo chiamarli così, che ci ha lasciato Charlotte. Non serve sicuramente che io rivanghi la storia triste e dolorosa della vita di quest’autrice, dalla perdita prematura della madre, a quella delle sorelle, passando per l’alcolismo e la droga cui era dedito il fratello Branwell. Per non parlare del padre, il reverendo… Una vita di sacrifici e di lutti continui, quella di Charlotte Brontë, dove anche lo scrivere è una fatica e un ritagliarsi uno spazio personale solo la sera… Un classico, a ben pensarci, se non che a dire così, sembra quasi di voler sminuire una vita vissuta intensamente, seppur in uno stato di povertà a tutto tondo: povertà di condizioni igienico-sanitarie, povertà di alimentazione, povertà di calore umano…
Scrive di ciò che conosce, Charlotte – e lo fa a modo suo, con fantasia, attingendo al gotico ottocentesco e allo stereotipo, in questa tranche di romanzo o racconti incompiuti, dell’infanzia di strada vittoriana, già visitata anche da Dickens. Vite da romanzo, appunto, ma non solo – se pensiamo all’esistenza di Charlotte ed della sua famiglia. Vita che lei descrive in questo scampolo di pagine, parlando di un bimbo di soli dieci anni che scappa dal fratellastro adulto, da cui dipende economicamente, e che lo picchia senza ritegno e senza motivo, lasciandosi andare ad un carattere collerico condito dall’alcol e che gode nell’esercitare la sua prepotente violenza sugli indifesi. Qui, da parte mia, nessun commento e nessun tentativo di paragone con la realtà. Della sua famiglia. Dell’epoca.
Ma tornando ad un minimo di racconto di questi ultimi possibili capolavori, per non farsi solo irretire dalla biografia di questa famiglia particolare e dolorosamente sfortunata, essa stessa un romanzo d’appendice. Questa raccolta di racconti è divisa in “V Parti”: nelle prime due si parla dell’avita dimora di Ellin Hall, in seguito Ellin Balcony, della governante Sig.ra Widdup (che più avanti cambierà nome) e di un essere non ben precisato che è comunque il rappresentante superstite della famiglia Ellin. Già nella III parte, la governante si chiama Sig.ra Hill ed accoglie un bimbo di dieci anni, fuggiasco da un fratello maggiore violento, che già il giorno dopo lo trova a Ellin Balcony e lo riporta indietro, da dove è scappato, dopo aver picchiato sia la governante che il piccolo. La IV e la V parte si consumano nel racconto di questo sfortunato orfano, dei pesanti e sanguinosi maltrattamenti che patisce e la conclusiva notturna visita di una fantomatica ragazza di diciassette anni che con sollecita e dolce pietà lo rincuora dopo le percosse subite, lo culla stringendolo a sé ed offrendogli quel contatto materno di cui il piccolo ha oramai solo vaga memoria.
Resta per gli appassionati e per la traduttrice la felicità di poter “vedere” il romanzo in gestazione – e che a me sarebbe piaciuto vedere all’interno del romanzo , insieme alla traduzione italiana, per apprezzare maggiormente questa prova incompiuta, riportata immagino a mo’ di idee, scritti, ripensamenti, forse cancellature, dato che per economia Charlotte scriveva a matita. Resta il rammarico di una morte anzitempo, della mancanza di “una stanza tutta per sé”, che insieme ad un’impossibile indipendenza economica, le avrebbe permesso di dedicarsi maggiormente alla scrittura. Resta anche il rimpianto della corrispondenza che il marito, il rev. Arthur Bell Nicholls, chiese alla amiche di Charlotte di distruggere… E ciò non può che riportarmi alla mente grandi scrittrici o poetesse come Virginia Woolf (per certi aspetti) e Sylvia Plath.
