lunedì 8 maggio 2017

Recensione #186 - Gli innocenti di Paola Calvetti


Buongiorno lettori, buon lunedì. Per cominciare la settimana con i fiocchi, oggi vi voglio parlare di un libro tanto dolce quanto doloroso: Gli innocenti di Paola Calvetti edito da Mondadori, che ringrazio per la copia, pag. 132


Sinossi: Jacopo e Dasha sono in scena per il Doppio concerto per violino e violoncello di Brahms che, pagina dopo pagina, è l'occasione per rivivere i passi della loro storia d'amore. Dopo una lunga assenza, Jacopo torna a Firenze, all'Istituto degli Innocenti, il luogo eletto che lo ha accolto quando venne abbandonato da una madre rimasta nell'ombra, la cui identità è diventata negli anni la sua claustrofobica ossessione. «Come posso scoprire la mia storia se non so da dove vengo?» si chiede. Adottato da una famiglia troppo fragile e gravato di aspettative insostenibili, Jacopo è stato privato della spensieratezza dell'infanzia. A salvarlo è stato un piccolo violino, l'ancora alla quale assicurare i desideri e i sogni. Perché, se la felicità è un talento, Jacopo riesce ad avvicinarla solo stringendo fra le braccia lo strumento. Ma non sempre l'amore salva. Non se nell'amore pulsano, insistenti, vecchie ferite. Dasha, nata in un piccolo paese in Albania, è cresciuta circondata da un amore che Jacopo non conosce. Grazie a un padre devoto e illuminato, ha potuto frequentare il Conservatorio di Tirana, dove ha incontrato il violoncello, destinato a diventare il suo unico amico. Fuggita dal porto di Durazzo, dopo la rovinosa caduta del regime, è sbarcata a Brindisi il 7 marzo del 1991, insieme a migliaia di profughi. Anche le sue radici sono state recise, ma la musica ha compiuto il miracolo di preservare dal dolore il suo animo delicato e forte. Eppure nemmeno Dasha, che ora suona di nuovo accanto a lui, è riuscita a distogliere Jacopo dalla ricerca di un passato che ha il potere di avvelenare il presente, rendendo orfani i due amanti di un futuro possibile. Dove ad aspettarli, forse, c'è un bambino. Nel corso dell'esecuzione del Doppio di Brahms accadrà qualcosa di totalmente imprevisto. La musica si fa eco dell'amore e di una sconvolgente rivelazione.