Soprattutto la post-fazione della traduttrice, più ancora che l’analisi degli scritti di Charlotte Brontë, mi riporta con tristezza ad una situazione che è stata comune a tante, troppe donne nei secoli scorsi e finanche – ancora – nel non lontano Milleottocento. Intelligenza femminile non valutata, se non addirittura disprezzata - servitù sotto vari titoli in seno alla famiglia, cioè una badante ante-litteram, e nel caso specifico di Charlotte, la triste sorte di dover accompagnare negli ultimi istanti le proprie sorelle ed il fratello, sapendo che per lei si sarebbe profilata la solitudine, in vita come in morte. La scelta quasi obbligata, a 38 anni, di sposarsi, non tanto per uniformarsi alle rigide convenzioni sociali che lei aveva sempre rifiutato, ma per scappare alla solitudine, alla morte, al non avere più nemmeno un tetto, per quanto povero, sopra la testa. Il cambiamento del reverendo Nicholls dopo il matrimonio nei confronti dei suoi scritti, la morte a nemmeno un anno di distanza dal matrimonio, osteggiato dal padre che vedeva scappare la sua imperitura, lui credeva e voleva, badante. E la rassegnata consapevolezza di Charlotte che sposarsi avrebbe significato abbandonare la scrittura, di cui un cassetto divenne muto testimone.
E allora che Charlotte Vi accompagni nelle avversità di questo periodo difficile, proprio lei, una delle tante donne che ha fatto del sacrificio silenzioso e della resilienza quotidiana una battaglia di vita, ma che al contempo ha avuto lo splendido coraggio di brandire la penna come l’arma più potente di questo mondo e con questa continua ad illuminare anche a distanza di secoli, ad imperitura memoria.
Charlotte Bronte, insieme alle sorelle Emily e Anne, è stata una delle scrittrici più importanti dell’Ottocento, con la “produzione” di alcuni dei romanzi che ancora oggi vengono considerati dei capolavori.
Dopo un incipit del genere, non ci sarebbe più niente da dire, se non leggere questo romanzo abbozzato, incompiuto, che avrebbe potuto regalarci un altro capolavoro – e che invece è rimasto allo stato larvale, facendo sì che la sua autrice abbandonasse in un cassetto queste pagine, lasciandosi trascinare verso la morte dalla vita reale che alfine, per un motivo più che valido, aveva scelto, per non restare sola in una canonica povera e malsana in attesa di una morte, che l’avrebbe vista di nuovo – e come sempre – sola.
Come ci precisa la curatrice e traduttrice: “Charlotte morì avendo scritto troppo poco. Quel poco per i lettori italiani è ancora meno che nella lingua madre inglese”. Ed un plauso quindi va alla casa editrice flower-ed e alla traduttrice D’Auria che si è armata di carta e penna e ha dato voce, per noi italiani, a “una donna i cui ultimi scritti sono patrimonio della letteratura mondiale… una donna che ci insegna ancora a resistere quotidianamente alla battaglia della vita”. Ed è proprio qui che vorrei soffermarmi, prima di parlare brevemente dei racconti abbozzati, potremo chiamarli così, che ci ha lasciato Charlotte. Non serve sicuramente che io rivanghi la storia triste e dolorosa della vita di quest’autrice, dalla perdita prematura della madre, a quella delle sorelle, passando per l’alcolismo e la droga cui era dedito il fratello Branwell. Per non parlare del padre, il reverendo… Una vita di sacrifici e di lutti continui, quella di Charlotte Brontë, dove anche lo scrivere è una fatica e un ritagliarsi uno spazio personale solo la sera… Un classico, a ben pensarci, se non che a dire così, sembra quasi di voler sminuire una vita vissuta intensamente, seppur in uno stato di povertà a tutto tondo: povertà di condizioni igienico-sanitarie, povertà di alimentazione, povertà di calore umano…
Scrive di ciò che conosce, Charlotte – e lo fa a modo suo, con fantasia, attingendo al gotico ottocentesco e allo stereotipo, in questa tranche di romanzo o racconti incompiuti, dell’infanzia di strada vittoriana, già visitata anche da Dickens. Vite da romanzo, appunto, ma non solo – se pensiamo all’esistenza di Charlotte ed della sua famiglia. Vita che lei descrive in questo scampolo di pagine, parlando di un bimbo di soli dieci anni che scappa dal fratellastro adulto, da cui dipende economicamente, e che lo picchia senza ritegno e senza motivo, lasciandosi andare ad un carattere collerico condito dall’alcol e che gode nell’esercitare la sua prepotente violenza sugli indifesi. Qui, da parte mia, nessun commento e nessun tentativo di paragone con la realtà. Della sua famiglia. Dell’epoca.
Ma tornando ad un minimo di racconto di questi ultimi possibili capolavori, per non farsi solo irretire dalla biografia di questa famiglia particolare e dolorosamente sfortunata, essa stessa un romanzo d’appendice. Questa raccolta di racconti è divisa in “V Parti”: nelle prime due si parla dell’avita dimora di Ellin Hall, in seguito Ellin Balcony, della governante Sig.ra Widdup (che più avanti cambierà nome) e di un essere non ben precisato che è comunque il rappresentante superstite della famiglia Ellin. Già nella III parte, la governante si chiama Sig.ra Hill ed accoglie un bimbo di dieci anni, fuggiasco da un fratello maggiore violento, che già il giorno dopo lo trova a Ellin Balcony e lo riporta indietro, da dove è scappato, dopo aver picchiato sia la governante che il piccolo. La IV e la V parte si consumano nel racconto di questo sfortunato orfano, dei pesanti e sanguinosi maltrattamenti che patisce e la conclusiva notturna visita di una fantomatica ragazza di diciassette anni che con sollecita e dolce pietà lo rincuora dopo le percosse subite, lo culla stringendolo a sé ed offrendogli quel contatto materno di cui il piccolo ha oramai solo vaga memoria.
Resta per gli appassionati e per la traduttrice la felicità di poter “vedere” il romanzo in gestazione – e che a me sarebbe piaciuto vedere all’interno del romanzo , insieme alla traduzione italiana, per apprezzare maggiormente questa prova incompiuta, riportata immagino a mo’ di idee, scritti, ripensamenti, forse cancellature, dato che per economia Charlotte scriveva a matita. Resta il rammarico di una morte anzitempo, della mancanza di “una stanza tutta per sé”, che insieme ad un’impossibile indipendenza economica, le avrebbe permesso di dedicarsi maggiormente alla scrittura. Resta anche il rimpianto della corrispondenza che il marito, il rev. Arthur Bell Nicholls, chiese alla amiche di Charlotte di distruggere… E ciò non può che riportarmi alla mente grandi scrittrici o poetesse come Virginia Woolf (per certi aspetti) e Sylvia Plath.
Soprattutto la post-fazione della traduttrice, più ancora che l’analisi degli scritti di Charlotte Brontë, mi riporta con tristezza ad una situazione che è stata comune a tante, troppe donne nei secoli scorsi e finanche – ancora – nel non lontano Milleottocento. Intelligenza femminile non valutata, se non addirittura disprezzata - servitù sotto vari titoli in seno alla famiglia, cioè una badante ante-litteram, e nel caso specifico di Charlotte, la triste sorte di dover accompagnare negli ultimi istanti le proprie sorelle ed il fratello, sapendo che per lei si sarebbe profilata la solitudine, in vita come in morte. La scelta quasi obbligata, a 38 anni, di sposarsi, non tanto per uniformarsi alle rigide convenzioni sociali che lei aveva sempre rifiutato, ma per scappare alla solitudine, alla morte, al non avere più nemmeno un tetto, per quanto povero, sopra la testa. Il cambiamento del reverendo Nicholls dopo il matrimonio nei confronti dei suoi scritti, la morte a nemmeno un anno di distanza dal matrimonio, osteggiato dal padre che vedeva scappare la sua imperitura, lui credeva e voleva, badante. E la rassegnata consapevolezza di Charlotte che sposarsi avrebbe significato abbandonare la scrittura, di cui un cassetto divenne muto testimone.