Primo approccio per me ad un’autrice che avrei voluto leggere da sempre. Un libro dolcissimo quanto doloroso dicevo. Poche pagine che sanno racchiudere più di un mondo. Io che con i libri brevi ho sempre avuto il problema di non riuscire ad affezionarmi ai protagonisti, qui li ho adorati!
Protagonisti Jacopo e Dasha, suonatore di violino lui, suonatrice di violoncello lei. Un amore che parte dalla musica e cha attraverso la musica si dipana, si aggroviglia, cresce al suo ritmo e sempre a quel ritmo si spezza.
Non potrebbero essere più diversi Jacopo e Dasha, ma allo stesso tempo non potrebbero essere più simili.
Fiorentino lui, quarantacinquenne, abbandonato alla nascita all’Istituto degli Innocenti e cresciuto con la tipica mancanza di chi non conosce le proprie origini. Non importa se poi un padre e una madre li ha avuti - adottato a sette anni – e se , poi, è diventato un grande musicista. Un vuoto lo accompagna ed è proprio questo vuoto che cerca di colmare indagando sul suo passato. Misura il suo tempo in anni, giorni, minuti, quasi come se la rigidità della musica con i suoi quarti, ottavi, sedicesimi, lo condizionasse anche nella suddivisione della sua vita. Una vita scandita da dolore e sofferenza, in cui il tempo conta, in cui il tempo pesa.
Albanese lei, poco più che ventenne, violoncellista quasi per caso; troppi i pianisti alla scuola di Tirana quando, lasciando la sua piccola città, vi si reca accompagnata dal padre. Ha solo sei anni e, per inseguire un talento, comincia il sacrificio: una vita lontana da casa, in un luogo sconosciuto, unica compagna la musica. Neanche Dasha è fortunata, il suo futuro è un fidanzato che non ama ma che gli è stato “assegnato” ed un barcone che la porterà a Brindisi.
Si incontrano sul palco, tanti anni dopo, accompagnati dalla magia di un sipario che si alza, da un pubblico che acclama, da una melodia che sembra suonare solo per loro.
Solo chi ha tenuto tra le mani uno strumento ed ha suonato davanti ad un pubblico può capire quella magia. Ho avuto la possibilità di viverla sulla mia pelle per anni, suonando un saxofono contralto in mezzo ad archi, ottoni, percussioni, facendo concerti e raduni con una banda di paese e con diverse orchestre di liscio; una magia che l’autrice è stata bravissima a rendere nel suo libro, attraverso uno stile elegante, coinvolgente e capace di toccare dentro. La perfezione di quello che un’orchestra può creare, con strumenti talmente diversi che compensano uno il suono dell’altro; strumenti che suonano spartiti diversi, che singolarmente non significano nulla, ma che messi insieme creano una melodia perfetta ed emozionante. E lo stesso ha fatto l’autrice nel suo libro, ci ha raccontato di due anime diverse, che singolarmente avevano, ognuno, solo una storia tragica da raccontare e le ha messe insieme, creando una favola, con i suoi acuti e i suoi bassi, con i suoi momenti di adagio e di andante, con le sue note perfette e con le sue stonature, ma pur sempre una favola, capace di far vibrare il cuore. Tutto questo accompagnato da un contorno capace di far riflettere sul mondo delle adozioni, sul mondo di chi scappa dalla propria terra a causa di una guerra, sul mondo degli anziani in casa di cura, sulle privazioni ed il sacrificio che sono necessarie per fare di un talento il proprio lavoro.
La narrazione è a due voci e si alterna tra Jacopo e Dasha, lui parla a lei, lei parla a lui, come se suonassero, come se fossero sul quel palco che li ha fatti incontrare e quello fosse il loro unico modo di comunicare.
Tutto in poco più di cento pagine, tutto senza mai dare la sensazione che i temi trattati fossero troppi o che
fossero poco approfonditi. E mi sono emozionata… per Jacopo, per Dasha, per gli anziani che grazie alla musica escono dal loro stato di incoscienza anche se solo per pochi minuti, per quei bambini che affollano gli orfanotrofi, per chi nasce già segnato da un luogo o da una condizione. E mi sono sentita fortunata, nonostante tutto!
Una nota stridente che non mi ha permesso di dare il massimo dei voti al libro però l’ho trovata… il gioco dei mi piace che mi ha troppo ricordato un altro romanzo che di quel gioco ha fatto la sua nota distintiva. Magari è capitato per caso però è stata una cosa che, purtroppo, durante la lettura mi ha fatto storcere un po’ il naso.

Voglio chiudere questo mio pensiero con una frase del libro che mi ha colpito tantissimo e che ritengo verissima:
Forse non si arriva a capire la natura della musica finché non si conosce la natura dell’amore.
Inutile dire che vi consiglio questo libro senza riserve!!!

VOTO: 




venerdì 5 maggio 2017

Letture con Marina #13

Buon pomeriggio carissimi, eccoci  giunti ad un nuovo appuntamento con la rubrica di Marina. Vi auguro un magnifico weekend e lascio a lei la parola.


E come promesso lo scorso Aprile, proseguiamo con un altro libro in lizza per il Premio Bancarella, il cui risultato conosceremo a Luglio di quest’anno…

Autore: Lorenzo Marone
Titolo: MAgari domani resto
Casa editrice: Feltrinelli
Pagine: 320
Genere: Narrativa
Anno Pubblicazione: 2017