E allora che Charlotte Vi accompagni nelle avversità di questo periodo difficile, proprio lei, una delle tante donne che ha fatto del sacrificio silenzioso e della resilienza quotidiana una battaglia di vita, ma che al contempo ha avuto lo splendido coraggio di brandire la penna come l’arma più potente di questo mondo e con questa continua ad illuminare anche a distanza di secoli, ad imperitura memoria.
A presto
lunedì 3 agosto 2020
Blogtour Sorelle Brontë - Tappa 1: presentazione blogtour e biografia di Anne Brontë
Buongiorno carissimi, buon primo lunedì di agosto. Che fate? Lavorate? Siete a casa? Siete in vacanza? Io ancora super operativa. Comincia oggi qui sul blog il blogtour di un libro meraviglioso, che uscirà il 25 agosto in tutte le librerie e store online. Vediamo quindi di cosa si tratta.
Titolo: I capolavori delle impareggiabili penne sororali Autore: Sorelle Brontë
Genere: Classici
Pubblicazione:25 agosto 2020 - Oscar Vault Mondadori - collana i Draghi
Pag.: 780
Costo: 28,00 € cartaceo - 10,99 ebook
Descrizione: Da Cime Tempestose, a Jane Eyre, passando per Agnes Grey, fino ai meno
noti L'angelo della tempesta, La Signora di Wildfell Hall e Shirley, le
tre sorelle Bronte ci hanno lasciato romanzi immortali, capolavori della
narrativa ottocentesca pieni di pathos e emozione, ciascuna con la
propria voce. A questi romanzi si aggiungono i sublimi versi nei quali
rivive tutto il fascino della natura selvaggia delle brughiere dello
Yorkshire, tra distese d'erica, roccia e foschia. Questo volume offre
l'occasione per riscoprire tre voci femminili originalissime nel
panorama letterario, tra incanto, disperazione, e il desiderio
insopprimibile di affermare la propria identità.
Non so avete mai tenuto tra le mani un volume edito dalla Oscar Vault Mondadori. Se la risposta è sì, sapete che gioiellino potrà essere questo volume. Se la risposta è no, non potete perdervelo perchè queste uscite che ripercorrono i grandi classici della letteratura sono veramente da collezione! L'interno è ricco di chicche che da sole valgono l'intero volume. Guardate un po'...
Ma il mio compito non è solo quello di presentarvi il blogtour e il libro. Devo introdurvi alla prima sorella - Anne Brontë - perchè suo sarà il libro di cui si parlerà domani sul blog Café Littéraire De Muriomu.
Anne Brontë
“È stupido desiderare la bellezza. Le persone di buon senso non la desiderano mai per se stesse o si curano che vi sia negli altri. Se la mente sarà ben coltivata, e il cuore ben disposto, nessuno si interesserà mai dell’aspetto esteriore.”
Il 17 gennaio 1820, a Thornton, nasce Anne, sesta e ultima figlia di Patrick Brontë e di sua moglie Maria Branwell. Nello stesso anno, in febbraio, il reverendo Patrick Brontë ottiene in perpetual curacy la parrocchia di Saint Michael and All Angels a Haworth (Yorkshire), dove la famiglia si trasferisce alla fine di aprile e che diverrà la nuova e definitiva residenza dei Brontë. La canonica, una delle case migliori del borgo, è in fondo alla strada principale, e il retro dà sulle brughiere dell’aperta campagna, che diverranno meta favorita delle passeggiate dei giovani Brontë.
Maria Branwell Brontë, morì quando Anne aveva appena un anno. Il padre, preoccupato di trovare per la sua numerosa prole una nuova madre che li
accudisse ed educasse, cercò nei successivi due anni una nuova moglie,
senza però avere successo. Decise quindi di dare loro almeno
una educazione adeguata. Fu così che mandò i suoi figli prima alla Crofton Hall e poi al Clergy Daughter's School.
Nel 1824 Maria, Elizabeth, Charlotte ed Emily vennero mandate in istituto mentre Anne venne educata in famiglia, dove imparò la musica e il disegno. Più tardi, tuttavia, il suo percorso formativo continuò prima in una scuola pubblica, la Roe Head School, e successivamente, dopo il 1835, sotto l'egida di sua sorella Charlotte, divenuta nel frattempo un'insegnante.
Nel 1845, insieme alle sorelle Charlotte ed Emily pubblicò le sue poesie sotto lo pseudonimo di "Acton Bell". Lo pseudonimo, così come quelli utilizzati dalle sorelle - Currer (per Charlotte), Ellis (Emily) - non suggerendo alcuna esplicita connotazione di genere, era stato stati scelti - come affermato in seguito dalla stessa Charlotte - per la profittevole aura d’incertezza di cui avrebbero circonfuso le rispettive identità.
Sotto lo stesso pseudonimo pubblicò nel 1847 il suo primo romanzo - Agnes Grey - scritto in prima persona e narra la storia di Agnes Grey,
la più giovane di due sorelle di una famiglia colpita da un inatteso
tracollo economico, che, per non pesare sui genitori, lascia la propria
casa per svolgere il lavoro di istitutrice presso ricche famiglie
borghesi.
Agnes Grey è considerato un romanzo autobiografico perché si basa sull'esperienza personale dell'autrice, che tra il 1839 e il 1845 lavorò come governante per la famiglia Ingham a Blake Hall, a circa 20 miglia di distanza da Haworth, e successivamente presso la famiglia Robinson a Thorp Green Hall, vicino York. Come Agnes, Anne dovette istruire alunni viziati e indisciplinati e venne licenziata dalla famiglia in cui lavorava. Con Agnes condivide anche la provenienza sociale: entrambe sono le figlie più giovani di un povero sacerdote.
Nel 1847 però, l'uscita di Cime tempestose (titolo originale Wuthering Heights) scritto dalla sorella Charlotte.
Nel 1848 esce il secondo romanzo di Anne Brontë, La signora di Wildfell Hall (titolo originale: The Tenant of Wildfell Hall (L'inquilino di Palazzo Wildfell)) che racconta la storia di Helen Graham che fugge da un matrimonio infelice, argomento sbagliatissimo secondo Charlotte, che è l'agente letterario di Anne. Questo atteggiamento fu forse dovuto alla volontà di proteggere la sorella, ma più probabilmente era legato al fatto che il personaggio "cattivo" è basato sulla figura del loro fratello ribelle. Le accurate descrizioni della brutalità e dell'alcolismo e il linguaggio deplorevole utilizzato non vennero apprezzati dalla critica.
Nel 1849 lo stato di salute di Anne, già cagionevole a causa dello stigma congenito della tisi e minato dalla profonda afflizione in seguito alla morte del fratello Branwell e della sorella amatissima Emily, peggiora rapidamente. Sperando che un cambiamento d’aria le possa risultare di qualche giovamento, manifesta in febbraio il desiderio di recarsi per un periodo di soggiorno sulla costa orientale, a Scarborough - località nella quale aveva ambientato i suoi romanzi -, in compagnia di Charlotte e dell’amica Ellen Nussey; già presagisce tuttavia che si tratterà della sua ultima dimora. Muore il 28 maggio a Scarborough, dove verrà seppellita.
Sperando di non essermi dilungata troppo vi saluto e vi ricordo di non perdere domani la seconda tappa del blogtour sul blog Café Littéraire De Muriomu.