Sinossi:  Chiamarsi Luce non è affatto semplice, specie se di carattere non sei sempre solare. Peggio ancora se di cognome fai Di Notte, uno dei tanti scherzi di quello scombinato di tuo padre, scappato di casa senza un perché. Se poi abiti a Napoli nei Quartieri Spagnoli e ogni giorno andare al lavoro in Vespa è un terno al lotto, se sei un avvocato con laurea a pieni voti ma in ufficio ti affidano solo scartoffie e se hai un rottame di famiglia, ci sta che ogni tanto ti "arraggi" un po'. Capelli corti alla maschiaccio, jeans e anfibi, Luce è una giovane onesta e combattiva, rimasta bloccata in una realtà composta da una madre bigotta e infelice, da un fratello fuggito al Nord, da un amore per un bastardo Peter Pan e da un lavoro insoddisfacente. Come conforto, solo le passeggiate con Alleria, il suo Cane Superiore, unico vero confidente, e le chiacchiere con l'anziano vicino don Vittorio, un musicista filosofo in sedia a rotelle. Finché, un giorno, a Luce viene assegnata una causa per l'affidamento di un minore. All'improvviso, nella sua vita entrano un bambino saggio e molto speciale, un artista di strada giramondo e una rondine che non ha nessuna intenzione di migrare. La causa di affidamento nasconde molte ombre, ma è forse l'occasione per sciogliere nodi del passato e mettere ordine nella capatosta di Luce. Risolvendo un dubbio: andarsene, come hanno fatto il padre, il fratello e chiunque abbia seguito l'impulso di prendere il volo, o magari restare, trovando la felicità nel suo piccolo pezzettino di mondo?
RECENSIONE:


Ho un rapporto un po’ particolare con questo scrittore, nel senso che è uno dei pochi autori che seguo in FB e soprattutto ne ho sentito tanto parlare da alcune book bloggers. 
Purtroppo come sovente mi capita (ma sono la sola a cui accade?), alla rincorsa delle ultime uscite, leggo disordinatamente le opere di un autore. E questo sicuramente non aiuta a seguire la sua evoluzione, il suo pensiero. Ed a riprova, non ho letto le primissime opere di Lorenzo Marone, ma sono saltata subito al lavoro del 2016: “La Tristezza ha il sonno leggero”, che non mi è piaciuto particolarmente, mi ha lasciato la sensazione di irrisolto ma soprattutto mi ha dato la sensazione di un libro scritto sull’onda del successo del primo romanzo. Leggi dell’editoria, forse…? 
Per le ragioni sopra citate e l’impressione – da lontano – che l’uomo ancorchè l’autore siano genuinamente apprezzabili e visti i pareri più che positivi di altri lettori, mi ero ripromessa un’altra lettura di questo autore. E quale occasione migliore di questa nuova uscita?, che tra l’altro lo vede in lizza per il Premio Bancarella. A riprova della sua popolarità e quindi della bontà delle sue opere.