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Fonti: I capolavori delle impareggiabili penne sororali edito da Oscal Vault; Wikipedia.
Note: Tutte le immagini utilizzate provengono dalla pagina facebook della casa editrice
venerdì 5 giugno 2020
Letture con Marina #93 - Recensione di Lady Susan - I Watson - Sanditon di Jane Austen
Buongiorno lettori, in questaa settimana mini in cui tutti i giorni mi sono sembrati uguali, siamo arrivati a venerdì e vi lascio a Marina!
Non è possibile… Gira e rigira, ci ritroviamo sempre qui eh! Però anche Voi, dopo le Brontë era impensabile non fare un piccolo salto nei Juvenilia e negli incompiuti di Jane Austen!
Titolo: Lady Susan - I Watson - SanditonAutore: Jane Austen
Casa editrice: Newton Compton, 2015
Traduzione: Ornella De Zordo
Pagine: 192
Trama: La città di provincia, le chiacchiere misurate dei salotti, le ferree regole e convenzioni dell'universo piccolo-borghese: in queste tre brevi opere gli ingredienti per entrare nello straordinario mondo della Austen ci sono tutti. La protagonista di "Lady Susan", frizzante romanzo epistolare, è una donna energica, intelligente, senza scrupoli, che si diverte a giocare con i sentimenti degli uomini. Ne "I Watson" Emma, coraggiosa e arguta eroina, vede le sue ambizioni matrimoniali frustrate dalla povertà e dall'orgoglio. Infine "Sanditon", ambientato in una località marina di villeggiatura, presenta una straordinaria galleria di personaggi ipocondriaci osservati con occhio divertito e scettico. Il Settecento inglese della borghesia di provincia, delle buone maniere, del matrimonio come aspirazione suprema: Jane Austen ha saputo dipingere il suo tempo con grazia ed eleganza, ma ne ha lasciato accuratamente emergere, con le stesse armi tipiche di quei salotti, arguzia, bon ton, ironia, gli aspetti più retrogradi, rivelandosi, pur tra le pareti domestiche, donna di spirito e femminista ante litteram. Introduzione di Ornella De Zordo.
RECENSIONE:
venerdì 5 aprile 2019
Letture con Marina #61 - Recensione del libro Quality Street di James Matthew Barrie
Buongiorno lettori, come va? Io tutto ok anche se riesco più a leggere di quanto poi riesca a mettermi al PC per parlarvi di quello che leggo ma so che mi perdonerete per la mia latitanza a tratti. Oggi però torna come sempre Marina con la sua rubrica e con una nuova recensione!
Se qualcuno a bruciapelo Vi dicesse: Quality Street!, Voi, a cosa pensereste come prima cosa?
Vi confesso che a me è venuta in mente un’unica immagine:
Sufficientemente chiaro? A qualcun altro sono venute in mente queste caramelle/cioccolatini d’antan
Ed invece no!!, visto il blog – si tratta di un libro e l’autore è il papà di Peter Pan.
Autore: James Matthew Barrie
Traduzione: Riccardo Mainetti
Casa editrice: Flower-ed, coll. Five Yards - Febbraio 2019
Pagine: 129
Illustrazioni: Hugh Thomson
Descrizione: "Quality Street" è una commedia in quattro atti ambientata in età
napoleonica, scritta dal creatore del celebre Peter Pan, lo scozzese
James Matthew Barrie. Messa in scena la prima volta nel 1901, narra di
Miss Phoebe e del giovane medico Valentine Brown, di un grande amore,
del tempo che passa inesorabile e di un dolce inganno... Questa
rappresenta la prima traduzione italiana dell’opera.
RECENSIONE:
lunedì 20 ottobre 2014
Recensione #31/2014 - Jane Eyre di Charlotte Bronte
Ciao a tutti, come state? Oggi, tenendo fede agli obiettivi prefissi per il Blogger Love Project, sono qui per condividere con voi il mio pensiero su un libro che ho finito di leggere da circa una settimana.