La prendo alla lontana, iniziando dalla copertina: molto bella nei colori e nel disegno, che sposa alla perfezione il poetico titolo del romanzo, accoppiata vincente con la vita delle rondini e che si lega a doppio filo alla rondine Primavera e soprattutto descrive in un volo libero la vita di Luce, la protagonista del libro. Vita non facile, oscurata sin dall’infanzia dalla precoce mancanza del padre, di una vita di bimba che non capisce e non si rende conto – come è giusto che sia – del perché non possa vivere le sue giornate insieme a mamma e nonna – e debba invece vivere queste due figure molto importanti in momenti strettamente contingentati e separati. 
Vive a Napoli la nostra protagonista, una città comprensibilmente amata da questa donna forte e coraggiosa, che usa le parole di Lorenzo Marone per cantare il suo amore per questa città lungo tutto il romanzo e ci fa attraversare i Quartieri Spagnoli ed il circondario sino a raggiungere il mare, fino quasi ad avere l’impressione di percorrere i vicoli insieme a lei ed al suo dirimpettaio, un uomo altrettanto eccezionale: don Vittorio (le rarissime volte in cui escono insieme). 
Incontriamo Luce quando ha trentacinque anni e nonostante il passato e le esperienze dolorose, inizia a sentire l’orologio biologico che scandisce il tempo e, complice una famiglia particolare il cui padre è un presunto camorrista, capirà che anche per lei è arrivato il momento di formare una famiglia perché i legami e gli affetti sono la cosa più importante per un essere umano. Vi lascio quindi a questo romanzo che, ne sono certa, piacerà anche a Voi, tanto quanto ha appassionato me, perché l’autore riesce ad incatenare l’attenzione dei lettori con delle pagine veramente ben scritte, intriganti, divertenti, commoventi e piacione – pur se nel contempo fa affiorare gli annosi problemi di questa bellissima città. Il tutto senza essere magari didascalico o presuntuosamente dotto e senza appesantire il romanzo, visto i temi che Marone incasella con magistrale perizia, giusto una pennellata qua e là. 
Unico neo di questo bel romanzo: il desiderio, ad un certo punto, che potesse essere più breve, sensazione data dal fatto che alcuni concetti vengono ripetutamente portati all’attenzione del lettore, soprattutto i ragionamenti di Luce ed il fatto di rimarcare ad ogni piè sospinto che lei è forte, incorruttibile, onesta, etc… Forse si poteva accorciare quest’abbondanza di reiterazioni – ma forse il romanzo ha un suo proprio vigore proprio per queste ripetizioni di buoni sentimenti e ottima caratura morale dei protagonisti principali.
Al momento abbiamo preso in esame i primi due romanzi finalisti al Premio Bancarella – ne mancano ancora quattro, anche se non credo che li leggerò proprio tutti – alcuni non mi incuriosiscono o non sono propriamente nelle mie corde di lettrice – ma chissà… Se dovessi scegliere tra questi primi due romanzi letti, al momento il mio voto andrebbe a: La Locanda dell’ultima Solitudine (Alessandro Barbaglia), un romanzo poetico e fuori dal tempo…

L'AUTORE:

Lorenzo Marone nasce a Napoli, dove tutt'ora vive con la moglie Flavia e un bassotto. Laureato in Giurisprudenza, esercita l'avvocatura per quasi dieci anni, mantenendo parallelamente un'attività di scrittore. Un giorno smette di fare l'avvocato, si trova un lavoro come impiegato in un'azienda privata e comincia a spedire i suoi racconti. Suoi sono i libri Daria (La gru, 2012), Novanta. Napoli in 90 storie vere ispirate alla Smorfia (Tullio Pironti, 2013), La tentazione di essere felici (Longanesi, 2015), La Tristezza ha il Sonno Leggero (2016) e Magari domani resto (2017).


mercoledì 3 maggio 2017

Recensione #185 - La forma del buio di Mirko Zilahy + Intervista all'autore


Buonasera lettori, orario insolito per me ma non sono riuscita a pubblicare prima. Come va? Io sto ancora cercando di capire che giorno sia oggi ma, a parte questo, tutto nella norma. Sono qui oggi per un post speciale – perdonatemi se sarà lunghissimo – in cui vi lascerò la recensione del libro La forma del buio, pag. 480, secondo volume della serie dedicata al profiler Enrico Mancini, scritto da Mirko Zilahy ed edito da Longanesi. Alla fine della recensione troverete la trascrizione dell’intervista che ho avuto l’occasione di fare all’autore in occasione di Tempo di Libri a Milano il 22 aprile scorso.
La recensione del primo volume È così che si uccide la potete leggere cliccando qui.

Sinossi: Roma è nelle mani di un assassino, un mostro capace di dare forma al buio. Una tenebra fatta di follia e terrore, che prende vita nel rito dell'uccisione. Le sue visioni si tramutano in realtà nei luoghi più sconosciuti ma pieni di bellezza della città, perché è una strana forma di arte plastica quella che il killer insegue. Lui si trasforma, e trasfigura le sue vittime in opere ispirate alla mitologia classica: il Laocoonte, la Sirena, il Minotauro... Sono però soltanto indizi senza un senso apparente, se non si è in grado di interpretarli. Di analizzare la scena del crimine. E tracciare un profilo. Ma il miglior profiler di Roma, il commissario Enrico Mancini, è lontano dall'essere l'uomo brillante e deciso di un tempo. E la squadra che lo ha sempre affiancato non sa come aiutarlo a riemergere dall'abisso. Mentre nuove "opere" di quello che la stampa ha già ribattezzato "lo Scultore" appaiono sui palcoscenici più disparati, dalla Galleria Borghese all'oscura, incantata Casina delle Civette a Villa Torlonia, dallo zoo abbandonato all'intrico dell'antica rete fognaria romana, Mancini viene richiamato in servizio e messo di fronte a quella che si dimostra ben presto la sfida più terribile e complicata della sua carriera. O forse della sua stessa vita.