Sto parlando
di Jane Eyre di Charlotte Bronte,
pag. 717. Un grande classico della letteratura che tutti dovrebbero leggere almeno una volta nella vita.
Difficile parlare di un super classico come questo. Sicuramente è uno di quei libri che potrebbe incutere timore per paura di una scrittura non più attuale, per paura di una trama noiosa e senza colpi di scena. Ecco, questo libro è tutto tranne che non attuale e noioso!
La cosa che ogni volta continua a stupirmi è quanto un libro scritto nel 1847 possa risultare così attuale! Nonostante siano passati 167 anni, Jane potrebbe essere tranquillamente la protagonista di un romanzo moderno. E che protagonista! Caparbia, appassionata, forte e temeraria. Certo un po' bruttina, ma cosa importa quando si ha un carattere capace di dominare le situazioni più difficili? E il destino non rende proprio la vita facile a questa ragazzina che conosciamo ancora bambina, orfana ed accudita da una zia che non l'ha mai voluta. Le vessazioni da parte dei cugini - ma soprattutto del cugino - sono all'ordine del giorno, e l'indifferenza della zia davanti a tutto questo assolutamente inaccettabile.
Ecco come viene descritto nel libro:
Da subito si può notare quanto l'autrice sia capace di descrivere i personaggi in modo molto minuzioso ma mai eccessivo; lo stesso avviene con le ambientazioni, che siano essi paesaggi sconfinati o stanze circoscritte. Ma tanto brava è nella descrizione prettamente fisica dei suoi personaggi, altrettanto lo è con i loro sentimenti, i loro pensieri, le loro peculiarità. Spesso ci ritroviamo ad arrabbiarci o soffrire con loro, come se vivessimo sulla nostra pelle ciò che ci viene raccontato.
Il crescendo della narrazione lo si ha con l'arrivo di Jane alla scuola di Lowood prima, e con il suo traferimento come governante a casa del signor Edward Rochester poi. E' proprio lasciando la casa della zia che vediamo il suo atteggiamento cambiare, diventando più aperta al mondo: prima grazie all'amizia con Helen Burns e poi grazie al suo attaccamento a Edward. Il suo carattere cambia, diventa più aperta, meno cupa e ci lascia entrare nel suo cuore condividendo i pensieri più intimi.
L'autrice ci regala un amore di quelli che riempiono il cuore, che fanno vibrare le corde dell'anima; ma ci regala anche un amore mai banale e mai prevedibile. E' forse però solo nel coronamento di questo amore che Jane non è tanto moderna, di sicuro una protagonista dei giorni d'oggi si sarebbe comportata in modo differente ma comunque, per l'epoca, capisco che la sua figura sia sembrata rivoluzionaria nei suoi atteggiamenti.
Difficile parlare di questo libro senza svelarvi le fasi più salienti quindi mi limito a consigliarvelo e a condividere con voi uno dei passi che più mi hanno fatto emozionare:
Ecco come viene descritto nel libro:
"Non lo ricordavo, ma sapevo ch'era mio zio diretto - il fratello di mia madre -, ch'egli m'aveva preso in casa sua quando da piccola ero rimasta orfana; e che nei suoi ultimi momenti di vita aveva fatto promettere alla signora Reed che mi avrebbe allevata come uno dei propri figli. La signora Reed probabilmente credeva di aver mantenuta la promessa; forse l'aveva mantenuta per quello che le permetteva la sua natura. Ma come in realtà avrebbe potuto amare un'intrusa, che non era della sua razza, che non le era unita da nessun legame, dopo la morte del marito? Doveva vedermi come un'estranea immischiata di continuo nel suo gruppo familiare."Una scelta sicuramente vincente del libro credo sia stata quella di affidare la narrazione proprio a Jane, che spesso si rivolge anche al lettore rendendolo partecipe degli avvenimenti - tanti - che popolano il romanzo.