RECENSIONE
Come sapete amo i thriller, se poi il thriller in questione sa essere colto e ricercato allora non può che avere una marcia in più. Perché è questo che appare immediatamente dai libri di Mirko Zilahy, una grandissima attenzione verso la lingua, verso la costruzione della storia, verso un insieme che spesso nei thriller manca. Quante volte ci si ritrova davanti a libri di questo genere in cui tutto è lasciato alle morti crude e all’assassino, seriale o meno, senza andare oltre all’impatto puramente scenografico che sangue e dettagli macabri lasciano al lettore? Mirko Zilahy non lascia nulla di incompiuto da questo punto di vista - le sue morti sono crude, truci, dettagliate - ma quello che emerge leggendo è l’attenzione verso il punto di vista psicologico, la capacità di agire sulle paure di ognuno di noi e di costruire dei serial killer atroci ma allo stesso tempo umani, capaci di colpirci non per la loro brutalità ma per la loro sofferenza.
Lo stesso si può dire del protagonista buono, il detective Enrico Mancini, un tipo tosto ma che non ha paura di mostrare le sue debolezze e che per questo dà l’impressione di essere uno di noi, non il classico commissario che sta su un piedistallo.
In questo nuovo capitolo della serie il killer è soprannominato “lo scultore” perché uccide le sue vittime ed entro i dieci minuti successivi dalla morte compone con i loro corpi delle sculture mitologiche agghiaccianti. Mancini sta ancora cercando di uscire dal tunnel della perdita di sua moglie quando viene richiamato per seguire questo nuovo caso. Un caso che lo porterà a rientrare in contatto con la squadra che lo aveva aiutato nella prima indagine, una squadra che non è un mero contorno ad un protagonista, ma i cui membri evolvono con lui, essendo dotati di una propria caratterizzazione precisa e necessaria.
Come nel libro precedente l’autore sceglie per la sua opera una faccia di Roma – la sua città – molto particolare. Se nel primo libro il killer si muoveva tra gasometri e fabbriche abbandonate, in questo nuovo lavoro il killer sceglie come scenario per le sue sculture il lato oscuro di luoghi molto turistici: un angolo in ristrutturazione dello zoo, i labirinti sotterranei sotto le Terme di Diocleziano, un Luna Park o un museo di notte. Ogni luogo diventa un non luogo, come se in realtà l’autore volesse mostrarci il lato oscuro di ogni cosa, come se con il buio ogni cosa cambiasse aspetto.
Con un intercedere immediatamente spedito ed accattivante accompagneremo Mancini e la sua squadra in una corsa contro il tempo, che ci lascerà però il tempo di meditare dandoci numerosissimi spunti di riflessione: da come affrontare il lento ritorno alla vita dopo un lutto, a quanto una prigionia prolungata – anche se apparentemente a fin di bene – possa procurare dei danni indelebili alla mente già deviata di una persona, a quanti luoghi oscuri siano racchiusi intorno e dentro di noi. Il tutto farcito da un uso della parola perfetto e ricercato che spesso nei libri appartenenti a questo genere manca.
Un thriller che non ci chiede di scoprire chi sia l’assassino visto che ne ripercorriamo i passi dall’inizio della lettura ma, al contrario, un thriller che ci porta ad avere il timore del conosciuto, che sia un luogo reale o solo un angolo della nostra personalità.
Consigliatissimo a chi, anche in letture come queste, cerca spunti di riflessione e non solo adrenalina.