Da subito si può notare quanto l'autrice sia capace di descrivere i personaggi in modo molto minuzioso ma mai eccessivo; lo stesso avviene con le ambientazioni, che siano essi paesaggi sconfinati o stanze circoscritte. Ma tanto brava è nella descrizione prettamente fisica dei suoi personaggi, altrettanto lo è con i loro sentimenti, i loro pensieri, le loro peculiarità. Spesso ci ritroviamo ad arrabbiarci o soffrire con loro, come se vivessimo sulla nostra pelle ciò che ci viene raccontato.
Il crescendo della narrazione lo si ha con l'arrivo di Jane alla scuola di Lowood prima, e con il suo traferimento come governante a casa del signor Edward Rochester poi. E' proprio lasciando la casa della zia che vediamo il suo atteggiamento cambiare, diventando più aperta al mondo: prima grazie all'amizia con Helen Burns e poi grazie al suo attaccamento a Edward. Il suo carattere cambia, diventa più aperta, meno cupa e ci lascia entrare nel suo cuore condividendo i pensieri più intimi.
L'autrice ci regala un amore di quelli che riempiono il cuore, che fanno vibrare le corde dell'anima; ma ci regala anche un amore mai banale e mai prevedibile. E' forse però solo nel coronamento di questo amore che Jane non è tanto moderna, di sicuro una protagonista dei giorni d'oggi si sarebbe comportata in modo differente ma comunque, per l'epoca, capisco che la sua figura sia sembrata rivoluzionaria nei suoi atteggiamenti.
Difficile parlare di questo libro senza svelarvi le fasi più salienti quindi mi limito a consigliarvelo e a condividere con voi uno dei passi che più mi hanno fatto emozionare:
"Quando fui certa di poterlo osservare senza essere notata, fissai gli occhi su di lui e, se appena tentavo di distoglierli, inevitabilmente tornavo a guardar da quella parte. Lo osservavo, provando in quella contemplazione un piacere vivo, acuto, eppure straziante, oro puro trafitto da una punta d'acciaio, un piacere simile a quello dell'uomo morente di sete che si trascina sino ad una fonte che sa avvelenata, eppure si china, e ne beve l'acqua come se fosse nettare divino.
Vi è molta verità nel detto secondo il quale 'la bellezza è negli occhi di chi guarda'. Il viso pallido e olivastro del signor Rochester, la sua fronte massiccia, le folte e nere sopracciciglia, gli occhi profondi, la bocca ferma e severa - tutta energia, risolutezza, volontà - non rispondevano ai canoni della bellezza, non erano belli nel senso preciso del termine, ma per me il suo viso era più che bello, esercitava un'influenza, un'attrattiva che, dominandomi, mi toglieva ogni volontà e mi metteva tutta in suo potere. Non avevo voluto amarlo; il lettore sa quanto io abbia lottato per estirpare dal mio cuore i germi dell'amore che vi si erano annidati; ed ora m'era bastato rivederlo perchè quel sentimento si ridestasse in me, più vivo e più forte di prima. Egli mi costringeva ad amarlo senza neppure guardarmi"
Una sola cosa non ho molto amato del libro: un finale un po' poco approfondito rispetto al resto, un risvolto un po' troppo buttato lì e da questo dipende il mio voto non pieno a questo romanzo.
E' comunque una lettura piena di sorprese e molto molto appassionante. Di sicuro in futuro lo rileggerò e spero di rivedere a breve il film che avevo letteralmente adorato!
E voi? Lo avete letto? Cosa ne pensate? Quali sono i classici che rileggereste in ogni occasione e che quindi consigliereste a me? Vorrei prefissarmi l'idea di leggere almeno un classico al mese quindi ho bisogno del vostro aiuto per trovare quelli più belli!
VOTO:
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