VOTO: 










Qui di seguito la trascrizione dell’intervista – in realtà è una chiacchierata - realizzata a Tempo di Libri, il cui video integrale potete trovarlo fissato in alto sulla pagina facebook del blog cliccando qui.
Una soddisfazione immensa possibile grazie ad una casa editrice importante come Longanesi che me lo ha proposto.


INTERVISTA


DANY: Come è cambiato questo ultimo anno e come ti ha cambiato essere passato dalla parte dello scrittore?
MIRKO: Bella domanda. Ti dico la verità, il primo libro è sempre una grande incognita, io sono stato fortunato perché il mio libro è stato venduto all’estero in tantissimi paesi, quindi mi sono ritrovato da un giorno all’altro quasi e dover fare i conti con un nuovo mestiere quindi rinunciare a quello che facevo prima quindi l’editor ed in parte il traduttore. Prendere questa cosa sul serio, non più come un gioco anche con tutte le paure e i dubbi per il secondo libro e per le aspettative, visto che la critica è sempre stata molto dalla mia parte.
D.: Un thriller che presta molta attenzione a quella che è la lingua e ad un concetto di insieme. Forse anche per il tuo mestiere precedente?
M.: Sì, forse un po’ per la traduzione e un po’ perché ho studiato ed insegnato lingue e letteratura italiana in Irlanda e quindi sono molto affezionato alle parole e mi piace metterle insieme. C’è invece chi lavora per immagini e sovrappone. Io sono convinto che attraverso la parola si possa eludere la sorveglianza degli occhi e quindi il fatto che se usi le atmosfere, se crei un certo tipo di incantesimo con le parole arrivi da un’altra parte, a me interessa arrivare alla pancia. più di quanto riesca a fare un’immagine.
D.: Anche perché tu racconti molto nel dettaglio, non ti tiri indietro, i morti sono morti e sono morti anche in modo crudo ma senza mai avere quella parte un po’ splatter che tanti usano per arrivare un po’ di più a quello che è il senso del thriller.
M.: In realtà ho un senso diverso del thriller, sono convinto si possa raccontare la morte anche con scene molto forti, rituali, usando una lingua molto alta. Ragioniamo su una cosa sciocca a cui magari non si pensa: se tu vai a vedere un’opera ci sono queste voci altissime, acutissime, perfette, molto potenti e raccontano con parole poetiche ed un registro molto alto delle tragedie umane. Io volevo proprio mettere insieme la violenza e la morte usando proprio una lingua che fosse dall’altra parte delle possibilità.
D.: Parliamo di Enrico Mancini…
M.: Chi è? ahahahahah
ndr. se avrete voglia di andarvi a guardare il video completo di questa chiacchierata vi renderete conto che Mirko oltre ad essere un grande oratore è anche particolarmente simpatico e scherzoso.
D.: Enrico Mancini è il filo conduttore di questa tua trilogia. Secondo me lui è un tosto perché è debole. È paradossale però lui è tosto perché fa vedere le sue paure
M.: Sì, lui ha questo passato da persona molto, ha visto il male in tutte le sue forme perché è un profiler, lo ha studiato ad un certo punto della sua vita ha questo grande distacco dalla realtà dopo il lutto per la perdita di sua moglie in È così che si uccide (ndr. primo volume della trilogia) e qui è un uomo in trasformazione - come tutti i personaggi di questo libro che si spostano, stanno cercando qualche cosa, si rincorrono da soli - e ha questo spirito molto forte, molto fiero, iper tecnico da profiling ma dall’altra parte cova questa debolezza che è quella dell’essere sensibile, dato completamente all’amore della sua vita che non c’è più.
D.: Ed ha questi guanti che vanno, vengono, e sembrano un po’ la sua copertina di Linus. Come mai questi guanti?
M.: Questo è simpatico, sì. In realtà funziona così: quando lui non riesce a tornare in tempo per salutare la moglie prima che purtroppo muoia e dentro di se cresce questo senso di colpa, di ansie decide di tenere addosso questi guanti che erano appartenuti al papà della moglie e lo fa per non avere più il contatto con il mondo reale, per non toccare più le altre persone, per mettere – se ci pensate il guanto è una pelle morta – una pelle morta tra se e quello che sta fuori. Questo succede in È così che si uccide. In questo romanzo qui, come dici tu, questi guanti vanno, vengono, perché questo è il romanzo della trasformazione in cui lui elabora questo lutto e si sente in colpa. Dice: “come, mi sta passando lentamente questo dolore?” Ed è dispiaciuto che si stia allontanando dal ricordo della moglie, che in qualche modo si stia dimenticando la sua voce.
D.: Se tu dovessi descrivere Mancini in tre aggettivi?
M.: È difficile, non ci ho mai pensato… È un uomo vero, è un uomo fragile e come si dice in spagnolo è un uomo vertical, verticale.
D.: Quando hai deciso che avresti scritto un libro, come mai hai scelto il thriller? Io da lettrice ritengo questo genere difficilissimo, per riuscire a tirare in piedi un libro che regga, che non contenga passi falsi non è facile. Credo che il thriller insieme forse al far ridere sia uno dei generi più difficili. Come mai hai scelto proprio questo? Ti è venuto così? Sei un serial killer?
M.: Sono un serial killer e ve lo dimostrerò! (ndr. nel frattempo mima di mettere le mani al collo alla sua intervistatrice). Ma no, in realtà è successo che io avevo questa storia mia personale che mi faceva male e volevo provare a raccontare il dolore che si ha di fronte alla scomparsa, al momento della scomparsa di una persona amata e quindi avevo due strade: potevo scegliere un romanzo un po’ più – dico tra virgolette perché sono contrario alla distinzione di genere – letterario e intimista in qualche modo e fare un libro da Premio Strega oppure avevo la possibilità di affrontare la violenza, quella morte lì con un strumento che è quello del genere thriller che mi dava la possibilità di dire le cose com’erano, di non nascondermi dietro un dito per parlare della violenza e della morte. E poi c’è un altro motivo che è quello che per anni ho lavorato in editoria editando thriller, li leggevo, molti erano bellissimi tanti altri dicevo:”questo non funziona, chissà se lo scrivessi io…” E anni fa, nel 2009 mi sono messo lì su un taccuino a disegnare questa faccia di questo commissario, ad immaginare qualche cosa, a immaginare i guanti, perché dovevano esserci i guanti.
D.: Hai disegnato fisicamente?
M.: Sì.
D.:Per quello questo killer disegna?

M.: No, no.
D.: Sei amante dell’arte? Questo libro è incentrato sull’arte. Lo scultore che è il serial killer di questo libro fa delle sculture con i corpi dopo aver ucciso. Quindi uccide e nei dieci minuti successivi alla morte ricompone le sculture umane. Affascinante, macabro sicuramente ma affascinante.
M.: Sì, lui ricostruisce in qualche modo delle cose che ha dentro di se. In questo caso sono mostri mitologici, i mostri che quando eravamo ragazzini leggevamo nella mitologia che erano le favole di quando eravamo ragazzini. C’è il Minotauro, c’è la Medusa. È un killer che riempie i parchi di Roma con queste sue installazioni che sono costruite con i corpi delle sue vittime. E c’è Mancini che viene richiamato dalla sua casetta in montagna dove va in giro a piantare querce.
D.: Parliamo dell’ambientazione. Una Roma particolarissima, cupa. Per noi – almeno per me che sono di Milano – normalmente Roma è tutto monumenti, turismo e cose belle. Tu invece fai vedere questi labirinti sotterranei, affascinantissimi, come mai? Ci sei stato? Hai voluto far vedere il diverso?
M.: Mah, ti sarai accorta anche leggendo il primo che io ho questo sguardo sulla mia città che è un po’ deformante.
D.: Io del primo sono rimasta affascinata dalla Miralanza. Per me Miralanza è mia mamma con le figurine della Miralanza con mia zia in cucina che si scambiavano queste cartine… chi non ha la nostra età non può capire! Io ho pensato: ci devo andare, voglio andare a visitare la Miralanza.
M.: Quella è una zona incredibile Io ho avuto la fortuna o la sfortuna di andare via da Roma da ragazzino e poi di andare all’estero per qualche anno. Questo mi ha dato, da una parte una nostalgia enorme di casa, di Roma, dall’altra parte mi ha dato uno sguardo molto più critico sulla città e su quello che stava succedendo. E mi sono detto: io non voglio raccontare la Roma del marmo, del barocco, ma la roma del Gasometro, della Miralanza che è tutta una zona dismessa, spettrale che è al centro di Roma, non è nelle periferie ma a pochi metri dall’isola tiberina. In questo secondo libro ho scelto ancora una Roma particolare, la Roma dei parchi che fondamentalmente hanno una doppia vita. Il giorno e la notte. Se tu vai da piccolo sono la cosa più simile ai mostri che ci sono. Quando ero piccino ero sempre spaventato dai ruggiti, incuriosito, meravigliato e uscivo sempre con una sensazione di senso di colpa. E la stessa cosa succede nei Luna Park che ora sono abbandonati ma anche quando ci andavi da bambino entravi nella casa degli orrori, ci andavi a piedi, era una continua sfida, un mettersi alla prova. Quando uscivi da lì eri dispiaciuto perché il giorno dopo dovevi andare a scuola ma anche sollevato per essere scampato dai mostri. I mostri le paure erano tutti lì dentro.
D.: Hai già qualche mania da scrittore? Che so, scrivere sempre con la stessa penna o sempre nello stesso posto?
M.: Sì, io ho uno studio piccino sotto casa mia che è un negozio da fuori invece dentro c’è uno studio dove ho Whisky, le cose, non ci sono finestre e io lavoro dalle otto e mezza, dopo che porto mia figlia a scuola, fino alle cinque e mezza, al buio ininterrottamente con caffè, con la lampada sulla scrivania e un sacco di libri perché mi piace documentarmi e faccio questa tirata in cui cerco di scrivere almeno tre pagine al giorno. Non c’è giorno in cui non scrivo perché per fare quattrocento e passa pagine e fare più di ottanta presentazioni l’anno e avere anche una famiglia tempo ce ne vuole tanto.
D.: Il terzo? Uscirà? Lo hai già scritto?
M.: Il terzo lo sto scrivendo, l’ho iniziato, avrà ancora Mancini perché questa è una trilogia su di lui, ci sarà ancora Roma, ma una Roma ancora diversa. Ho già lo schema, ho già scritto i primi tre capitoli ed ho più o meno quasi tutta la mappa del libro. Ho il serial killer. Il primo libro era sul senso di giustizia,la domanda fondamentale era cos'è la giustizia: è quella dello stato, è quella delle forze dell’ordine o quella che abbiamo dentro al cuore? Il libro si chiudeva con questo grande interrogativo e tutti mi scrivono che non hanno mai condannato veramente il serial killer
D.: Sono dei serial killer molto umani, siamo noi in realtà, con le nostre più terribili paure...
M.: Questa è la stessa cosa che succede in un altro modo qui ed il tema centrale è il rapporto con la realtà. Che cos'è la realtà? Esiste? Oppure è un qualche cosa che la psiche reinterpreta e rilegge per rendercela più facile? Partendo da questo concetto sono arrivato a raccontare il serial killer che ha questo problemo suo con la realtà, ma non diciamolo...
Il terzo il tema centrale è quello dell'identità e cioè: quante persone dentro ci affollano? Avrà un serial killer che avrà a che fare con questo tema e con la storia e la memoria di Roma. Poi non ti dico nient'altro, aspettate con fiducia.
D.: Ok, a questo punto leggete anche il primo È così che si uccide perchè l'evoluzione di Mancini emerge trantissimo. Leggete questo libro La forma del buio. Grazie a Mirko e grazie a voi.
M.: Leggete, leggete, qualsiasi cosa ma l'importante è che leggiate.
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Si chiude con questo bellissimo messaggio questa intervista. Spero di avervi incuriosito e di non avervi annoiato troppo a causa del post chilometrico ma necessario!